Servizi
Contatti

Eventi


Natura morta

Le mie impressioni di lettura sull’ultima opera poetica di Paolo Ruffilli non sono troppo organizzate perché penso che siano più vere ed esatte se esposte nell’ordine in cui mi vengono alla mente.

Innanzitutto, molto bella la veste grafica e editoriale. E poi, si tratta di più di cento pagine di versi più un saggio, non sono poche.

Prima impressione: Natura morta non è un libro facile, c’è dentro molto studio, molta riflessione, molta attenzione, molta precisione. È forse il più difficile dei libri dell’autore tra quelli che ho letto. E anche scrivere queste impressioni, cosa che faccio progressivamente durante la lettura, non è facile.

Tanti e fondamentali i temi trattati, spesso intrecciati tra di loro: troviamo l’io, la realtà, la ragione, la morale, la psicologia, il tempo e lo spazio, la natura, molti propri in generale più della filosofia o della scienza che della poesia; ciò dà alla raccolta una grande originalità. Forse per questo è il libro più importante di Ruffilli.

Mi ha ricordato un po’ Wallace Stevens: non nella lingua, perché Stevens era bizzarro e spesso anche astruso (“modernista” nel senso anglosassone) mentre Ruffilli, pur non utilizzando un linguaggio particolarmente semplice, è molto preciso e attento, ma nei contenuti, che sono trattati razionalmente; in estrema sintesi, si tratta del rapporto tra l’io che osserva e la realtà interna ed esterna all’uomo.

Questo volume è, in altre parole, una sintesi poetica di tanta parte della varietà dell’esperienza umana, in se stessa e nel mondo.

Lo stile è quello classico dell’autore: breve, sintetico, spezzato, fatto non di effusione o di elegia, ma di ragionamento, da poeta tutto mentale. Ruffilli non è né un ingenuo né un sentimentale, secondo la definizione di Schiller, ma un intellettuale, praticamente all’opposto, lontano da gran parte della tradizione poetica europea.

Ogni poesia è una concisa e ritmica sintesi di un pezzo di realtà e di riflessione, del quale l’autore cerca di andare a fondo fino all’essenza intima, biologica, psicologica, sensoriale o di altro tipo che sia. Un compito difficile, anche per un poeta che è un po’ più libero di un filosofo o di uno scienziato. Quando è trattata la realtà della condizione dell’uomo a volte sembra di leggere un trattato in versi di fisiologia, parola importante per Ruffilli (a cominciare dalla fisiologia dell’amore, e poi del bere, del mangiare...).

La conclusione mi sembra quella della ineliminabile ambiguità e contraddittorietà della realtà e dell’esperienza umana; essa emerge per contrasto, non per affermazione. E ciò è evidente non solo per il contenuto dei versi, ma anche per la forma, con quelle righe brevi e contorte che si legano e si intrecciano tra di loro facendo capriole e giravolte sintattiche e semantiche.

Il verso breve, il ritmo battente, come un martello che scandisce il ragionamento, e l’enjambement, tecniche fondamentali della poesia di Ruffilli, aiutano in questo frantumando l’unità del verso e scombinando il testo, cosicché si cerca di arrivare alla fine quasi con l’ansia di capire dove l’autore voglia andare a parare. E c’è sempre una conclusione amara e sorprendente, spesso anche ironica o sarcastica.

Ma ciò non significa assenza di partecipazione; c’è distacco razionale dovuto alla natura del modo di pensare dell’autore, non assenza di partecipazione (sono parole di Montale); Ruffilli è lontano dal Monti “poeta del cuore in nessun modo”, come lo definì Leopardi.

Le poesie sono tante, tutte simili e allo stesso tempo diverse tra di loro, ma vanno viste come un insieme, un corpo organico che si sforza di ragionare sull’essenza dell’uomo e del mondo. Non possono essere prese singolarmente, e il volume si comprende solo leggendolo tutto.

Anche se, aprendo il libro a caso e leggendo quello che è scritto sulla pagina, si rimane sempre colpiti dalla precisione dei contenuti e dal modo in cui sono espressi, e si capisce dove l’autore vuole arrivare. Questo vale anche per gli altri suoi libri di poesia che ho letto.

Il saggio inserito in coda aiuta la comprensione. È interessante.

Niente è più coerente di un’ossessione”, una grande verità. A parte questo, sono spiegate sinteticamente le idee dell’autore sulla poesia e la sua visione del mondo, e per chi come me ha letto parecchi suoi libri, si ritrovano tante cose, a cominciare dal perché dei titoli delle raccolte. Io ho un po’ gli stessi suoi gusti (anche pittorici, almeno a giudicare da alcune copertine tratte da opere di Jack Vettriano e Edward Hopper, pittori che espongono la realtà nei suoi tratti profondi mettendo in scena cose quotidiane), perciò mi ritrovo molto in quello che ha scritto.

Condivido l’idea del computer come estensione della memoria; anche io da tanti anni non ne posso fare a meno, e utilizzarlo libera spazio e possibilità operative per il cervello. Se perdessi il mio computer con tutti i suoi quindici anni di lavoro in memoria avrei veramente una crisi di identità.

E condivido anche l’idea che le parole siano “migliori” della realtà (Ramuz diceva: “exprimer, c’est agrandir”), senza per questo avere un’opinione negativa della realtà, dalla quale partono e devono partire necessariamente ogni idea, ogni riflessione. Questo fa sì che i versi di Ruffilli siano sì un continuo rimbalzare tra la realtà e la sua visione di essa, ma restino sempre lontani dall’estetismo un po’ fine a se stesso, quello alla Oscar Wilde, per il quale la fantasia è la vera realtà.

In sintesi: un libro bello e complesso, un alto risultato artistico che presenta tratti di grande originalità; improbabile trovarne uno simile. Ciò vale per tutti i libri di poesia dell’autore: se ne accorse, di nuovo, Montale tanti anni fa.

Quando Baudelaire scrisse le sue poesie più belle, come Le chat, fu coperto di ridicolo perché si pensava che la poesia dovesse trattare temi alti, epici o lirici, e non potesse parlare di un gatto; invece Baudelaire era un innovatore che rompeva schemi e cercava l’originalità, parlando di temi universali, ma visti da una prospettiva più vicina all’esperienza quotidiana delle persone. Proprio come fa Ruffilli, anche se certamente egli è più moderno, i suoi temi sono trattati diversamente come stile e si concentra, in questa raccolta ma un po’ in tutta la sua opera, sulle realtà fondamentali dell’esperienza umana viste attraverso un’ottica fermamente razionale.

Con Ruffilli la poesia è passata dagli eroi e dalle fanciulle rapite al moto, all’accelerazione, al pane e al vino, percorrendo tutto l’arco tematico fino all’estremità opposta.

Ho lasciato decantare queste impressioni per vari giorni, spero che si capisca quello che voglio dire. Oltre che non troppo organizzato, ho cercato anche di essere abbastanza sintetico perché credo che poche parole siano meglio che troppe; e penso che Paolo Ruffilli sia d’accordo con questa mia convinzione. Già la poesia è un’arte sintetica, lui poi è il più sintetico di tutti.

Concludo dicendogli: bravo.

E aggiungo: dopo questo volume così corposo e di sintesi, non so come potrà essere il prossimo... buon lavoro!
Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza