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Variazioni sul tema

Questo denso e corposo volume, un’antologia che raccoglie per la prima volta editi più o meno antichi e nuovi inediti, è un canzoniere dalle mille voci che ripercorre buona parte della carriera di Paolo Ruffilli. Un lettore di poesia contemporanea non potrà che apprezzarlo. È una continua sorpresa: ogni pagina contiene qualcosa di diverso dalla precedente e dalla successiva, e si resta sempre sorpresi dalla acutezza con la quale Ruffilli tratta, nel suo consueto stile breve, ritmico, spezzato, poco punteggiato e talvolta rimato, tanti aspetti della condizione umana, con attenzione psicologica, filosofica, sociologica ed esistenziale. Spesso mi sono ritrovato a sorridere compiaciuto, immedesimandomi nelle parole che avevo appena letto. La gravità dei temi trattati è esaltata dal tono distaccato, freddo e sarcastico; talvolta una certa ironia e persino autoironia sono presenti, ma non alleggeriscono la lettura, anzi semmai provocano una accentuazione della angoscia sottostante a molti dei pensieri e dei concetti espressi.

Il meglio dell’opera di Ruffilli (e forse anche molta della sua vita?) è racchiuso in queste pagine così multiformi. Non poche le avevo già lette, molte sono nuove, ma quello che già conosco bene è il fatto di sentirmi spinto, come lettore, a continuare a leggerle, di pagina in pagina, di miniatura in miniatura, di cristallo in cristallo, per scoprire che cosa di nuovo l’autore ha sottoposto alla chirurgica analisi del suo pensiero, che poi sintetizza e cola negli stampi dei suoi versi brevi in un modo che unisce la concentrazione alla potenza espressiva.

In tutta la seconda metà del volume, restando brevi i versi, le poesie si fanno più lunghe e articolate, ma anche qui valgono le stesse considerazioni, la sostanza non cambia: se l’autore ha esteso e variato la forma per allargare e specificare l’analisi che svolge della condizione umana, come nei franti spezzoni esistenziali di “Camera oscura”, le impressioni che se ne ricavano sono le stesse delle sue liriche più brevi, più classiche. Che sono quelle che mi piacciono di più: in dieci o venti righe corte e affilate Ruffilli si esprime al suo meglio (“La notte bianca” e “Paesaggi con figure” in questo volume, e i volumi autonomi de “Le stanze del cielo” e il canzoniere amoroso degli “Affari di cuore”).

Il risultato dello sforzo compositivo dell’autore è quasi sempre sgradevole, nel senso che instilla pensieri sgradevoli, assai spesso sarcastico, e provoca una pungente angoscia e un insistente disagio nel lettore; penso che questi siano effetti volutamente cercati, e Ruffilli ci riesce molto bene. Alcune volte, come già osservato, si tiene un po’ più sul filo dell’ironia, ma non è mai un’ironia leggera, che spinge al sorriso.

La poesia di Ruffilli è una poesia sempre molto simile a se stessa, varia poco e non risente del momento storico e del passare del tempo. È una poesia intellettuale, ragionata, scarna, precisa, lieve ma non leggera, non consolatoria, ossessiva, angosciosa ma in modo non emotivo, bensì fermo, fisso, raggelato e raggelante.

Penso che attraverso la poesia egli intenda fermare questa angoscia sulla carta, fossilizzandola, come in un tentativo di esorcizzarla. E lo fa con una tenacia, formale e sostanziale, incrollabile nella sua insistenza, nella sua fissità. Ne emerge come una sorta di fotografia statica della vita umana in generale, della possibile vita di tutti, con le sue gioie e le sue amarezze da vivere e da accettare, come sintetizzato nei pungenti e ironici versi inseriti in copertina.

E se questa è l’idea che l’autore ha della vita, la poesia, che di vita si nutre e la vita descrive, non può che essere anch’essa così. Girare la testa dall’altra parte, prendere o, peggio, prendersi in giro, non porta da nessuna parte. E Ruffilli lo sa bene e non lo fa, non si tira indietro e va a fondo nelle sue rapide, ragionate, cesellate, sarcastiche riflessioni sulla condizione umana con “stoica” fermezza; almeno così, penso, si sente vivo. Né vivere diversamente, credo, gli piacerebbe (e nemmeno a me). E poi, penso che sia giusto ritenere che un poeta possa e debba andare là dove le altre persone si fermano, dove non vogliono andare o dove non hanno occhi per vedere.

Ultime note: bella edizione, impaginazione e grafica nitide e curate; contiene anche tre brevi saggi (di Raboni, Sereni e Pontiggia) esplicativi dell’opera di Ruffilli, che la completano.

Recensione
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