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Giuseppe Bavastro. Il corsaro italiano di Napoleone Buonaparte

Due definizioni accettabili di corsaro e di pirata sono queste: “Corsaro è colui che opera con l'autorizzazione o addirittura in nome e per conto di uno stato svolgendo perciò un'attività del tutto legale, sotto il profilo non solo del diritto interno ma anche di quello internazionale.

Pirata è invece colui che esercita di fatto la stessa rischiosa attività del corsaro ma senza una superiore autorizzazione, senza osservare alcuna norma né rispettare limitazioni, non esitando persino ad attaccare imbarcazioni e naviganti di cui si condivideva la stessa bandiera e di stati amici; il pirata è dunque letteralmente un fuorilegge.” (S. Bono, Guerre corsare nel Mediterraneo. Una storia di incursioni, arrembaggi, razzie. Il Mulino, 2019).

I corsari si possono definire guerriglieri del mare, meno potenti delle flotte degli stati ma dotati di vantaggi che li rendevano in certe situazioni molto competitivi malgrado la loro inferiorità di potenza complessiva. L'elemento essenziale che distingue il corsaro dal pirata è questo: il corsaro è stato autorizzato a esercitare la “corsa” da un governo, quello del suo stato di appartenenza o anche quello di un altro stato dal quale ha ottenuto, secondo le procedure previste, la “patente” o “lettera di corsa”. La patente comportava, per chi la riceveva, norme e raccomandazioni sulle modalità d'azione e di comportamento. Quale “bandiere” non poteva attaccare, il periodo dell'anno e le aree marittime nelle quali poteva operare.

Patenti di corsa furono rilasciate sia dagli stati cristiani che da quelli mussulmani.

Ogni nave di corsaro doveva inalberare la bandiera dello stato dal quale aveva ottenuto la patente di “corsa”.

La guerra corsara comportava un insieme di principi e di regole. E in caso di controversie esse venivano giudicate da tribunali e giudici specializzati.

La guerra di “corsa” aveva spesso come obiettivo prioritario, di entrambi gli schieramenti “religiosi”, la cattura di uomini da mettere al remo.

E' lo storico francese Fernand Braudel (Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Parigi , 1949) che per primo ha rilevato il ruolo della guerra corsara e della pirateria nella storia del Mediterraneo.

Braudel usa quasi indifferentemente i due termini. Prima di Braudel, Carlo Marx ha rilevato i fortissimi rischi che nell'attività commerciale erano provocati dalla pirateria aggiungendo che anche le nazioni concorrenti si permettevano ogni sorta di violenze non appena se ne offriva l'occasione.

Il guadagno commerciale includeva quindi un forte premio di assicurazione.

L'attività commerciale era un commercio di monopolio con profitto di monopoli

Il capitale commerciale, quando predomina, rappresenta dappertutto un sistema di saccheggio, come del resto anche il suo sviluppo, presso i popoli dell'antichità come dei tempi moderni. E' direttamente collegato con il saccheggio violento, con la pirateria.

Il saggio di profitto aveva soltanto un valore locale. Veneziani, genovesi e le altre “nazioni” avevano un saggio di profitto commerciale particolare che, inizialmente, variava anche secondo le diverse zone di smercio. In un primo tempo furono livellati i saggi di profitto dei diversi mercati per una stessa “nazione”.

L'elevato saggio di profitto uguale per tutti i membri dell'associazione commerciale veniva conseguito con il lavoro associato.

Venezia fu per un certo periodo storico la più grande e la più forte nazione commerciale. Del Mediterraneo.

Braudel, a volte in modo sornione, a volte in modo aperto, sottolinea il ruolo della pirateria esercitata sia dai cristiani che dai mussulmani nella vita commerciale del Mediterraneo sopratutto dopo la battaglia di Lepanto (1571).

Dopo la battaglia di Lepanto (1571) la guerra corsara mediterranea si intensifica in modo notevole. E' la forma residua e costante delle ostilità fra i due blocchi politico-militari (ispano-italiano e ottomano-maghrebino).

Lo sviluppo del commercio e del capitale commerciale orienta dovunque la produzione verso il valore di scambio, ne aumenta il volume, né accresce la varietà e le imprime una carattere internazionale, trasforma il denaro in moneta mondiale.

Il commercio dipende dallo sviluppo delle città. E le città dipendono dallo sviluppo del commercio.

Nell'età moderna i corsari sono stati certamente più numerosi dei pirati. I corsari sono dei “pirati di stato”. Per l'impero spagnolo i pirati di stato o corsari furono principalmente i Cavalieri di San Giovanni (Rodi poi Malta) e l'ordine toscano di Santo Stefano.

Tra i corsari o pirati del Mediterraneo dell'età moderna i più noti sono stati quelli detti “barbareschi”cioè delle tre reggenze del Maghreb (Algeri, Tunisi, Tripoli) che avevano dei rapporti con l'impero ottomano.

Algeri è stata per più di tre secoli la città più importante della guerra corsara mediterranea da parte dell'Islam. Ad Algeri si contrapponeva, da parte cristiana, Malta.

I Cavalieri di San Giovanni, installatasi a Rodi nel 1308 , possedevano una propria flotta.

Quando nel 1522 l'isola di Rodi fu conquistata dagli ottomani, si ritirarono a Malta. Essi concedevano”patenti di corsa” anche a singoli imprenditori estranei all'ordine cavalleresco.

Fra i cavalieri di Malta e la Repubblica di Venezia vi fu sempre una reciproca ostilità, motivo di una contrapposta guerriglia corsara, dovuta alla politica divergente delle due potenze. I cavalieri di Malta combattevano la presenza mussulmana mentre la Repubblica di Venezia proteggeva la propria attività commerciale con il Levante.

Nel 1561 il granduca Cosimo I dei Medici istituì l'ordine dei Cavalieri di Santo Stefano con sede a Pisa.

Il porto di stanza era quello di Livorno.

La guerriglia corsara ebbe un forte sviluppo quando Napoleone nel 1806 decretò il blocco continentale.

La navigazione “corsara” durante le guerre napoleoniche coinvolse anche le navi degli Stati Uniti d'America. Francesi e inglesi si rifiutarono di riconoscere la neutralità delle navi statunitensi.

Nella guerriglia corsara sostenuta dai francesi si distinsero armatori liguri (ecco i loro nomi: Parodi, Bozzo, Maglione, Ferro, Dodero ) e capitani.

Fra costoro si colloca Giuseppe Bavastro, nizzardo-genovese, amico fraterno di Andrea Massena, uno dei generali più capaci di Napoleone. Bavastro riuscì a superare il blocco delle navi inglesi durante l'assedio di Genova.

Con la fine dell'impero napoleonico, Bavastro spostò la sua attività marinaresca in Venezuela agli ordini di Simon Bolivar.

Nel 1826 Bavastro ricomparve a Nizza.

Si rimise al servizio della Francia.

Le biografie di Bavastro sono numerose, dalle prime, come H. Lauvergne, Bavastro ou un corsaire sous l'Empire, Toulon, 1853, alle più recenti: F. Perri, Capitan Bavastro, Milano 1940 (riedit. 1944 e 1952) e M. Quacquarelli e E. Tavernese, Il corsaro di Napoleone, captan Bavastro, Milano, 1970 (rìedit. 2007); R. Ciarlet, Joseph Bavastro, corsaire nicois e chevalier d'Empire, Breil-sur-Roya, 1996; voce in Dizionario biografico degli italiani, Roma, 1970, vol. 7, pp. 304-305 (M. Gabriele).

Recensione
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