Servizi
Contatti

Eventi


Cinque notti a camminare / Age of thunder

Biografia dell’autore Frederic Prokosch

Nato a Madison, Wisconsin, da genitori austriaci (il padre era insegnante di tedesco e studioso di lingue indoeuropee, la madre pianista) il 17 maggio 1906, Prokosch studiò a Yale a Cambridge. Il suo primo romanzo, Gli asiatici (1935), ambientato in un Oriente immaginario, fu un successo mondiale, accolto con entusiasmo da scrittori come Thomas Mann, André Gide, Albert Camus. Romanziere, poeta, collezionista di farfalle, condusse una vita nomade, frequentando gli ambienti letterari e artistici internazionali. Nel libro di memorie Voci (1984) rievocò i suoi incontri con alcuni tra i più grandi scrittori del '900. Negli ultimi anni della sua vita si stabilì nel sud dellaFrancia, a Grasse - Alpi Marittimedella regione dellaProvenza-Alpi-Costa Azzurra - dove trascorreva il tempo "tra partite di bridge con i vicini pensionati”, molte letture e la cura di una piccola casa editrice di testi che scriveva a mano e illustrava con delicate incisioni. È morto il 2 giugno 1989 a Grasse (Francia).

Opere tradotte in italiano

The Asiatics, 1935 (Gli Asiatici, traduzione di Carlo Coardi, Bompiani, Milano, 1937; Mondadori, Milano, 1956; traduzione di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1986)

The Seven Who Fle (1937 (Sette in fuga, traduzione di Bruno e Quirino Maffi, Bompiani, Milano, 1949; I sette in fuga, traduzione di Lucia Olivieri, Fazi, Roma, 2002)

Age of Thunder, 1945 (Cinque notti a camminare, traduzione di Mario Figarolo, Bompiani, Milano, 1948; Mondadori, Milano, 1956-58-60)

The Idols of the Cave, 1946 (Gli idoli della caverna, traduzione di Beata Della Frattina, Mondadori, Milano, 1951)

The Wreck of the Cassandra,1966 (Il naufragio della Cassandra, traduzione di Luciano Savoia, Longanesi, Milano, 1969)

The Missolonghi Manuscript, 1968 (Il manoscritto di Missolungi, traduzione di Luciano Savoia, Longanesi, Milano, 1968; Adelphi, Milano, 1989)

Voices: a Memoir, 1984 (Voci, traduzione di Gilberto Forti, Adelphi, Milano, 1985)

Cinema

Dal suo romanzo The Conspirators del 1943, è stato tratto il film I cospiratori, interpretato da Hedy Lamarr, Paul Henreid, Sydney Greenstreete, Peter Lorre.

Il Romanzo

Sintesi dei cinquanta capitoli a cura di Ferruccio Gemmellaro.

La straordinarietà di quest’opera è che gli argomenti riportati restano ognora di consistenza, specie ove riferiti alle guerre di oggi e alle nazioni europee.

I dialoghi dei personaggi sono speculari del romanzo e il testo tra parentesi - descrittivo e di riflessioni - s’intende “voce fuori campo” dello scrivente curatore, a mo’ di traduzione teatrale.

Luogo d’incipit

osteria Alta Savoia

Oste e moglie, questa una figura di passata sensualità

Personaggi in attesa essenzialmente di un paracadutista che si unirà a loro per raggiungere la Svizzera

Costantino vecchio curato savoiardo

Albertina sua sorella contadina

Yernaux signore con gli occhiali - avvocato francese

Ulisse piccolo uomo - pittore (parigino)

Amedeo suo angoloso amico – poeta (parigino)

Quivar negro delle Antille ma naturalizzato francese – la guida

Jean Nicolas Martin un giovane di nascita egiziano, di madre francese e padre americano

Milliquet il paracadutista

1 Costantino il curato: Tra poco sarà troppo tardi

Albertina la sorella: Troppo tardi? Troppo tardi? Ascolta, Costantino, non sarà mai troppo tardi. Mai capisci?

Amedeo amico di Ulisse il pittore: Il destino d’Europa pende su noi come una goccia d’olio dalla punta di un ago. Noi aspettiamo e duriamo ad attendere. Quando la goccia cadrà, sapremo se vivremo o se morremo.

2[Calata del paracadutista partigiano Milliquet nel vicino bosco.]

3[Ispezione nell’osteria di militi collaborazionisti sopraggiunti alla ricerca del paracadutista.

La moglie dell’oste riesce a gestire la situazione essendo suoi compaesani.

Dopo il loro congedo entra in osteria Milliquet con un cappello nero e subito dopo appare il giovane Martin che si associa alla compagnia.

Il viaggio verso la Svizzera è previsto in tre notti.]

Prima notte di cammino

4 [Su un carro verso la frontiera svizzera assistiti da Milliquet il paracadutista.

Sono bloccati da una pattuglia tedesca ma il falso lasciapassare di Milliquet è considerato valido.]

Amedeo amico di Ulisse: Tutta la vita, oggi ha questo torpore, questo senso d’irreale. Tutta la vita è diventata un sogno.

Ulisse il pittore: No, Amedeo, è la guerra il sogno. Un giorno o l’altro ci sveglieremo; svanirà il sogno allora, e perfino il suo ricordo svanirà… saremo di nuovo felici.

Amedeo amico poeta di Ulisse: Questa guerra durerà finché vivremo. Anche quando avremo finito di uccidere e si sarà ricostruito sulle rovine, la guerra continuerà in noi. Nessuno potrà risanare i nostri poveri nervi.

