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Artimino
Dalle origini ai nostri giorni

Il borgo di Artimino oggi è una frazione del comune di Carmignano in provincia di Prato. Ai lettori che non sono toscani o che non conoscono in modo particolarmente approfondito la civiltà etrusca e i suoi musei in Toscana un volumetto come questo può apparire come una ennesima espressione del localismo italiano, dello spirito di campanile. Ma non è così. Artimino si trova a una distanza quasi uguale dalle tre città di Firenze-Prato-Pistoia e anche una conoscenza sommaria della storia delle città toscane e delle loro rivalità ci rimanda subito a località situate in posizioni strategiche per il cui dominio le città, prima come Comuni e poi come Signorie, combatterono aspramente per decenni. E prima ancora le popolazioni etrusche e liguri.

Nel caso di Artimino e della zona di San Miniato al Tedesco il territorio con i suoi nichi ossia i fossili di essere marini è stato oggetto delle osservazioni in un genio della scienza e delle arti come Leonardo da Vinci, nato a poca distanza. La pubblicazione inizia con una ampia citazione di una brano di Leonardo da Vinci del Codice Hammer (Armand Hammer, Editoria Elettronica Editel, Center for Leonardo Studies UCLA) nel quale il grande scienziato afferma: “adunque non ci veggo modo di tirare e' predetti nichi infra terra, se quivi nati non fussino”.

L'analisi leonardesca del territorio e dei nichi (fossili di esseri marini) si collega al dibattito e al confronto relativo alla universalità del diluvio raccontato nella Bibbia che ha impegnato gli scienziati (paleontologi e geologi) italiani ed europei. Numerosi scavi archeologici eseguiti sul territorio di Artimino fanno ritenere agli studiosi che la presenza etrusca si sia estesa per una arco di tempo di circa sette-ottocento anni.

Il ruolo commerciale di Artimino entrò in crisi in seguito alle guerre di Roma con l'Etruria e con l'espansione dei Galli nella Padania. Il Museo archeologico Artimino, intitolato a Francesco Nicosia, è organizzato su due livelli seguendo un criterio topografico e cronologico. Il piano superiore è dedicato al mondi dei vivi mentre il piano inferiore è dedicato al mondo dei morti. Nel 998 l'imperatore Ottone III confermò, con un diploma, la concessione al vescovo Antonino di Pistoia alcuni castelli, la corte di Carmignano e la pieve di Artimino.

Artimino diventò poi comune autonomo sotto la giurisdizione di Pistoia. Nel 1204 Artimino fu conquistato da Firenze ma passarono centocinquanta anni prima che il suo dominio su Artimino diventasse definitivo.

Con l'assoggettamento di Pistoia da parte di Firenze, Artimino cessò di essere un castello di confine in guerre interminabili. Una svolta notevole nell'economia del territorio è rappresentata dagli acquisti del granduca Cosimo I della famiglia dei Medici. La costruzione dei “barchi”, lunghissime muraglie di recinzione sottrasse il bosco, sentito come proprietà collettiva dagli abitanti che, da secoli, ne ricavavano legna e vi praticavano la caccia. Il barco reale partiva da Poggio a Caiano e attraverso Montalbano raggiungeva Artimino. Cosimo I fece costruire il barco di Artimino, quello della Pineta e Daini. Tutte le bandite granducali erano sorvegliate con estrema durezza. Ebbero un notevole sviluppo la coltivazione della vite e dell'olivo.

Emilio Sereni (“Storia del paesaggio agrario italiano”, 1961) ha descritto la trasformazione delle ville toscane da luoghi d'ozio, di cacce, di svaghi, in centri di investimenti capitalistici nell'economia terriera, e di riorganizzazione della produzione e del paesaggio agrario. La Toscana diventò in Italia il luogo caratteristico della “fattoria”, centro di una comp0lessa organizzazione della grande azienda signorile appoderata, generalmente annessa, alla grande villa padronale

La residenza preferita dai Granduchi di Toscana, villa Ambra, si trovava a Poggio Caiano a poca distanza da Artimino.

A villa Ambra, ai primi giorni dell'ottobre 1587, furono trovati morti (avvelenati ?) 1587 Francesco I, figlio di Cosimo I e Bianca Cappello quando furono raggiunti dal Cardinale Ferdinando I, fratello di Francesco.

Bianca Cappello, patrizia veneziana, nacque a Venezia (1548) nel palazzo Cappello situato in calle al Ponte Storto nella contrada di Sant'Apollinare, vulgo Sant'Aponal. Adolescente, orfana di madre, si innamorò del giovane fiorentino Pietro Bonaventuri impiegato nel banco che la casa dei Salviati fiorentina teneva in Venezia. Bianca era nipote di Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia. Gli Avogadori di Comune condannarono al bando capitale con la promessa di una grossa taglia a chi, vivo o morto, lo rimettesse nelle mani della giustizia veneziana.

Bianca è una delle donne italiane che hanno maggiormente colpito l'immaginazione di Stendhal che ne ha raccontato le vita avventurosa nella introduzione alla sua “Storia della pittura in Italia” (Paris, 1817). La patrizia veneziana, bella, colta, appassionata e coraggiosa, diventò Granduchessa di Toscana grazie al suo matrimonio con Francesco I è la prima delle donne della storia italiana che hanno colpito l'immaginazione di Stendhal “scrittore”, uno degli elementi fondamentali del suo “italianismo”.

Di Bianca Cappello sono state pubblicate le “Memorie” dal tipografo Vincenzo Battelli a Firenze nel 1827”, dieci anni dopo la pubblicazione della “Storia della pittura in Italia”. Il tipografo Battelli trovò il manoscritto (autentico ?) di Bianca nella casa dove essa aveva abitato e che egli aveva acquistato A Bianca sono stati dedicati numerosi romanzi e anche studi di carattere storico.

La costruzione della nuova villa costruita ad Artimino chiamata “Ferdinanda” fu completata nel 1594. I versi che lo scienziato Francesco Redi ha dedicato al vino di Artimino nella sua opera “Bacco in Toscana” (1685) testimoniano la continuità dello sviluppo agricolo della zona. Nel 1716 il Granduca Cosimo III delimitò i confini territoriali della produzione del vino di Artimino. La villa “Ferdinanda fu acquistata” agli inizi del Novecento da Emilio Maraini un intraprendente industriale al quale sopravvisse la moglie Carolina Sommaruga. Le numerose iniziative, spesso filantropiche, per la modernizzazione e lo sviluppo del territorio della contessa nei confronti dei suoi contadini non impedirono a una guardiacaccia di uccidere un ragazzo che era entrato nel bosco in località Valiezzi per rubare delle pine, residuo del diritto di legnatico. La resina di pino veniva colta e venduta per scopi industriali. Al crudele episodio è stata dedicata una ballata di Alessandro Scavetta.

Anche ad Artimino le truppe tedesche in ritirata (6 agosto 1944) uccisero dei civili innocenti.

La nostra sintesi parziale della pubblicazione dovrebbe stimolarne la lettura. La storia plurisecolare del borgo di Artimino conferma la ricchezza del suo paesaggio e del suo patrimonio storico e artistico.

Recensione
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