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Spie e servizi segreti della Serenissima

Il testo risulta essere una ridottissima edizione de “I servizi segreti di Venezia” (1999) dello stesso autore, docente emerito di storia moderna all'Università di Padova e storico validissimo.

I lettori che affrontano per la prima volta questo argomento, e si appassioneranno, scopriranno, con grande piacere, la possibilità di leggere il volume integrale del 1999.

Paolo Preto ha continuato, sviluppato, esteso ed approfondito la ricerca con “Persona per hora secreta. Accusa e delazione nella Repubblica di Venezia” (2003).

Rispetto al volume integrale del 1999 questa ridottissima edizione della “Biblioteca dei Leoni” dei “Servizi segreti” presenta delle belle e utili illustrazioni.

Nella copertina è fotografata una maschera umana grottesca che si trova ancora al primo piano del Palazzo ducale veneziano. Piuttosto inquietante. Ma si tratta di una lettura molto soggettiva del mascherone. Nella bocca della maschera veniva introdotta, per cadere nella cassetta, la denuncia segreta o anonima. Preto ha offerto nel capitolo del suo “Persona per hora secreta” (2003) intitolato “Maschera o leone ?'”e nelle Appendici: “Bocche di pietra ed epigrafi nella Repubblica di Venezia”, “Bocche di pietra ed epigrafi non più esistenti”, “Le denunce segrete”, una straordinaria lezione di rigore metodologico in una indagine storica.

Ha catalogato 80 bocche di pietra ed epigrafi ancora esistenti a Venezia e in Terraferma, 27 bocche di pietra ed epigrafi non più esistenti , trascritto il testo di oltre un centinaio di denunce segrete al Consiglio dei dieci o agli Inquisitori di Stato.

Se come è probabile, l'editore la Biblioteca dei Leoni pubblicherà una nuova edizione ridottissima di “Spie e segreti della Serenissima”, ritengo che sia utilissimo, indispensabile ai fini della comprensione della bella copertina inserire, come introduzione proprio il capitolo del secondo volume di Preto “Maschera o leone?”.

Come scrive lo storico, molti viaggiatori stranieri del Seicento e del Settecento e poi quasi tutti gli storici e romanzieri dell'Ottocento e Novecento chiamano “Bocca di (o) del leone la cassetta con la maschera ed epigrafe marmorea nella quale, a partire del Seicento, vengono gettate le denunce segrete, (le denunce segrete sono una cosa diversa da quelle anonime).

Ma il nome diffuso e accettato da molti storici, letterati e livello popolare è esatto ? Quasi certamente no. Preto afferma di non aver mai trovato nei numerosissimi documenti ufficiali della Repubblica di Venezia l'espressione bocca del leone.

Con le cassette (casselle) per le denunce siamo nel cuore della “leggenda nera” su Venezia e contro Venezia. Venezia città del dispotismo, dello spionaggio, della onnipotenza tenebrosa del Consiglio dei dieci e del Tribunale dei tre inquisitori di stato.

La diffusione della leggenda nera antiveneziana fa un salto di qualità quando nel 1819 Pierre-Antoine-Noel Daru pubblica la prima edizione della sua “Histoire de la République de Venise”, che comprende quaranta capitoli, chiamati libri come nelle opere degli storici romani, e 3273 pagine in octavo in cinque tomi, più due tomi di fonti e documenti giustificativi. Uno di essi, un Capitolare (o Statuti) degli Inquisitori di Stato, era un documento falso.

La storia di Venezia di Daru, Bernard Bergerot, “Daru intendant général de la Grande Armée” (1991) è una opera compilativa, di scarso valore storico. Ma ancora oggi è quasi impossibile non trovare citato il suo nome e la sua storia veneziana in ricerche di validi studiosi - Amelia Vianello, “Gli archivi del Consiglio dei dieci. Memoria e istanze di riforma nel secondo Settecento veneziano” (2009).

Come sanno bene tutti gli studiosi di Stendhal, grande ammiratore e amante dell'Italia e in particolare, giustamente, di Venezia , Daru era cugino dello scrittore e lo ha protetto durante tutta la vita. Stendhal non aveva nessuna stima delle qualità letterarie di suo cugino. Figurarsi delle sue capacità di storico.