[E Amedeo non può aver torto anzi, la Seconda guerra mondiale non è proseguita solo nelle coscienze ma ha avuto, oltre al genocidio nucleare, il tragico proseguo in Corea, nel Vietnam e in Jugoslavia.

Polemica sul “maquis” (lotta partigiana) e sulla condotta dei “maquisards” (partigiani).]

Amedeo amico poeta di Ulisse: C’è il grande e il piccolo, il selvaggio e l’intellettuale, quello di sinistra e quello di destra, il prudente e il pazzo…

[Sono affermazioni ricorrenti ancora oggi quando si affronta la questione dei partigiani. Una sola cosa tuttavia è vera; il movimento partigiano non sarebbe sorto se non ci fosse stata la maledizione nazi-fascista.]

5 - 6 [Durante l’attraversamento di un lago in barca.]

Yernaux l’avvocato: …Preferirei che il mio paese (Francia) fosse povero e debole ma composto di uomini liberi piuttosto che ricco e potente e abitato da schiavi.

[Queste parole però mi hanno spinto in un ritroso storico a Fouché che al cospetto di Napoleone si pregiò nel dire che “Noi siamo gli antichi Galli, non sopportiamo l’oppressione ma non ci piace la libertà degli altri”.

All’approdo, il sacerdote Costantino e la contadina Albertina sua sorella abbandonano la comitiva per dirigersi verso Talloires.]

Ulisse il pittore: Dove dormiremo durante il giorno?

Quivar il negro: “Sulla terra che è di Dio, sotto il cielo che è di Dio”.

[Milliquet nota nelle parole del negro un’intonazione come una sorta di antagonismo e ha un lampo di sgomento.]

7 [La comitiva entra nel bosco.

Milliquet soffre di attacchi d’asma e intanto si chiede dove siano andati a finire gli altri suoi compagni paracadutati e continua a proseguire facendo da esperto accompagnatore.

Attraversano un villaggio distrutto o dai partigiani o dai tedeschi.

Jean-Nicolas il giovane, Ulisse e Amedeo osservano le stelle e Amedeo vede in esse la natura quale unica amica in quella devastazione.]

Amedeo (l’amico di Ulisse): se pensi alla natura come a un alleato, ne sarai certamente distrutto. La natura osserva e aspetta pronta a divorare, anzi pronta a polverizzare. Le stelle ci guardano come gatti la preda.

[Qui l’unica riflessione che viene in mente è che Amedeo intenda che in tempo di guerra non ci sia spazio per la poesia, poiché soffermarsi nell’ammirare la natura si concede al nemico un vantaggio che può essere fatale.

Gli altri tre, il negro Quivar, l’avvocato Yernaux e la guida Milliquet sono seduti a fumare e sognano ad alta voce che cosa avrebbero fatto se fossero a Parigi in pace.

Poi Milliquet riprende il fucile e invita a riprendere il cammino.

Un secondo fucile è in mano al negro e nessun altro ha un’arma.]

8 Yernaux l’avvocato: La libertà è per me il dio latino delle porte, ha due volti. (Giano)

Amedeo l’amico poeta di Ulisse: Tutti agognano la libertà. Eppure, essa si allontana quanto più l’avviciniamo. All’istante, poi, in cui la vogliamo afferrare i suoi tratti svaniscono

Yernaux l’avvocato: Nei paesi dai regimi dittatoriali, gli uomini, anzi la maggioranza fra gli uomini, sono felici e si credono liberi. Essi ignorano ogni altro sistema di vita. L’atto più semplice è interpretato da loro quale segno di libertà: la catena che lega le loro anime resta invisibile. È libertà per loro prendersi una vacanza o comprarsi una cravatta o scegliersi le sigarette o sposarsi. Non conoscono altro.

[Tali affermazioni dell’avvocato francese hanno valenza se volgiamo lo sguardo alla sua patria smembrata in occupazione tedesca al nord e in una repubblica fantoccio di Vichy governata dal generale Petain che aveva ottenuto in parlamento 569 voti a favore dei pieni poteri e 80 contro, con 30 astensioni.

Le sue parole valgono tragicamente per l’Italia mussoliniana e per la Spagna franchista, le quali, a differenza di Petain, ottengono la guida del paese il primo a seguito di sommosse, minacce, delitti e marcia sulla capitale premiata per giunta dal Savoia, il secondo dopo una tragica guerra intestina con la complicità di compiacenti forze straniere.]

Yernaux l’avvocato: Viviamo la nostra vita incatenati però, ciò che conta è il diritto che ci consenta di liberarci dalle catene, appena siamo vecchi e saggi, e di trar profitto degli inevitabili legami. Il diritto di scelta, insomma. Il diritto, e possiamo anche non farne uso, di esplorare e veder chiaro. Il diritto alla tragedia. Ecco ciò che intendo per libertà.

[Che cosa mai l’avvocato intenda significare con la libertà alla tragedia. Egli stesso si fa scrupolo di chiarire il concetto ma certamente è Frederic Prokosch, l’autore, che gli mette in bocca un proprio filosofico segmento di pensiero.]

“La tragedia è una forma di estasi; è esaltazione. L’uomo comune, l’uomo dalla mente meccanica, è incapace. È un dono concesso agli uomini liberi, a coloro che vivono sulle cime della vita e non accettano uguaglianze e disfatte. La tragedia è la medaglia che il destino concede all’eroe caduto, è il riconoscimento finale della dignità umana”.

