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Il castrato di Vivaldi

Jake Barnes, il “narratore” al centro del romanzo di Ernest Hemingway, “Fiesta (Anche il sole si leva)” è un giornalista americano, vittima di un'umiliante ferita di guerra, di una invalidità sessuale, che rende impossibile fare l'amore con la donna di cui è innamorato.

Il romanzo, scandaloso, è stato pubblicato nel 1926. Un anno prima, l'espressionista tedesco Ernst Toller aveva fatto rappresentare a Berlino un suo dramma, noto anche a Parigi, “Il mutilato” che ha lo stesso tema, la desolazione di un uomo che ha subito la stessa disgrazia del giornalista americano.

Per poco a Fossalta di Piave nel 1918 una delle moltissime schegge dei proiettili che lo avevano colpito non aveva reso Ernest Hemingway simile al mutilato di Toller e al protagonista del suo romanzo. L'impotente, il castrato, “O che sciagura d'essere senza c...” era comparso fra i protagonisti di “Candide” (Voltaire, 1759). Si dichiara napoletano.

Secondo lui, a Napoli si castrano, di fanno diventare capponi due o tre mila ragazzi all'anno. Una parte muore. Un'altra parte acquisisce una voce più bella di quella delle donne. E una parte va a governare gli Stati . Il castrato di “Candide” afferma di aver fatto parte della cappella musicale della principessa di Palestrina.

Charles Burney nel suo autorevole “Viaggio musicale in Italia” (1771) attraversando l'Italia aveva compiuto delle ricerche per sapere in quale città vigesse l'uso dell'eviramento per il canto, ma non aveva potuto avere delle risposte credibili, attendibili. Lo scrittore inglese ritiene che “evidentemente tale operazione ovunque si pratichi è contro ogni legge come è contro natura. E tutti gli italiani se ne vergognano. Ogni provincia ne addossa la responsabilità all'altra.

Secondo Burney chi esegue la castrazione, spesso ingiustificata anche dal punto di vista dei risultati dal punto di vista dei risultati dal punto di vista dei miglioramenti della voce dei ragazzi che ne sono vittime, è punita con la pena di morte, la scomunica.

L'invalidità sessuale del protagonista Octave de Malivert è il tema di “Armance ou quelques scènes d'un salon de Paris en 1827”, il primo romanzo di Stendhal, che egli pubblica a quarantaquattro anni.

Stendhal ha affrontato il tema dell'impotenza in una lettera diretta all'amico Prosper Merimé del dicembre 1826 nella quale egli dichiara di ritenere che l'impotenza maschile sia un ostacolo che può essere superato dall'amore.

Per infinite ragioni il romanzo fu un fallimento finché nel 1925 André Gide gli dedica un saggio in cui afferma che“Armance” è il più delicato e il meglio scritto di tutti i romanzi di Stendhal. Anche oggi il lettore di “Armance” non riesce a indovinare quale sia la tragedia di Octave tanto sono indirette le allusioni del narratore.

Stendhal ha frequentato il castrato Gasparo Pacchierotti (Fabriano 1740 – Padova 1821) nel luglio 1815 (“Journal”) in un momento drammatico della storia della Francia e sua personale.

Ha avuto il piacere di visitare il giardino del cantante. In “Rome Naples et Florence en 1817”, Stendhal riferisce le sue conversazioni nel palco di Pacchierotti, settantenne, la cui anima che scintilla in tutti i tratti del castrato lo rende sublime quando vuole cantare un recitativo. Il romanziere dichiara di aver imparato sulla musica più in sei conversazioni con il cantante che da tutti i libri. L'anima di Pacchierotti parlava con la sua.

La sua ammirazione per il cantante, che risiedeva a Padova, non ha limiti.

Stendhal, nei suoi viaggi, (Mario Praz, “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica”) non va alla ricerca dell'esotico, è indifferente alle curiosità dell'ambiente culturale. Egli è appagato quando trova nel presente che sta vivendo, nell'anima dei tempi e dei paesi conosciuti “gli elementi che egli apprezzava nella vita”.

Il sublime Pacchierotti è uno dei protagonisti della vita musicale, del bel canto che conferma la sua interpretazione degli essere umani, malgrado e al di sopra della crudele mutilazione subita.

I due protagonisti dell'ultimo romanzo di Mazzocato, ma non solo loro, in modo non programmato, ma progressivamente sempre con maggiore accanimento, si mettono alla ricerca, nell'ambito del Veneto e di Venezia, del personaggio ritratto in una quadro, acquistato per la sua cornice, Angelo Sugamosto, detto lo Zerino, nato in Polesine nel 1720, che si rivela essere stato un castrato e anche un suonatore di oboe.

La sua formazione di castrato e di suonatore di oboe sarà sostenuta da numerosi protagonisti della vita musicale e culturale di Venezia e non solo di Venezia. I suoi incontri o scontri con con i personaggi della vita musicale sono sempre significativi.

Il romanzo si sviluppa su due piani, su due livelli, la biografia di Sugamosto e quello della ricerca, dell'indagine quasi poliziesca, dei due amici.

Angelo Sugamosto ama ed è riamato dalle donne che incontra ma la vergogna e il dolore per la mutilazione subita hanno provocato in lui un odio intenso che, in fondo, non lo abbandona mai.

Solo alla fine della sua vita, lo Zerino ritorna nel paese dove è nato. E' generoso con quanto si perpetua ancora della sua povera famiglia ma non vuole in nessun modo né essere conosciuto né incontrare i suoi parenti.

Il rifiuto.

giugno 2017

Recensione
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