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Per un’etica dell’apparenza

In un luogo dove finalmente tace la chiacchiera, ove giace, autocombusto dal suo stesso fuoco, sprofondato, il trionfo confuso “delle parole”, nell’umidità (dello sguardo?), che ascolta in “radice”, e dall’”umidità”, da cui nasce pura ogni vita, prima ancora che il pensiero si formuli, lì la Parola attende, “lungo il suo “tacere”, nel “… franare delle | Feste sceniche sul loro | Fondamento. ||....si legge nella poesia d’esordio, intitolata L’ignoranza del corpo, alla p. 9, della prima sezione del volume di poesia Strategie dell’occhio di Francesco S. Mangone, intitolata Genealogia del corpo umano (2006), ad introdurre il lettore nel gioco arduo dello sdoppiamento, per poi condurlo attraverso un itinerario scomodo, ma profondamente gratificante di un continuo spiazzamento. Non vi è appartenenza in questa sosta precaria dell’esistere sulla Terra, si sta sospesi come insetti nella tela nell’apparenza, nel gioco illusorio di ciò che lo sguardo, bifronte, ambigua divinità, sa o vuol cogliere, “Chiudi gli occhi e vedrai! Udì dall’incubo Stephan/Dedalus.” (ibidem, p. 9). E perché la parola parli si deve “attendere” che taccia una sorta di “Buon senso appiccicoso, |  che cattura “mosche vagheggine.” (ibidem, p. 9)

Nella pazienza quieta di uno spazio specifico, appositamente ricercato, auto emarginato, anarchico, fiorisce nuovo, inudito, nella sua virginale semplicità, il pensiero. Forse proprio in quell’”animale” che “resta accucciato” in “qualche parte della mente”, p.12, riscattata dalla “Ragione” “nel tempo indefinito” risiede la salvezza di un ritorno di verità dal nostro sguardo sul mondo.

Ed è lo sguardo sulla realtà delle cose, una “vecchia specchiera”, …una sorta di ”monocchio polifemico”, (L’occhio della consolle), p. 17; un artificiale “raddoppio”, dentro “cartigli e cornici” p. 18, una “capovolta teologia migrante” (anche grazie alla “TV”), tra “il di là veduto e sorto nell’aldiquà | Mortale”, p. 19, che è “Certamente | Il luogo eletto agli inganni”, dove “indugiano generazioni confuse di guardanti”, p. 20 .

Una relatività senza riposo, un continuum di soggettivismi aleatori i rimandi da parte degli oggetti, in particolare, fra cornici, arabeschi, quinte teatrali, la “sorpresa” dell’”apparire”, il fascino apparente degli oggetti di uno sfrenato consumismo, di una “gamma infinitesima di merci”, da cui il Nostro desidera con tutte le sue forze “stare fuori”, come “Dalla bulimia del soggetto”p. 22, per restare, invece, sotto il “Tetto” della sua “Stanza” dove “L’Infinito delle Parole | Tesse trine di ragnetti illuminati, | a prender mosche(le incaute lettrici): | Presso il limite!”…p.23. Ed è questo sostare sul limite all’abisso, della follia, questo spaesamento beato, ad attrarlo irresistibilmente, come “pausa” alla pena d’esser vivi.

Nella sezione Poemetti (2004-2006), “un sentirsi pago nel veduto”, p. 27, è attimo di lusinga ingenua, illusoria allucinazione, abbaglio di pienezza d’essere: “Appena grati d’esser centro (nell’incerto | Del mostrato), nel rafforzare l’errore d’esser uno.”, p.28, consci della trappola ammaliante, dell’inganno ottico della nostra, irrealizzabile, interezza.

Ne Il dolore che ci tiene, pp.29-32, si legge: “Presso i bordi delle cose: | I limiti esterni | ”, ove “…s’avvia il baratro”…”incastonato nello spasimo”,..”sul ciglio di ciò che è pronto a divenire “altro”; qui si sprigiona il fascino irresistibile, de “l’aperto della luce”, “quello stare” beato “l’uno presso l’altro come canto corale glorioso”, nell’idea iniziale “di ori lontanissimi”, “di “uno zaffíro nel celeste” inevitabilmente “usurpato dal sangue!”(p. 29). E ancora: “Fedeltà e tradimento | Furono reciprocamente invocati, | Sguardo e cosa si risolsero | In un trattato che fa la cura dell’attesa dolcissima.”, p. 31. Splendida sintesi gnoseologica e, insieme, una dichiarazione d’amore, tuttavia incondizionato, alla vita; dell’occorrenza dell’esperienza alla nostra erronea natura e dell’inevitabilità della logica della delusione, per l’assoluto che sfuma via, proprio quando si è lí per coglierlo. Ma ecco il rimbalzo, il riflusso, la restituzione: “Il ritorno del Ruolo, (la necessità della trama).”, per provare ancora, eroico sforzo estremo ad evadere l’inganno, muniti di questo solo fragile corpo, p. 36: “per questo accordo che il corpo | Disegna nello spazio.”, p. 37. ; inane tentativo: “Inutilmente ci afferriamo alle parole | Come i morti alla vita, le | Radici alle zolle fangose…”, “Dove sono dunque, i miracoli che la vista non coglie?”, p. 39.

Ed è nella sezione La macchina di parvenza, p. 41 che il gesto d’offerta del mondo materiale e delle cose alle nostre mani “Da cui solo la pelle finissima ci separa, | Qual infinito abisso”, p. 42, apre alla speranza di poterli cogliere nella loro pur minimale verità: “…è dono scambiato: | un reciproco | Portarsi alla luce!…”, p. 43. E questo gesto, che si consuma principalmente negli occhi, può essere applicato anche fra esseri in spirito, pur nella coscienza che il riscontro potrà essere frustrante, la ricerca vuota e l’esperienza dolore: “A tessere le mie mani di ragno, con la vana certezza | Di estinguere l’infinito.”, p. 45.

Nell’ultima sezione, L’assedio degli occhi (Colloquio sulla necessità che il tradimento giustifichi un destino), si perfeziona quanto sopra espresso, circa l’umano itinerario, ardente di passione, che può seguitare dall’erroneo provenire da rifrazioni ottiche illusorie. Ma non è questo tanto un problema di svista, poiché “…nei riflessi dell’acqua –anch’esse- si lasciavano marcire.”, p. 48, riferito allo specchiarsi delle navi mercantili al porto, quanto di un errore dell’anima, “(Onde per cui gli occhi | Decisero del destino della Terra”, p. 49; vale forse a dire: l’abbaglio, quando vaghezza è presa per vero, ci può far comportare come davanti a porcellane di Limoges “Entro le vetrinette…in bella mostra, presso | L’occhio che le cinge d’assedio | E le lascia venire nella patria d’uno sguardo”, p. 50; il riflesso artificioso eletto a verità, può condurre a rovina i destini dell’uomo, che basa il suo condursi, troppo spesso, su quel che cade sotto il suo sguardo vorace e goloso di ciò che vuole o crede di vedere, nel bene e nel male.

Va dunque considerata con cura vigile e solerte la doppiezza dello sguardo, su Oriente, che è visto dal Nostro come offerta, fedeltà, nascita, e Occidente | Ponente, cifra di catastrofe, silenzio, parvenza, tradimento e morte, considerandoli con attenzione estrema, sostando, in ascolto dai bordi dell’abisso, perché, e qui mi torna alla memoria, utile e diletta, l’icastica, luminosa affermazione di Francesco S. Mangone, “sguardo e cose si invocano”.

Recensione
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