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Il mio Diario di guerra

Benito Mussolini fu richiamato sotto le armi il 31 agosto 1915 come soldato semplice dell'11° bersaglieri.

Il “Mio diario di guerra” è composto da 15 corrispondenze non consecutive che egli inviò al suo giornale “Il Popolo d'Italia” dal 9 settembre al 22 febbraio 1917. A volte furono pubblicate in prima pagina. La prima edizione in volume è del 1923, poi seguita da numerose altre che recano tutte tagli e correzioni.

Il 23 febbraio 1917 mentre una squadra di una ventina di soldati della sua compagnia stava eseguendo a quota 144 dei tiri di aggiustamento da una trincea un proiettile scoppiò dentro un lanciabombe. Mussolini fu investito da una raffica di schegge. Fu trasportato nell'ospedaletto di Doberdò del Lago (Gorizia) dove venne curato. Il 18 marzo l'ospedaletto fu bombardato. Tutti i ricoverati furono trasferiti ad accezione di Mussolini, non trasportabile, date le sue condizioni. Rimase nell'ospedaletto assieme ai medici, al cappellano e agli infermieri. Nei “Taccuini mussoliniani” (Yvon De Begnac) Mussolini ha ricordato come durante la sua convalescenza a Doberdò del Lago ebbe modo di ammirare i paesaggi interiori di Julius Evola, quei suoi caffè, in rassegne bresciane di pittura dovute forse all'avvocato Feroldi che erano stati, secondo Mussolini, l'annuncio dell'arte nuova. Quella che sarebbe stata sostenuta da Mussolini diventato il duce.

Nell'estate del 1915 Mussolini era stato oggetto di una serie di durissimi attacchi da parte della stampa neutralista e socialista per la sua assenza dal fronte diversamente da molti altri interventisti che erano stati accettati come volontari. Alcuni di loro morirono.

Fra coloro che lo aveva attaccato si era distinto il socialista Giacinto Menotti Serrati.

Consapevole della sua ambigua situazione di interventista ma non ancora intervenuto, Mussolini si rivolse al deputato repubblicano Salvatore Barzilai sollecitando per essere arruolato ottenendo come risposta che la sua classe di leva stava per essere richiamata sotto le armi.

Nel novembre Mussolini presentò la domanda di ammissione al corso ufficiali ma lo Stato maggiore dell'esercito si rivolse al Presidente del consiglio Antonio Salandra affinché la richiesta fosse respinta.

Le corrispondenze raccolte nel “Diario” mussoliniano a volte furono scritte in condizioni materiali molto difficili tuttavia costituiscono una testimonianza interessante sia della biografia politica di Mussolini che delle condizioni in cui fu combattuta la guerra.

Mussolini fu richiamato nell'11° bersaglieri, composto da tre battaglioni, dopo la conclusione delle prime due battaglie dell'Isonzo quando il corpo dei bersaglieri venne dislocato nella zona della Conca di Plezzo e del Passo della Moistrocca dove partecipò ai tentativi di riconquistare il Vrisic e di occupare lo Jaworscek ed il Golobar.

Vi sono alcune costanti nelle corrispondenze mussoliniane. Di coloro che incontra Mussolini, soldati, sottufficiali o ufficiali, precisa sempre la località di provenienza prima che l'atteggiamento verso la guerra. La sottolineatura della provenienza è funzionale alla tesi di Mussolini il quale sostiene che la guerra ha unificato tutti gli italiani. Il regionalismo è finito. I soldati hanno creato un  sottolinguaggio militare che Mussolini annota diligentemente.

I gesti dei soldati che vanno oltre la semplice esecuzione degli ordini delle gerarchie militari non sono particolarmente esaltati. Sono registrati.

Quando Mussolini arriva a San Pietro al Natisone informa che è uno dei sette Comuni con una popolazione slovena non amichevole verso i soldati italiani.

