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Il sole del pomeriggio

Ho letto e riletto queste pagine di Costantino Kavafis, poeta greco moderno vissuto ad Alessandria d’Egitto tra il 1863 e il 1933, tradotte da Paolo Ruffilli, anche curatore e autore dell’introduzione di questo sottile volume che si legge con piacere e leggerezza. Conoscevo già l’opera di Kavafis e mi piace molto, sia per la forma, componimenti brevi, musicali, quasi senza rima né metafore, sia per i temi e i contenuti, quelli attentamente individuati nell’introduzione.

Le poesie che più mi emozionano sono quelle a contenuto omoerotico, dominate da una vera e propria ossessione per la carne, che viene fatta riemergere dal ricordo, spesso sollecitato dalla visione di un pezzo di realtà davanti agli occhi del poeta, un caffè, una casa, una stanza, un volto, che “illumina” la sua memoria e lo fa tornare indietro nel tempo, ora con nostalgia, ora con sensualità. Queste sono le più numerose nel volume; le altre, che ricostruiscono con tratto originale fatti storici dell’antichità classica o si soffermano, con modi altrettanto originali, su aspetti esistenziali, sono diverse nei temi ma simili nella visione del mondo sottintesa, che è quella di una condizione di scacco e impotenza, con pochi momenti di luce.

Kavafis era un grande decadente che sapeva come evocare malinconicamente il tempo passato e la fugacità della vita, ma lo ha fatto in modo originale rispetto al coevo decadentismo europeo, da una posizione geograficamente e psicologicamente “periferica” che gli ha permesso di poter dire la verità, tutta la verità, su se stesso, rivendicando la sua scomoda libertà in una società e un’epoca delle quali sentiva di non poter condividere tutte le regole.

Anche se, è mia opinione, in ogni epoca e società egli si sarebbe sempre visto e sentito come un uomo di minoranza, attratto dal proibito, dal vizioso, da consumarsi furtivamente con compagnie occasionali. Cioè, secondo me il suo era anche e soprattutto un tratto di personalità.

Un aspetto fondamentale di un volume come questo è la traduzione: è piuttosto libera, e dal greco moderno non credo che si potesse fare diversamente. L’importante è fare emergere ciò che l’autore vuole comunicare e adattarlo alla lingua del lettore, quella italiana; la traduzione di Ruffilli è fluida e scorrevole, si legge bene e riesce a catturare l’attenzione, spingendo a continuare la lettura.

Ci vuole poi una sensibilità da poeta per operare una traduzione che riesca a trasportare il lettore nel mondo dell’autore tradotto, e Ruffilli è riuscito, utilizzando una lingua semplice e chiara, a rendere bene le sottili atmosfere evocate e soprattutto i sentimenti, ora languidi ora violenti, che Kavafis cercava di esprimere, in un linguaggio altrettanto essenziale e diretto, attraverso la narrazione in versi delle sue esperienze personali.

L’introduzione è divisa in capitoli brevi e densi, e aiuta a capire che tipo di uomo fosse Kavafis, quale fosse il suo mondo ideale e da che cosa nascessero i pochi versi che ha scritto; veniamo così a sapere di una grecità profondamente sentita, di una omosessualità accettata ma anche vissuta in modo ambivalente, di una vita trascorsa nell’ombra, di un’opera pubblicata quasi integralmente postuma.

Chissà quanto di vero e quanto di creato c’è nelle poesie più personali di questo autore, chissà quanto la sua vita fosse davvero dissoluta e quanto invece mutò quando, ce lo dice egli stesso, virò verso “i termini dell’arte” e la realtà diventò per lui qualcosa di “tutto sentimento”. Probabilmente non lo sapremo mai, ma ciò che conta è la bellezza di leggere queste concise narrazioni in versi, limpide come cristalli, sincere e potenti, nelle quali Kavafis mette davanti al lettore le proprie esperienze della giovinezza, i propri sentimenti nostalgici e angosciati sulla vita, la vecchiaia e la morte, la propria visione stoica della storia.

A me, così d’istinto, pare che quando parla di sé “inventi” molto (non tutto), sull’onda di una viva fantasia; ma non è certo una critica questa, anzi non si può che apprezzare la creatività, sta alla base di ogni invenzione artistica.

“Il sole nel pomeriggio” è una lettura rapida, piacevole e leggera, nonostante i toni cupi della poesia di Kavafis, e può essere anche un modo per avvicinarsi a questo grande poeta, non molto noto, credo, in Italia (né all’estero, a parte forse la Grecia dove è studiato nelle scuole).

Ci sono altri di volumi di Kavafis disponibili in libreria, conosco quello Mondadori con testo a fronte a cura di Filippo Maria Pontani (alla cui memoria Ruffilli co-dedica questa opera, insieme a quella di Tino Sangiglio, che ha collaborato alla traduzione): mi pare più “pesante” e un po’ datato come traduzione, molto diversa da quella di Ruffilli, più “moderna” e “leggera”, con una resa colloquiale, ma puntuale ed efficace, del testo.

La scelta delle poesie è originale, accanto a quelle più note e più pubblicate Ruffilli ha scelto di inserirne non poche di meno conosciute per dare un quadro più ampio, e personale, dell’opera di Kavafis. Valida secondo me anche la scelta di non inserire il testo a fronte, come fanno alcune delle altre edizioni; tanto il greco moderno non lo conosce quasi nessuno, allora meglio concentrarsi sulla traduzione nella lingua madre del lettore, senza distrazioni e senza un numero doppio di pagine.

Concludo ringraziando Paolo Ruffilli per aver proposto questo breve ma non piccolo volume: è un’opera offerta al pubblico con la certezza che, se anche un solo lettore ne uscirà con i propri orizzonti culturali ampliati, egli ne avrà pieno merito e una soddisfazione impagabile.
Recensione
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