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Beviamone un bicchiere. Il vino nei libretti d'opera.

Agli inizi degli anni Ottanta del Novecento Gianfranco Folena (Cesarotti, Monti e il melodramma, in: L'italiano in Europa, Esperienze linguistiche del Settecento (1983), rilevava : “ La storia dei libretti d'opera e della letteratura melodrammatica in genere è oggi felicemente al centro dell'attenzione di musicologi come di letterati: il progresso di questi studi è stato negli anni recenti ingente ed è stata perfino battezzata una scienza nuova, che si presenta in sostanza come sottospecie della narratologia, operando al livello degli intrecci e dell'ontologia dei personaggi e disinteressandosi in definitiva del “discorso”.

In questo settore, che è quello che noi coltiviamo di preferenza, resta moltissimo da fare, sopratutto per quanto riguarda la tecnica letteraria, la lingua e i metri, dove l'amico F. Lippmann ha portato un contributo nuovo e decisivo sul nesso ritmico fra parola e musica, e proprio per il periodo che qui consideriamo (F. Lippmann, Analecta musicologica, 12, 1973).

Tuttavia questa storia di un “territorio di confine” finisce ancora per costituire un'appendice nelle storie musicali dell'opera ( come nella più recente, quella edita dall'Utet); e nelle storie letterarie entra solo per alcuni episodi autonomi e privilegiati, Rinuccini, Zeno, con Metastasio al vertice della parabola, perchè per lui solo le parole vengono sempre prima della musica, e poi Casti e Da Ponte e pochi altri; ma nell'0ttocemto non c'è posto altro che per Boito, neppure per Romani e tanto meno per Piave, che non appartengono al sistema dei Valori letterari autonomi.”

L'estesa ricerca di Franca Olivo Fusco ha privilegiato i riferimenti al vino in un centinaio di libretti d'opera..

Esistono zone geografiche (Palestina, Siria,Libano, Iran… ed altri) dove le viti crescono magnificamente offrendo grappoli d'uva molto più ricchi di quelli di paesi europei, (Italia, Francia, Spagna, Ungheria, ed altri ancora) ma dove i coltivatori non trasformano grappoli nei vini. che sono tutti oggetto di divieto religioso.

Nella vasta ricerca della Olivo Fusco il più antico riferimento alle viti è quello nella “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso del 1581.

Il poeta dal 1565 risiedeva a Ferrara dove era al servizio del cardinale Luigi d'Este, fratello del duca Alfono II.

I Crociati si preparano ad assediare Gerusalemme, e Goffredo di Buglione :“L'un l'altro esorta, che le piante atterri / E faccia al bosco inusitati oltraggi. / Caggion recise da taglienti ferri / Le sacre palme, e i frassini selvaggi: / I funebri cipressi, e i pini, e i cerri, / L'elci frondose, e gli alti abeti, e i faggi: / Gli olmi mariti a cui talor s'appoggia / La vite, e con piè torto al ciel sen poggia...”. (Canto III, 75)

I Crociati per costruire le macchine dell'assedio a Gerusalemme hanno bisogno di molto legname e il loro comandante in capo sa dove si può procurarlo.

Il pietoso Buglion: “ tutti i fabbri del campo alla foresta / con buone scorta di soldati invia / Qui per troncar le machine n'andaro, / A cui non abbia la città riparo...”

Il matrimonio fra gli olmi e le viti viene citato e descritto nell' “Arianna “(1726) di Benedetto Marcello, nel “Quartiere fortunato “ (1744) di Francesco Maggiore, il libretto è di Carlo Goldoni, nel “Turco in Italia” (1814) di Gioacchino Rossini, nel “Crispino e la comare” dei fratelli Ricci, il libretto è di Francesco Maria Piave.

La coltivazione delle viti nei pressi di Gerusalemme è più che credibile.

Qualche interrogativo provoca invece la descrizione della piantata padana (il matrimonio fra il sostegno vivo dell'olmo e la vite) in terra palestinese.

Nella piantata padana le viti non venivano sostenute esclusivamente dagli olmi. Probabilmente il Tasso aveva visto durante gli anni del suo soggiorno ferrarese sopratutto gli olmi come sostegno delle viti.

L'olmo, come sostegno delle viti, già nell'età romana aveva trovato un illustre difensore ed apologeta nel poeta Orazio (Odi, II, 15) il quale lo aveva contrapposto al celibe platano verso il quale propendevano i latifondisti romani che si stavano costruendo, in modo parassitario, le loro ville di piacere nelle campagne.

I trattati di agricoltura di autori classici come Plinio e Columella contengono elogi e descrizioni del sistema di allevamento delle vite, delle alberature di sostegno, e della coltura granaria che si accompagna.

Con la caduta dell'Impero romano anche l'agricoltura aveva subito tragiche regressioni. Il grande storico marxista Emilio Sereni nella sua “Storia del paesaggio agrario italiano” (1961) ha documentato in modo dettagliato tutte le fasi di diffusione e di regressione della coltivazione della piantata padana nell'Italia del Nord e in quella centrale.

Marino Berengo, “L'agricoltura veneta dalla caduta della Repubblica all'Unità” (1963) ha documentato e analizzato le cause della tenacia dei contadini veneti e friulani nel mantenere la piantata ad albero vivo rispetto alla piantata a palo secco nella coltivazione delle viti.

Gli alberi di sostegno delle viti erano l'elemento più variabile.

Rispetto al noce, ai salici, ai pioppi, al ciliegio, al castagno, all'acero, ai frassini, l''olmo offriva con il suo fogliame strame o foraggio. L'attualità e la modernità della piantata padana, e in particolare di quella veneta e trevigiana, è sostenuta e riccamente motivata dall'Associazione culturale Borgo Baver che opera in quel di Godega di Sant'Urbano (Treviso)

giugno 2019

Recensione
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