Secondo Mussolini, il militarismo “made in Germany” non è attecchito in Italia. La guerra in corso, fatta da popoli e non dagli eserciti, segna la fine del militarismo di casta o professionale.

I soldati non amano la guerra. Neanche la detestano, la accettano. Non sono particolarmente religiosi. Mussolini da parte sua riferisce ripetutamente, con un atteggiamento amichevole, le visite di Padre Michele che porta generi di conforto ai soldati.

Quella italiana non è una “razza” è una stirpe. Mussolini razzista già nel 1915 ? Non sembra. Non ancora.

Egli prende atto, abbastanza spesso, di episodi di disorganizzazione dell'esercito. Ma non li enfatizza. La sua posizione di antimilitarista, pentito e convertito, non gli lascia troppo spazio di manovra nell'esercito. Deve stare attento a quello che scrive. Rinvia esplicitamente ad altri tempi il discorso su quello che non viene fatto dai comandi superiori per tenere alto il morale dei soldati.

E' un buon bersagliere e il 1 marzo 1916 riceve i galloni di caporale. Non sembrano molto fondate le testimonianze relativa alla sua mancanza di coraggio fisico diffuse più tardi negli ambienti antifascisti. E non è neanche particolarmente lamentoso per l'incidente piuttosto grave che gli è capitato. Rino Alessi (“Dall'Isonzo al Piave. Lettere clandestine di un corrispondente di guerra”) che lo ha incontrato in un ospedale delle retrovie trasfigurato dalla tempesta di schegge in ogni parte del corpo, salvando però la sua faccia, riferisce che Mussolini non sapeva perdonarsi di essersi ferito con le proprie mani. Mussolini è un attento osservatore della diversità dell'atteggiamento verso la guerra dei soldati della prima linea da quello dei soldati delle retrovie, delle classi anziane da quello delle classi giovani, dei contadini da quello dei cittadini.

Legge con avidità un volume di “Scritti” di Giuseppe Mazzini, che definisce profetici ma sconosciuti. Il riferimento al pensiero di Mazzini era comune a un largo settore di interventisti di sinistra ma è evidente, nel caso di Mussolini, che la sua fu una adesione molto superficiale, parziale al pensiero di Mazzini. La concezione mazziniana della nazione è fondata sul rispetto e il riconoscimento dei diritti di tutte le nazioni (ad eccezione dell'Irlanda) comprese quelle slave confinanti con l'Italia.

Il 6 maggio Mussolini riceve da un prete una copia dell'opuscolo di Giorgio Del Vecchio, “Le ragioni morali della nostra guerra” Il suo giudizio è acuto. Opuscolo bellissimo ma troppo difficile.

L'episodio della lettura dell'opuscolo di Giorgio Del Vecchio, diffuso dallo stato maggiore, è significativo data la personalità del filosofo del diritto, di orientamento nazionalista, che si era arruolato volontario nel 1915 comportandosi valorosamente al fronte. Del Vecchio si iscrisse nell'agosto 1921 al Fascio di combattimento di Bologna, e quindi si poté qualificare come fascista antemarcia su Roma.

Sempre nei “Taccuini mussoliniani” Mussolini afferma che egli ebbe come oppositori, a decine, i cattedratici di ogni disciplina tecnica, scientifica, economica, giuridica, letteraria perciò non poteva dimenticare che uomini come Riccardo Bachi, Giorgio Del Vecchio, erano stati, se non totalmente dalla sua parte, certamente favorevoli alla concretezza dei provvedimenti che il fascismo prese per orientare il paese (e, con il paese, l'Europa), verso nuovi sistemi di economia, e di cultura, tali da promuovere un effettuale unità nel continente.

Mussolini ricorda Del Vecchio come suo amico e di Alfredo Rocco. Rocco gli fu molto vicino nei mesi tempestosi successivi all'assassinio di Giacomo Matteotti.

La concezione del diritto di Del Vecchio era di derivazione kantiana e fu particolarmente esaltata dall'antifascista Silvio Trentin nella sua opera principale “La crisi del diritto e dello stato”.

