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La donna del ventesimo secolo. Dal can can al charleston

La donna del XX secolo, almeno nella sua prima metà, è quella che ci racconta Anna Gertrude Pessina nella sua ultima fatica letteraria, edita da Manni editori.

Da scrittrice e critica di razza la Pessina si inoltra, con la sua scrittura preziosa e raffinata, nel mondo complesso, conflittuale della prima metà del Novecento, facendone emergere tutte le inquietudini e le ansie innovatrici, raccontandolo attraverso figure femminili di eccellenza, riesumate dalla”polvere della letteratura dimenticata e dal tumulo dell’oblio”, perché siano finalmente, soprattutto per la penna di una donna, conosciute e apprezzate come meritano.

Dunque, narrazione al femminile, condotta con varietà di tecniche, con stratagemmi narrativi, che propongono al lettore una chiave di interpretazione diversa dalla tradizionale presentazione frontale, coinvolgendolo con leggerezza, non scevra da un pizzico di frivolezza, di interviste immaginarie e immaginifiche, con l’introduzione di Siparietti, che conducono con piede leggero nei meandri di personaggi ambiziosi e trionfanti, nelle pieghe sottili di animi sensibili e raffinate menti letterarie. Il racconto così,danzante tra cancan e charleston, dipana e costruisce la storia, in qualche modo alternativa, perché guardata infilandosi attraverso altre pieghe, in una prospettiva al femminile, eppure strettamente intrecciata a quella ufficiale,drammaticamente conflittuale di anni cruciali, che hanno stigmatizzato il nostro Novecento.

Sulla passerella letteraria, costruita dalla Pessina, sfilano donne di spessore sia nel bene che nel male, le quali hanno riempito le prime pagine dei giornali dell’epoca con la forza della loro bellezza, come la bella Otero, la contessa Lara, Lina Cavalieri; con il mistero avvolgente di “luci e ombre”, come Mata Hari; con la forza del loro intelletto e della loro penna, come Matilde Serao, Carolina Invernizio, Sibilla Aleramo, Ada Negri, Amalia Guglielminetti. Donne che con armi diverse provano a farsi strada e ad imporsi sulla scena del mondo, che con scelte sofferte, infelici o vincenti, hanno saputo scrivere un nuovo, diverso racconto, dando una trasgressiva sterzata al codice di marchio maschile, fino ad allora indubbiamente dominante.

Tuttavia, non ci si lasci ingannare dalla leggera teatralità, messa strategicamente in azione dall’autrice per intessere fregi al vero, alla maniera tassiana, con l’intento di rendere allettante la complessa materia trattata; l’ouverture e gli intermezzi, che si frappongono alle voci femminili, ci offrono il quadro esaustivo di un’epoca, che, dalla Bella Époque alla tragedia del primo conflitto mondiale, segna la scena iniziale del cosiddetto secolo breve” e che, invece, si rivela denso di avvenimenti, proprio attraverso le tensioni socio-politiche, che precedettero la catastrofe, riuscendo ad imprimere un’inattesa accelerazione trasformatrice.

Ed è da tenere, infine, nel giusto conto anche la ricchezza delle note, croce e delizia di ogni lavoro critico, che meriti questo nome, nutrite di ampie informazioni, frutto evidente di elaborate ricerche e di scientifica precisione.

L’immagine di copertina fa da apripista: la danza, l’abbigliamento, il progressivo avanzare dell’universo femminile, non più relegato, a partire dalle cronache fino al gotha del mondo intellettuale, a domestiche virtù e ad obbedienze servili, costruiscono tassello per tassello il puzzle in cui convergono la storia, anche quella del tempo che attendeva di essere sdoganata, la letteratura, il teatro e soprattutto le vicende umane, esistenziali e sociali, che lusingano i sensi con il materiale di una “femminilità inattingibile”, e stimolano la riflessione, nel vortice di un palcoscenico, su cui folleggiano “vita spumeggiante” e tragiche sconfitte; un palcoscenico che ignora triti convenzionalismi e inaugura una nuova stagione di irrinunciabili affrancamenti, dalla quale non si torna indietro.

Insomma, la Pessina trova con questo suo lavoro l’occasione per sbozzolare con stile vario e vari registri le travolgenti trasformazioni in corso in questa prima parte di un secolo appena trascorso, che ci appartiene tutto intero ma che attendeva ancora di essere attraversato nelle sue sfumature più riposte, nella maniera originale e assai poco “ortodossa”, alla quale ci ha ormai abituato la nostra autrice. Non ci resta, allora, che attendere il seguito di un discorso che dilata i nostri orizzonti e arricchisce a passo di danza l’universo novecentesco.

Recensione
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