Ulisse il pittore: Nessun uomo è libero – citando Platone – se governato dalle proprie passioni: esse, rendono schiavi; esse sono i veri tiranni.

Yernaux l’avvocato: Anche un altro uomo parlò di libertà, S. Paolo. Disse un giorno che chi si ribella contro la giustizia diventa schiavo del peccato e una ben più dura schiavitù lo aspetta allora.

9 [Tutti soffrono la sete e Quivar annuncia che da lì a poco incontreranno la Fillière un torrente d’acqua fresca e così accade.

Mentre s’incamminano dopo il ristoro, Quivar il negro lancia un allarme per aver sentito delle voci e, infatti, ci sono alcuni giovanissimi soldati tedeschi che si bagnano nel torrente assieme ai loro cavalli rumoreggiando in allegria da ragazzi.

Celati dalla vegetazione Quivar spara e uccide un paio di soldati malgrado Milliquet lo abbia sconsigliato invitandolo a lasciarli in pace.]

Ulisse il pittore: Nulla al mondo, signori, è crudele quanto la guerra.

[Qui la riflessione del lettore può ricadere nella meditazione conflittuale, dove due pensieri si scontrano poiché l’uno vuol mettere un argine alla liceità dell’uso delle armi in guerra e l’altro invece non ne vede alcuno.

Insomma, la domanda è “quando in guerra si può parlare di assassinio”.]

10 [Dopo il torrente decidono di attendere la seconda notte nel querceto. in direzione St. Pierre de Rumily.

Ulisse il pittore e l’amico poeta Amedeo affrontano un dialogo di chiara impronta tropologica.]

Ulisse il pittore: La Francia ha di questa luce: limpida, temperata e profumata d’antico, ogni colore è una meraviglia d’oro /…/ soltanto la Francia (rivolto all’amico Amedeo) poteva produrre un Monet o un Cézànne.

Amedeo: In Inghilterra la luce è dorata pure ma ingannevole. I colori sbiadiscono e si fondono: soltanto il verde rimane e dona al paesaggio una specie d’indifferente sognante eleganza.

Ulisse: La luce della Spagna è discordante e brutale. Ricordiamo Goya. Nessun verde: soltanto marrone e giallo e rosso, e vaste pennellate di scuro. Luce nelle caverne, scenario di violenza: m’intendi, Amedeo? (la Spagna di Franco) [Amedeo annuì prudente] E la luce italiana è dura ma piena di elasticità e splendore, Trema sulle foglie, in Toscana, e getta ombre di un caldo color d’uva. Quando ero lì, pensavo ad esseri umani in perpetuo vivere e morire. La stessa natura pare tremare nei raggi del sole d’Italia.

Amedeo: La Grecia è ormai un sogno, e basta. La Grecia è oltre il bene, oltre il male, vedi Ulisse, il chiarore del sole in Grecia è il deserto arido chiarore dell’eternità.

[Aver descritto questi paesi europei implicati nella guerra utilizzando una terminologia riferita ai colori, è forse il passo che racchiude tropologicamente tutta l’ideologia dell’autore senza cioè chiarirla semanticamente]

11 – 12 [L’episodio che subito risalta è l’arrivo di una macchina con tedeschi a bordo che si avvicina troppo mentre la comitiva è ben nascosta dalla folta vegetazione in attesa della prossima notte di viaggio.

Quivar il negro imbraccia l’arma pronto a usarla ma i tedeschi abbandonano la zona.

Nel 12°, inaspettatamente muore Milliquet, verosimilmente per una grave crisi di asma, mentre la comitiva si riparava per il giorno in una stalla.]

Seconda notte di cammino

13-14-15-16 [Jean-Nicolas Martin il giovane e Quivar il negro abbandonano i compagni e proseguono il cammino notturno attraverso un bosco.

In una radura rischiarata dal fuoco attizzato per cucinare scoprono il bivacco di una famigliola italiana composta dal vecchio Don Giacinto da Donna Raffaellina e dei fratelli Susanna, Giulio e Sebastiano.

I due viandanti sono cortesemente invitati alla tavola, i quali non se lo fanno ripetere causa fame arretrata.

La famigliola aveva lasciato Torino per recarsi in Aosta ma data la neve abbondante avevano deciso di dirottare per la Svizzera. La strada però era ancora invasa dalla neve abbondante e così si ritrovarono in Francia per dirigersi poi a Ginevra.

Sono qui interessanti le riflessioni su ciò che pensano gli stranieri sugli italiani.]

Don Giacinto il vecchio: I francesi ci disprezzano. Gli inglesi ci serbano rancore, i tedeschi ci odiano /…/ ma il peggio \...\ è che anche i serbi, i croati, e naturalmente gli abissini e, suppongo, anche gli arabi, e forse persino gli ottentotti, provano una specie di disprezzo per noi.

Donna Raffaellina: ci sarà pur qualcuno \...\ che non dimenticherà i nostri paesaggi, la nostra musica, la gaiezza del nostro spirito.

Don Giacinto: Speriamolo\...\ la memoria degli uomini è fugace, oggi. E poi\...\ questa è soltanto una piccola parte di ciò che i fascisti ci han legato.

Quivar il negro: non amo nessun paese e non ne odio nessuno.

[Don Giacinto confessa di essere contestualmente preoccupato che la figlia non trovi un innamorato ma lei gli risponde che non ha bisogno di uomini.