Fra i discepoli di Del Vecchio vi furono Guido Gonnella e Giuseppe Capograssi. Del Vecchio i cui contributi furono frequentemente tradotti all'estero nel 1938 fu colpito dalle leggi antiebraiche.

Secondo Antonio Gramsci, (Quaderni del carcere, II, edizione a cura di V. Gerratana) il “Diario” di Mussolini è molto interessante e da studiare per trovarvi le tracce dell'ordine dei pensieri politici, veramente nazionalpopolari, che avevano formato, anni prima, la sostanza ideale del movimento che ebbe come manifestazione culminante i processi per l'eccidio di Rocca Gorga e gli avvenimenti del giugno 1914, la cosiddetta “settimana rossa.

Non è accertato che Gramsci abbia letto la prima edizione del “Diario” di Mussolini. E' molto probabile che si tratti di un ricordo delle corrispondenze lette sul quotidiano di Mussolini.

Il gennaio 1913 cominciò in Italia con tre eccidi nel giorno dell'Epifania. L'eccidio più grave avvenne a Rocca Gorga in Ciociaria (Lazio), con sette morti, fra cui un bambino di cinque anni, colpito dalla forza pubblica, e circa trenta feriti. L'eccidio provocò la generale indignazione (Giulio Trevisani, Storia del movimento operaio italiano, vol. III).

Mussolini scrisse subito su questo episodio un articolo, “Assassinio di Stato!" (Avanti 7 gennaio 1913).

La nota sulla letteratura di guerra di Gramsci è particolarmente complessa. Il “Diario” di Mussolini viene giudicato molto interessante non in confronto con le altre opere sulla prima guerra mondiale ma per quanto si potrebbe ricavare dalla sua analisi sull'evoluzione del pensiero politico e sulla azione di Mussolini in un momento fondamentale della vita politica italiana e del Partito socialista.

Dalla frequenza dei riferimenti all'eccidio di Rocca Gorga e alla “settimana rossa” negli scritti di Gramsci prima e dopo il suo arresto, si ricava l'impressione che egli mantenga degli interrogativi irrisolti sulla genesi del ruolo di Mussolini nella denuncia degli eccidi di contadini nel Meridione. Gramsci, più giovane di Mussolini, nel 1913 era nella fase di avvicinamento al movimento socialista nel quale la sua esperienza personale e diretta delle condizioni della Sardegna costituisce una forte motivazione della sua analisi del rapporto fra Italia del Nord e Italia del Sud.

All'avvicinamento di Gramsci al Partito socialista ha dato una forte spinta la componente emotiva originata dall'eccidio dei contadini di Rocca Gorga e dalla solidarietà dimostrata dai ceti popolari dell'Italia del Nord. Lo si ricava dall'articolo “La comemorazione di Missa Cavell”. L'articolo “Il Mezzogiorno e la guerra” del 1 aprile 1916 sul “Grido del popolo” contiene già una interpretazione organica della tragica storia delle due Italie.

Ma nella formazione politica di Gramsci la consapevolezza del ruolo decisivo di Mussolini nei mesi che vanno dall'eccidio di Rocca Gorga fino alla “settimana rossa” vi è anche il disprezzo, si direbbe il rancore (ancora non esplicitato) nei confronti del socialisti riformisti le “guardie bianche di Reggio Emilia”, il gruppo di milanesi che hanno diffuso nel movimento popolare dell'Italia del Nord le teorie razziste (C. Lombroso) nei confronti dei contadini poveri del Meridione.

L'evoluzione di Mussolini, il suo ruolo sono attentamente analizzati da Gramsci. La sua analisi del mussolinismo si può dividere in due fasi: prima e dopo l'arresto del rivoluzionario sardo avvenuto il 6 novembre 1926.