Contrariamente al cugino Daru, Stendhal aveva espresso tutta la sua ammirazione non solo per Venezia ma anche per la civiltà e per il coraggio dimostrato dai patrizi veneziani che si erano arruolati nell'armata napoleonica di invasione della Russia.

Quali sono le spiegazioni probabili dell'incredibile fama, assolutamente sproporzionata al valore della mediocrissima storia veneziana puramente compilativa del cugino di Stendhal ?

Nel 1819 non erano ancora stato pubblicato il “Memoriale di Sant'Elena” (1823) nel quale Las Cases riporta il giudizio di Napoleone su Daru. Passando in rassegna le persone che lo aveano servito nella sua Casa, nel Consiglio di stato, nei suoi ministeri, Napoleone aveva affermato che Daru era uomo di una estrema probità, affidabile e grande lavoratore. Durante la ritirata da Mosca, la fermezza di Daru si era fatta particolarmente notare; e successivamente l'imperatore ripeteva spesso che Daru alla capacità di lavorare di un bue aggiungeva il coraggio di un leone. Un elogio straordinario.

Dopo la pubblicazione della storia veneziana di Daru, a Venezia si verifica una doppia reazione: da una parte a Venezia storici ed eruditi, spesso di notevole livello culturale e intellettuale, hanno demolito le tesi preconcette di Daru, anche sulla base di una riorganizzazione degli archivi veneziani.

Una demolizione che è continuata fino ai nostri giorni e che ha avuto fra i suoi protagonisti storici di grande valore come Gaetano Cozzi, ma dall'altra parte si diffonde tutto un genere letterario, sul filone dell'antiitalianismo, dell'antimacchiavellismo (romanzo nero, opere teatrali, opere liriche, quadri, ecc.) che ebbe uno straordinario successo in Italia e in Europa. Il valore culturale della produzione letteraria antiveneziana è assolutamente indipendente dalla realtà storica del sistema giudiziario di Venezia.

La più che motivata reazione degli intellettuali veneziani nei confronti dell'attacco di Daru è tuttavia pesantemente condizionata dai limiti che impone il potere imperiale di Vienna.

Il sistema giudiziario di Venezia deve essere però nettamente separato e distinto dal ruolo di repressione politica del Consiglio dei dieci e degli Inquisitori di stato che nelle seconda metà del Settecento accentua i suoi caratteri.

L'intervento del Consiglio dei Dieci fu perfettamente legittimo ed efficiente nel momento della cosiddetta congiura del marchese di Bedmar. I rappresentanti di Filippo III di Spagna , congiura o non congiura antiveneziana. erano sicuramente protagonisti attivi, più meno capaci, più o meno confusionari e velleitari di una politica permanente contro Venezia.

Nella scadenza dei quattrocento anni (1618) della congiura di Bedmar e del relativo intervento repressivo del Consiglio dei dieci probabilmente a Venezia assisteremo nel 2018 a qualche iniziativa di carattere culturale.

Il Consiglio dei Dieci e gli Inquisitori nel corso dei secoli hanno dilatato le loro funzioni, provocando spesso delle reazioni più che motivate dagli altri organi del patriziato veneziano.

Nella seconda metà del Settecento Venezia, come ha ricostruito in modo impareggiabile Franco Venturi “Settecento riformatore “ (1990), il patriziato veneziano ha espresso ancora intellettuali di grande valore. Ben altra era la situazione a livello degli organi statali sopratutto militari e in modo particolar nei settori diversi da quello navale.

La repressione esercitata dal Consiglio dei Dieci e dagli Inquisitori di Stato nell'agosto 1761 nei confronti di Angelo Querini e nel giugno 1780 nei confronti di Carlo Contarini e Giorgio Pisani sono la dimostrazione indiscutibile della incapacità della parte dominante del patriziato veneziano di affrontare la crisi costituzionale.

La repressione esercitata nei confronti dei protagonisti delle tentate “correzioni” “ è un episodio di lotta politica che è ben diverso per i suoi obbiettivi dal sistema penale veneziano.

gennaio 2018

Recensione
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