Nel riprendere il viaggio notturno – tutti assieme per un pezzo di strada - dopo un esordio di diffidenza, Susanna, però, si apre favorevolmente a discorrere con il giovane Jean Nicolas Martin, pur invitandolo a non proferire frasi comuni e argomenti stupidi quali la poesia, il cinema, i romanzi. Ella preferisce la storia e la filosofia.

Il giovane pare più che mai attratto dalla ragazza]

Giulio: Dio ci ha dimenticati, noi italiani.

Don Giacinto: Dio ci ama ancora\...\inutile dire che abbiamo le nostre piccole colpe.

Giulio: Dio è stato crudele con noi

Donna Raffaellina: qual è la ragione di tutta questa miseria.

Don Giacinto: non nello spirito di un singolo, ma in quello più vasto, che tutti noi, tanto ciecamente, siam venuti intessendoci intorno. \...\ Le nostre vite hanno corso troppo, carissima, e i nostri pensieri sono rimasti indietro. I saggi ci hanno abbandonati. I grandi uomini sono marciti.

[Susanna scende al torrente per prendere l’acqua e Jean Nicolas Martin la segue.

Susanna vuole prendergli la mano per leggervi l’avvenire.

Il giovane le conferma che crede in questa capacità ma Susanna, inaspettatamente gli dice che, bensì sia tutto vero, chi si affanna a scrutare il futuro è un pazzo, così come afferma la madre Donna Raffaellina.

Il giovane è sempre più innamorato e le chiede di baciarla ma lei si nega con una specie di seria tristezza.]

17-18 [I viaggiatori riprendono il cammino e sono costretti ad attraversare un torrente vorticoso ed è il negro che li trasporta a uno a uno sulle spalle guadandolo.

Qui Prokosch, nel descrivere il torrente, si apre in una suggestiva vena poetica.]

“Era un corso d’acqua profondo e impetuoso. Non scorreva in onde; si avvolgeva formando volute sui sassi del fondo ed esultava segretamente nel buio. Più sotto ancora e più lontano si precipitava da un’alta rupe, ribolliva, gemeva, fischiava, scintillando verdognolo, e così piombava nella valle.”

[Il cammino prosegue sino alle prime luci dell’alba e l’autore indugia sovente a descrivere il paesaggio e a indicare con i nomi i particolari geografici per bocca della guida negra Quivar.

Sebastiano discorre con Jean Nicolas Martin ed è affascinato dal fatto che lui abbia molto viaggiato. Pare che sia più attratto dalla “leggenda americana”.]

Sebastiano: Quella delle torri (grattacieli), è propaganda vero? \...\le torri dietro la statua dove entrano le navi in porto. Mi hanno detto che sono alte come cinque cattedrali messe l’una sull’altra.

Jean Nicolas Martin: Sì, ci sono

Sebastiano: Allora, immagino che anche i gangsters sono veri? E le tarantole? E così?

[Jean Nicolas Martin ammette che in certi luoghi c’erano gangsters, e in certe altre tarantole.]

Sebastiano: Capisco, l’America, dopo tutto è un paese di mostri. È un paese barbaro.

[Il discorso verte su una questione antropologica di sapore mistico.]

Sebastiano: Io sono io. Susanna è Susanna. Perché. Come è stato che sono diventato io? Io nato a Messina, in una casa rossa dal tetto rosso? Io con nel mio cervello la mia capacità di pensare? E gli altri, ognuno a sé? \...\ Perché non sono con un altro nome, in Cina, per esempio? O in un’altra forma? Quella di un serpente o di una lumaca?

[Jean Nicolas Martin appare stordito e risponde che non sa spiegarlo.

Sebastiano insiste a chiedere se in America qualche scienziato ha forse trovato una soluzione.

Jean Nicolas Martin ne dubita e Sebastiano soddisfatto dichiara che con sua sorella Susanna hanno pensato giusto: perfino gli scienziati più eminenti ne sono sconcertati.]

19-20 [Quivar il negro e Jean Nicolas Martin lasciano il gruppo degli italiani.

Lungo il cammino giungono all’alba nei pressi del paese di St Pierre de Rumily dove Jean Nicolas aveva trascorso gli anni dell’infanzia.

È domenica e Jean Nicolas s’inoltra così in paese mentre il negro lo aspetterà per riprendere il cammino a sera.

Il giovane ripercorre le strade di un tempo, riconosce le case e le strade, i vecchi sapori e odori, s’introduce nella chiesa. All’uscita nota un individuo sulla sessantina con un libro tra le mani che lo osserva. Jean Nicolas allora, spinto dalla precauzione che si muta in improvviso panico, sceglie di riposarsi in una camera nel vicino Hotel de la Poste.]

Terza notte di cammino

21-22-23 [Nell’hotel avviene un episodio inaspettato. Viene a fargli visita in camera quel signore che lo aveva fissato in istrada. Il libro che regge, e dal quale non stacca il dito che usa come segnapagina, è un’edizione popolare delle favole di La Fontaine

Questo signore narra che in paese l’occupazione tedesca aveva provocato un certo rigetto dei paesani i quali, tutti assieme, combinavano di tutto per rendere ai soldati la vita difficile, sino a una vera e propria persecuzione. Improvvisamente, tutta la rabbia che covava in essi si rivolge ferocemente verso un forestiero giunto in paese, tralasciando così i tedeschi.

L’uomo, infine, ammette di aver riconosciuto il giovane e che sa bene donde viene e dove è diretto.

Il capitolo termina quando Jean Nicolas, mentre l’uomo si sta allontanando uscendo dalla camera, gli chiede se conosce un certo Robinson.