La prima è quella dell'attacco giornalistico, della lotta politica contro Mussolini e i due fascismi, quello diciannovista-romantico dei ceti urbani, anarchici, sindacalisti, socialisti rivoluzionari (il torinese Mario Gioda è un esponente significativo) e poi della reazione agraria. Gramsci (Sovversivismo reazionario, L'Ordine nuovo, 22 giugno 1921) dichiara che il passato sovversivismo del nuovissimo reazionario è un elemento il quale contribuisce non poco a tratteggiarne la figura. Mussolini prese la parola per la prima volta alla Camera dei deputati il 21 giugno 1921 e si era vantato di aver introdotto nel socialismo italiano un po' di Bergson mescolato a molto Blanqui.

Gramsci dichiara di voler sfrondare questo “mito mussoliniano”.

E si pone l'interrogativo, largamente autobiografico, sulle ragioni che gli consentono di vedere ridotti “a proporzioni tanto diverse di quelle che ci apparivano allora” gli atteggiamenti e i fatti mussoliniani. Mussolini ha preso del blanquismo soltanto la parte materiale. Lo ha fatto diventare qualche cosa di esteriore, lo ha ridotto alla materialità della minoranza dominatrice e dell'uso delle armi nell'attacco violento. La “settimana rossa” romagnola, tipico movimento mussoliniano, fu giustamente definita una rivoluzione senza programma. Il blanquismo nella sua materialità può essere oggi sovversivo, domani reazionario.

I borghesi italiani si sbagliano quando credono che Mussolini possa essere un creatore di storia, un rivoluzionatore di situazioni reali. E' incapace di saldare insieme gli anelli di una costruzione storica.

Il ruolo che Mussolini svolge indice della scarsa serietà della vita politica italiana. Mussolini è un epilettico, un esasperato esaltatore di se stesso, una mosca cocchiera.

L'analisi del mussolinismo diventa più articolata, meno legata dalle necessità dello scontro politico-giornalistico in “Alcuni temi della questione meridionale”, probabilmente l'ultimo scritto di Gramsci ancora libero, prima del suo arresto. Gramsci denuncia con estrema durezza il Partito socialista (in particolare la cricca dei Ferri, Sergi, Niceforo, Orano, ecc. ) che ha diffuso nel proletariato settentrionale una ideologia razzista contro il proletariato (i contadini poveri) meridionale.

Salvemini non accettò la candidatura proposta dai comunisti torinesi e propose Mussolini. Il mussolinismo, l'Avanti diretto da Mussolini, assieme alla democrazia cristiana è stato prima della entrata in guerra dell'Italia uno dei prodotti più salienti dell'epoca. L'Avanti mussoliniano è stato trasformato in una palestra dei sindacalisti meridionalisti. Mussolini era diventato il beniamino di Salvemini e di Prezzolini. Uscito dall'Avanti era circondato da questa coorte di sindacalisti e meridionalisti.

Nel periodo che va dall'eccidio di Rocca Gorga, fino alla “settimana rossa” il Mussolini socialista rivoluzionario dimostra definitivamente di non essere un capo (“Capo”, La costruzione del partito comunista).

La seconda fase dell'analisi gramsciana del mussolinismo e dei fascismi, quella dei “Quaderni del carcere” è diversa dalla prima, non condizionata dai tempi e dalle necessità dello scontro politico. La riflessione gramsciana (Quaderni dal carcere, I) sugli avvenimenti del giugno 1914 con il giudizio sull' “interessantissimo” saggio di Papini in “Lacerba”, “I fatti di giugno” che “deve essere ricordato anche per altre ragioni”, assieme agli scritti di Salvemini.

Il saggio di Papini (Quaderni del carcere, II) andrebbe nella direzione della creazione di una letteratura nazional-popolare. Certo Papini dimostra di conoscere bene le ragioni profonde del malessere popolare. Ma sopratutto denuncia l'inadeguatezza sia della borghesia e dei suoi governi nel riformare il paese legale sia dei partiti sovversivi, repubblicani, nel preparare l'insurrezione. I morti e i feriti della settimana rossa possono quindi non servire a nulla.