L’interpellato asserisce di esser lui l’uomo così battezzato in paese.

Il racconto si tinge di giallo. L’uomo ferocemente dileggiato dalla gente è lui? Jean conosceva già la sua storia?

Jean Nicolas decide distendersi sul letto e di addormentarsi.

Al risveglio si fa portare da una “ragazza sparuta, dai capelli biondi slavati”, la colazione.

Mentre sta per assaporarla, bussano e apparvero due soldati tedeschi e Jean tornò immediatamente alla figura di Robinson. Molto cortesi lo invitarono a seguirli al comando di polizia concedendo tuttavia che Jean Nicolas consumasse la colazione.

Lungo il tragitto a Jean parve non riconoscere più quei luoghi, la memoria gli era del tutto sfuggita (rigetto psicologico)

Lo condussero in un basso edificio in una sala in compagnia di un gruppo di nove tedeschi vivacizzati dall’alcool, poi giunse un superiore che azzittì la comitiva e, sempre gentilmente, invitò Jean Nicolas a seguirlo.

Il romanzo si tinge di surrealismo.

Il superiore conduce Jean Nicolas in un ufficio, dove è lasciato solo in compagnia di un “signore, stanco, vecchio, antiquato”.

Non avviene alcun interrogatorio, anzi pare che quel signore conosca molto riguardo al giovane e al suo viaggio. Si rivolge cortesemente offrendogli una sigaretta.

Vede in Jean la persona alla quale poter esporre le proprie tesi sulla situazione politica e bellica, pregandolo di perdonarlo se lo annoia con le sue parole.

In sintesi, parte dal presupposto ovvio che l’umanità, secolo per secolo, ha raggiunto il progresso. E quando un popolo raggiunge le vette della civiltà, in esso sorge la volontà nazionalistica. Una volontà che tuttavia meglio definirla “impulso verso la supremazia” e la guerra è lo strumento per soddisfarlo. Una meta sociale che include “la cultura, la legge, l’avventura, lo splendore, in tutte le loro forme”.

Dopo l’ascesa dell’Inghilterra “indolore e abile” tocca alla Germania; “l’ora moderna è tremenda”.

Afferma che la sua patria non aveva altra scelta che “sottomettersi a una vigilante autorità ed essere instancabilmente ingegnosi”.

Aggiunge che “l’umanitarismo costituiva un pericolo mortale, il compromesso una trappola abbondante d’insidie, la cultura una maschera pericolosa”.

L’ora della supremazia tedesca e i metodi non furono una scelta della nazione, “bensì imposti dalla geografia, dal progresso della scienza e dal dominio della macchina. La storia ha scelto il popolo tedesco”.

Poi sottolineò che la guerra non gli piace “Ebbene, abbasso la guerra”.

In conclusione, affermò che “dal dolore e dalla degradazione nascono però le leggi auree e il sentimento dell’umana grandezza”.

Ragionevole a questo punto della lettura che, oggi, il mio pensiero e quello del lettore non possono che andare alla Germania dei nostri giorni.

Il signore dopo aver continuato ancora su questa falsariga decide di congedare Jean Nicolas augurandogli “bon voyage”.]

24-25 [Jean Nicolas, mentre la notte incombe, si addentra tra le stradine di campagna alla ricerca del negro Quivar.

La sua attenzione si rivolge a un rombo di aerei seguito da una deflagrazione sulla vicina cittadina di Bonneville, subita avvolta da fiamme. Segue la fuga dei profughi e il loro stupore spaventoso di aver avuto le loro case, pur non importanti per la guerra, andate distrutte.

In Jean sorge il timore di non incontrare più la guida Quivar e di dover proseguire da solo, senza un ausilio, la strada.

Jean Nicolas, in realtà, è solo e procede addentrandosi al buio nel bosco, con la sensazione di aver dimenticato dove andare.

Interessante lo stralcio che segue.

testo originale: Jean Nicolas pensò quanto fosse bizzarro quel suo perpetuo girovagare nel buio. Gli aveva affinato i sensi, tanto che poteva ormai vedere con il naso, con le orecchie, con la pelle. Con l’olfatto gli riusciva ad avvertire la vicinanza di un sentiero, di un ruscello o di un folto d’alberi, A volte gli sembrava perfino di saper rendersi conto dell’infoltire e diradare di un bosco, dell’elevarsi di un terreno o del suo avvallarsi. La pelle gli era diventata di una sensibilità elettrica. Percepiva l’avvicinarsi di un pericolo dall’instabilità del suolo sotto la pianta dei piedi, da un ramo che scricchiolasse lontano o da un silenzio colmo di presagi; sentiva di possedere le stesse capacità intuitive di un animale: tutte le potenze nascoste nell’istinto dell’uomo gli erano fiorite nella oscurità, acquistando la perfezione di uno strumento \...\

[Poi d’improvviso gli vengono alla mente le parole che accompagnarono gli ordini ricevuti per la sua missione alla ricerca del traditore (verosimilmente un partigiano informatore dei tedeschi).]

“Cerchi di scoprire e di isolare la falla. Cerchi di identificare il guasto \...\ ogni sua azione sarà decisiva”.

[Jean Nicolas sbuca in una radura, dove gli appaiono tre uomini che sostano attorno ad un pozzo. Non ha il tempo di avvertirli che non è un nemico che gli esplodono due colpi di pistola.]

26-27 [Fortunatamente non è colpito ma cade riverso per istinto, forse inconsciamente per far credere di essere stato ucciso.

Quando però gli uomini, un macedone, un arabo il dottor Abdulah Alì Arache, un annamita* Ngo Dilm Timh, decidono spinti dall’arabo, di infierire con il colpo di grazia, si rivela dichiarandosi amico italiano sardo.

*Abitante dell’Annam, regione dell’Indocina che forma la zona centrale delVietnam, del quale dal 1945 è parte integrante

Il momento di rilassamento spinge tutti a ricercare un argomento per discuterne e dopo un breve accenno all’Europa che a detta dell’arabo non esiste più e a Dio che non è mai esistito, si dedicano a parlare sull’amore. Stabilito che, come afferma l’annamita, esistano migliaia di specie.

Il macedone (afferma che) c’è l’amore di una notte e quello di una vita.

L’arabo, il dottor Abdulah Alì Arache, (ritiene che esiste l’amore) pel proprio Dio come quello per la propria razza.

(L’incoerenza dell’arabo su Dio costringe questi a rettificarsi affermando che è) Il Dio europeo, Lui, è irrevocabilmente morto.

L’annamita Ngo Dilm Timh (riassume) C’è l’amore creatore.

Il macedone (gli fa eco) L’amore del cuore, soltanto del cuore (seguito dall’arabo) L’amore del nostro contrario e l’amore per il nostro doppio.

L’annamita (incalza) L’amore per il mare e l’amore per la montagna \...\ L’amore è soprattutto qualità dello spirito, l’amore è una fede.

L’arabo (replicò) No. L’amore è un frutto della mente. È una filosofia.

Il macedone (tronca ogni altro intervento in maniera pessimistica) Siamo tutti perduti, irrimediabilmente perduti… Ma adesso dormiamo.

28-29-30 [Jean Nicolas lascia la comitiva e si addentra tra i monti, poi si rende conto di aver smarrito la strada.

Quando al di sotto gli si spalanca infine la grande distesa, gli apparve come essere di fronte all’Europa con vividezza stereoscopica.

Gli si profilò un laghetto alpino e sul fondo un castello.

Nel castello, privo di corrente elettrica e gas, trova ospitalità da un’anziana signora invalida su sedia a rotelle, che gli mette a disposizione i suoi due servitori, Felice e Germana.

Prima di ordinare per rifocillarlo, chiede “Che cosa succede per il mondo”.

Jean Nicolas accenna alla Russia, a Cassino e ai bombardamenti sulle città tedesche.

La signora appare poco interessata nonostante la richiesta e lascia l’ospite ai servitori.

Jean Nicolas è accompagnato in cantina, dove può riposarsi e mangiare. Poi, sfinito per la fame e per la stanchezza, accoglie compiaciuto la “grossa scodella fumante di zuppa di cipolle ispessita dall’olio e dal parmigiano \...\ accompagnata da un sottile fetta di pane abbrustolito”. Il pasto si arricchisce con un “anitroccolo cucinato al Madera. Seguono patate rigonfie e un’insalata di porri profumata all’aglio” Il tutto innaffiato con vino rosso.

Jean Nicolas afferma che l’Europa non è finita se ancora vi si può mangiare simili leccornìe.

I due servitori entrano tra di loro in una polemica sull’Europa. Mentre Felice insiste nella tesi che dell’Europa non resta più niente.]

Germana, (definendolo imbecille, controbatte che) l’Europa non finirà mai. L’Europa non morirà mai. L’Europa è sempre l’intelletto e il cuore del mondo. Tutti gli altri, stanne sicuro, non sono che un’orda di selvaggi, di gigolos e di coolies *.

*Servitori indigeni

Felice (grugnì) L’Europa è una vecchia puttana dalle mammelle avvizzite. Ha perduto gioventù e freschezza, e di suo non possiede più che l’avidità nella lotta e un pugno di miseri ricordi \...\ Oggi l’Europa non conta più. Non è che un ammasso di rovine, una piccola appendice purulenta al margine dell’Asia\...\ L’Europa è una reliquia del passato; puzza come la carogna di un cammello.

[La polemica, talvolta acerba ma tra due individui che dopo tutto si volevano bene, infonde in Jean Nicolas una sensazione di stabilità e sicurezza.]

Felice Cos’è la storia? Soltanto causa ed effetti: un sistema antiquato viene abolito; gli si crea al posto un sistema nuovo. Non sarà né migliore né peggiore. Sarà diverso, ecco tutto.

Germana La storia non è soltanto una serie d’imperi che nascono, si sviluppano e scompaiono senza ragione. Non nego, Felice, che la storia rigurgiti di sangue e di follie, ma, ciò nonostante, prosegue in un’unica direzione, e quella direzione è l’unione e l’uguaglianza fra uomini.

Quarta notte di cammino

31 [Al crepuscolo, Jean Nicolas riprende il cammino e si ritrova ad attraversare un ponte su di un torrente la cui riva opposta brulica di pecore col pastore seduto sotto un albero che pare dorma.

Gli chiede la direzione per St. Jeoire e il pastore, dopo aspre parole come se non volesse rispondere, aggiunge inaspettatamente che se vuol raggiungere gli altri indica col pollice il Roc d’Enfer.]

(Il pastore dichiara d’essere un profeta e annuncia, dignitoso e tranquillo, la catastrofe che colpirà le campagne e le città della Francia, che sarà invasa) da uomini neri, gialli, rossi tatuati, (che si batteranno nelle foreste di Francia). Cattedrali rovineranno. Città saranno distrutte. Non tutte. Molte\...\ E poi? Non vi sarà e poi.