Gramsci ha una interpretazione dei fatti, dei protagonisti e degli analisti della “settimana rossa” che è molto articolata. L'eccidio di Rocca Gorga (Ciociaria), avvenuto il giorno dell'Epifania del 1913, sarebbe l'origine “reale” della “settimana rossa”, Sicuramente l'eccidio di Rocca Gorga per la campagna giornalistica condotta dall'Avanti di Mussolini segna una svolta radicale nella storia del Partito socialista e del suo atteggiamento nei confronti degli eccidi delle popolazioni meridionali.

Mussolini, come direttore dell'Avanti, e altri redattori o collaboratori del giornale furono processati e assolti. L'Avanti pubblicò l'opuscolo “L'eccidio di Rocca Gorga”,

Come ha osservato Renzo De Felice (Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920) Mussolini conduce una formidabile campagna di una incredibile asprezza e durata funzionale all'obbiettivo di annientare la minoranza riformista all'interno del PSI e di forzare la mano alla stessa maggioranza rivoluzionaria.

E' certo che la campagna giornalistica mussoliniana di denuncia dell'eccidio di Rocca Gorga abbia creato una clima politico favorevole alla successiva “settimana rossa”. Sicuramente Mussolini è stato l' esponente politico che ha collegato i due avvenimenti.

Il sistema giolittiano, corruzione in Padania e dintorni ma eccidi metodici e sistematici dei contadini poveri nel Meridione, entra in una crisi gravissima che coinvolge i socialisti riformisti. Il meridionalismo di Mussolini è strumentale, agitatorio ma costituisce una novità di enorme rilievo nella situazione politica italiana.

Gramsci critica Salvemini, uno dei suoi maestri, per la sua incomprensione del grande valore degli avvenimenti della “settimana rossa” “perché rinnovavano i rapporti fra Nord e Sud, fra le classi urbane settentrionali e le classi rurali meridionali:

L'eccidio di Rocca Gorga che è all'origine è tipicamente “meridionale” nel senso che è tipico della politica di Giolitti ma anche dei governi di tutti gli altri partiti. Secondo Gramsci, il fatto che dette origine alla settimana rossa si ebbe ad Ancona ma bisogna ricordare che l'origine reale fu l'eccidio di Rocca Gorga, tipicamente meridionale.

La politica tradizionale di Giolitti, ma anche dei governi di tutti gli altri partiti, era stata quella di rispondere per le armi ai contadini meridionali che elevassero una protesta anche pacifica contro il mal governo e le cattive amministrazioni degli amici di tutti i governi.

L'attacco di Gramsci a Mussolini, definito il capo della reazione italiana, già nel giugno 1921 si è riferito al suo passato sovversivo con l'aperto riconoscimento (autocritico ?) che gli atteggiamenti di Mussolini risalenti a quegli anni dovevano essere ridotti a proporzioni tanto diverse da come erano apparsi allora probabilmente anche al giovane Gramsci. La settimana rossa romagnola era stata definita, e Gramsci concorda con questa definizione, una rivoluzione senza programma.

Il blanquismo di Mussolini, secondo il comunista sardo, poteva essere nella sua materialità oggi sovversivo, domani reazionario, rivoluzionario solo in apparenza. Il blanquismo di Mussolini era caratterizzato dalla incapacità di saldare insieme gli anelli di una costruzione storica quanto il sovversivismo malthusiano dei D'Aragona e dei Serrati.

L'indicazione di studio di Gramsci nella nota “La letteratura di guerra” è molto significativa. Lo studio de "Il mio diario di guerra” è molto utile anche se si ricavano elementi diversi da quelli ipotizzati da Gramsci.

L'edizione della Biblioteca dei Leoni è manchevole, sopratutto mancano delle buone carte geografiche per orientare il lettore d'oggi molto lontano dagli avvenimenti narrati. Peccato per i numerosi errori di stampa.

Recensione
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