32-33 [La frontiera è a non più di dieci miglia.

Jean Nicolas raggiunge il Roc d’Enfer presidiato da un gruppo di armati, dichiara d’essere dei loro e chiede d’essere condotto dal comandante al quale racconta la sua avventura surreale capitatagli a St Pierre de Rumily.]

(Il comandante tronca il colloquio mettendosi a sorridere) Così K. M. ti ha lasciato andare. Già!

[Jean Nicolas riflette su quegli uomini considerandoli una banda non regolare di maquisards.

Il capo è il polacco Zaba, chiamato il Grande, che cela un acuto malessere, c’è il giovane violinista serbo Jaroslav, il greco Issakides soprannominato Lucertola, il basco Oyarzibal e l’ebreo Schwartz.

Poi nota in disparte un vecchio molto depresso, sofferente, che è indicato come Vuillemin il cui figlio si era venduto ai tedeschi.

Gli uomini entrano in una discussione politico-geografica talvolta quasi nazionalistica.]

Jaroslav (serbo) I russi ci hanno già guadagnata la guerra. Tra breve sarà finita\...\

Oyarzibal (basco) I russi sono un’orda di asiatici\...\ ributtiamoli nelle steppe tra i loro laghi ghiacciati.

Jaroslav Parli come un fascista. I russi sono esseri umani, coraggiosi, semplici, spontanei, e hanno una grande anima, e il loro paese è un gran paese.

Issakides detto Lucertola (greco)\...\ solo una nazione ha avuto fin da principio la coscienza pulita ed è stata eroica senza discontinuità, questa nazione è la Grecia

Oyarzibal \...\ Sette anni fa un’altra guerra infuriava (guerra di Spagna) \...\ era il campo di battaglia dello spirito umano. È stata la vera guerra e la vera prova. E, se allora non fossimo stati traditi, questo nuovo cataclisma non starebbe oggi distruggendo l’Europa.

Jaroslav \...\ L’eroismo è una cosa sola: continuare a battersi quando si è sconfitti \...\ continuare a battersi perché nulla rimane nel cuore se non la volontà di resistere. Quale paese si è battuto a questo modo! Uno solo! Il mio! Non potete negarlo.

[Sopraggiunge dall’ombra del bosco un certo Moreau il quale porta notizie fresche e chiede chi è il giovane, riferendosi a Jean, ma gli rispondono tranquillizzandolo.

Questi riferisce confermando alcune informazioni e che hanno preso il loro compagno Lamoureux; Zaba si augura che non riescano a farlo parlare.]

34 -35-36 [La narrazione si articola ancora con discussioni tra gli uomini.

Appare un nuovo personaggio, detto il Pellicano, che conduce con sé il giovane figlio di Vuillemin (il vecchio), preoccupato e tremante.

Dopo un interrogatorio, Zaba (il capo polacco) comprende che aveva tradito e ordina di fucilarlo.

In questo capitolo Zorba appare molto sofferente e Jean Nicolas ne comprende il motivo quando costui chiama Schwartz (l’ebreo) per medicarli un piede dove presenta una grave ferita che non si rimargina e che non può essere ben curata con i mezzi a disposizione.]

Zaba (nel distrarsi forse dal male, interviene in una discussione tra gli uomini con un argomento di sapore filosofico la cui morale è che) Noi torturiamo e tradiamo affinché le anime possano alfine indignarsi contro la tortura e il tradimento. Soffochiamo la nostra umana dignità perché esse imparino la necessaria dignità. Trucidiamo la nostra umiltà per insegnare il significato dell’umiltà.

Moreau La menomazione del nostro spirito sarà tragica.

Zaba ma necessaria.

37-38 Zaba (racconta che quando era in campo di concentramento, esso era suddiviso in due settori, nell’uno gli europei e nell’altro solo i russi e descrive come i tedeschi eliminavano via via i russi con atroce vendetta, ammucchiando i corpi in maniera oscena sia da vivi sia nella fossa comune.)

Jaroslav (racconta a sua volta della fine orrenda di un suo amico, Dimitri, docente di geometria, le cui torture tedesche, prima che sopraggiungesse la morte liberatoria, gli avevano strappato gli occhi, il naso e la mascella inferiore.)

Il serbo (quasi a se stesso chiese che cosa vuol dire coraggio quando si è consci che questo condurrà sicuramente alla morte. Esprime un’idea forse mistica affermando che ove il cuore di un uomo si tramuti in quello di un eroe, egli diventa parte integrante dello spirito della sua razza e conclude) tutta la pazienza della sua gente (di Dimitri) – sono generazioni intere di pacata sopportazione – gli fluiscono nel corpo facendogli apparire il suo soffrire e la sua stessa morte cose di nessuna importanza \...\

39 – 40 [La parte più profonda nella notte sta ormai andando via – Pellicano (l’ultimo arrivato) era entrato nel castello e il vecchio Vuillemin era scomparso - quando alcuni aerei effettuano improvvisamente un basso passaggio attaccando il luogo a fuoco.

Jean Nicolas si risveglia sofferente per le ferite ormai a giorno avanzato e capisce che intorno a sé c’è solo morte. Nel delirio crede di conversare con il giovane serbo Jaroslav che invece è immobile, morto, al suo fianco.]

Quinta notte di cammino

41 [Jean Nicolas si risveglia ormai sera e subito afferra di essere stato curato e posto in un buon letto e si sofferma a osservare il panorama montano e boschivo che appare attraverso la finestra.

Poi un frate certosino gli chiede come si sente.

Jean si sente abbastanza bene e domanda chi lo avesse trasportato fin lì. Il frate, che si presenta come Ignazio rivela che era stato lui assieme ai confratelli Paolo e Perpetuo.

La sorpresa continua quando si accorge che nella camera è presente don Giacinto e che gli annuncia la presenza di tutto il gruppo d’italiani nel convento, quel gruppo dal quale si era staccato assieme al negro Quivar prima di raggiungere St Pierre de Rumily, il paese che lui conosceva bene e nel quale aveva avuto quell’incontro surreale. Alla domanda di don Giacinto sulla sorte del negro, Jean Nicolas rispose che non sapeva più nulla ma “il ricordo del negro si avventò su Jean Nicolas con una vividezza penetrante e dolorosa”]

Jean Nicolas: sono sempre stato fortunato, don Giacinto.

Don Giacinto: La fortuna vi fu madre \...\ guardatevi però. Fortuna, bellezza, successo dell’età in fiore, lastricano la strada dell’infelicità postuma e del tormento nell’età matura.

[Appare molto curioso questo pontificare del vecchio Don Giacinto dal fatto che il lettore possa intendere il riferimento all’esperienza esistenziale dello scrittore che in realtà pare abbia trascorso serenamente gli anni dell’età matura sino agli 83 quando scomparve.

Don Giacinto gli chiede quali sono le cose che desidera, che cerca, ma premette che non intende riferirsi alla sua missione segreta da compiere.

Jean Nicolas conclude che le sta cercando ogni giorno ma non sa che cosa, però ogni giorno si avvicina sempre più alla coscienza di ciò che cerca.]

42 [Mentre Jean Nicolas con gli italiani (don Giacinto, Raffaellina che aveva cucinato, Giulio e Sebastiano) erano a tavola serviti da frate Ignazio, il pensiero di Jean Nicolas corre a Susanna e confessa a don Giacinto che la trova molto bella e attraente.]

Don Giacinto: Le donne sono creature strane e pericolose. Il loro cuore è simile a un iceberg per nove decimi celato nelle acque: affiora quel tanto che basta a causare molti naufragi.

43 [L’amore di Susanna verso Jean Nocolas che ricambia appassionatamente esplode appena incontratisi.]

Susanna: Giovanni (Jean-Nicolas) cosa c’è qui in noi? Dimmi cosa c’è.

Jean-Nicolas Martin: L’amore è un immenso dono ed è anche un piccolo, piccolo nulla. Quando tutto il resto ci abbandona, rimane ancor esso a darci calore. Guarda, sta facendo buio. Ovunque, a nord come a sud, sale la sera. L’amore è l’ultimo dono che ci consenta di mantenere l’oscurità lungi da noi.

E lo sforzo di due creature solitarie che si raggiungono nel buio, si toccano, e si stringono fra le braccia per impedire alle tenebre d’invadere la loro anima.

44-45-46-47-48-49-50 [In questi capitoli si dibatte quasi sempre del ruolo della donna e dell’uomo, finanche con l’intervento di frate Ignazio

Il passo forse meglio riuscito poeticamente è la descrizione dell’amplesso tra Jean Nicolas e Susanna è la descrizione, appartati nel bosco.]

testo originale:La fanciulla si piegò su di lui e gli baciò le labbra; egli provò sulle guance la fresca e profumata carezza del braccialetto. Colto da vertigine premette allora il volto al corpo irrigidito e tremante del suo amore, ed ella, con perduta tenerezza, tirò a sé il capo del giovane e si abbandonò tutta in una sconfinata donazione \...\ rimase passivo quel dolce suo corpo, benché si piegasse alla stretta del giovane, nell’acuto desiderio della donazione estrema. Ed egli le baciò i seni, e seppe allora che nessuno l’aveva mai toccata prima di lui \...\ I seni della fanciulla si sollevavano tranquilli, appena tesi, e rigonfi ancora. Erano simili a fragili dischi, o, meglio, a mucchietti di neve posati appena sul petto.

[Alla domanda di Susanna che chiede a Jean Nicolas se la sua missione è terminata, egli risponde che l’avrà compiuta quando sarà oltre frontiera. Forse questa risposta è il mistero di tutto il racconto e che l’autore lascia al lettore riuscire a capire quale.

Il romanzo prosegue con il faticoso cammino dei fuggitivi in direzione della frontiera sino al capitolo finale ma a mio parere è con l’atto d’amore appena riportato che si conclude veramente la storia. Poi i due giovani si allontanano da soli verso Monthey per il loro destino in Svizzera.]

Riflessione finale

L’autore in questa sua opera ritrova il pretesto, forse più d’ogni altro romanziere, di formulare in toto, distribuendoli tra i personaggi, la propria ideologia, meglio, le proprie convinzioni, riflessioni e i propri dubbi, non solo nelle vicende sociali e politiche ma anche nei sentimenti e nella religione.

Il romanzo. comunque sia, termina in un inno all’amore, sottintendendo tale sentimento la sola forza capace di incitare l’uomo alla sopravvivenza, alla sopportazione, nonostante forze avverse.

Lo fa sottintendere nell’annamita quando dice che “L’amore è soprattutto qualità dello spirito, l’amore è una fede.

E lo fa ancora dire a Jean-Nicolas Martin: L’amore è l’ultimo dono che ci consenta di mantenere l’oscurità lungi da noi.

Recensione
Literary © 1997-2023 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza