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I mistici meandri pugliesi

Il percorso turistico o di moderno pellegrinaggio, lungo i richiami pugliesi - storici, mistici, sociali e naturali - appare non pi¨ esaustivo ove l’attenzione viene scortata laddove il passato riemerge severo e dignitoso, privo dunque dei ribattenti fronzoli.

Qui appare nella sua semplice grandezza il volto di una stirpe che nel silenzio ha saputo sapientemente accostare la forma dei templi e delle case all’espressionismo popolare, sia esso tramandato sia acquisito dalle novitÓ di genti approdate.

Formidabili documenti di un passato che in troppe circostanze l’incuria sta rendendo del tutto illeggibili.

Le future generazioni, pertanto, non potranno mai comprendere il nesso storico tra il passato dei Padri e il loro presente, una lacuna foriera di pericolose incomprensioni sociali.

Nard˛. Sant’Antonio di Fuori - ph FG

Nard˛. Sant’Antonio di Fuori

Nella campagna salentina, fuori Nard˛, il cui unico segno rilevabile alla vista Ŕ un crocifisso che sovrasta erbe e spontaneitÓ della macchia mediterranea, s’incunea una sorta di ipogeo.

Esso, per qualificarlo correttamente, Ŕ una cripta risalente all’alto medioevo, scavata dai migranti monaci basiliani, sfuggiti alle distruttive norme iconoclastiche in seno al cristianesimo bizantino, quasi a volervi omologare i dettami dell’Islam.

Una terra ospitale e tollerante la Puglia, visto che l’immigrazione perdur˛ dal VII al X secolo, della quale conserva ancor oggi una teoria di luoghi sacri, che rammentano quegli anni, ancor pi¨ per la costellazione di “Madonne nere”.

Tale cappella criptaliense, scavata nel tufo leccese, affonda per oltre due metri ed Ŕ dedicata a Sant’Antonio Abate, da tempi lontani identificata dai fedeli come “Sant’Antonio di Fuori” per ovviare all’equivoco con l’omonimo santo padovano, del quale esiste un complesso conventuale nel centro abitato.

La modesta apertura mostra tracce dell’antico ciclo di sedici affreschi oramai prossimi alla fase terminale di agnizione e, pertanto, duole verificarne lo stato di abbandono artistico ed estetico, malgrado l’arrivo di una moltitudine di fedeli che, merito di un locale sodalizio, continuano nella ricorrenza del 17 gennaio ad animare l’area con pellegrinaggio, la lettura del vangelo in greco e la tradizionale pira, la “focara”.

Una realtÓ che conferma quanto sia confacente il ponderare che le origini culturali di una comunitÓ siano esclusivamente custodite dalla spontaneitÓ dei suoi gruppi.

Galatina. Pozzo di San Paolo

 

Galatina, Il pozzo di San Paolo - ph di FG

 

Noto come Palazzo S. Paolo, l’edificio giÓ nel 1789 apparteneva alla famiglia Vignola.

Esso s’affaccia a pochi passi dalla paradisiaca cattedrale di S. Caterina d’Alessandria, recentemente illustrata da Alberto Angela nel suo itinerario televisivo tra le meraviglie d’Italia.

Nell’androne del palazzo, oggi Tedesco-Marra, appare subito a destra, addossato alla parete, una sorta di tabernacolo costituito dall’immagine del Santo di antico affresco, in parte sbiadito o scomparso, sovrastante un pozzo ed Ŕ ci˛ che rimane della cappella originale.

Anche qui, se non ci si appresta al restauro, andrÓ smarrita un’altra tessera di quel magnifico mosaico che i pugliesi ricevono in ereditÓ da generazioni.

Un tempietto che Maria Felicia Vignola aveva voluto aprirlo pubblicamente al culto nel 1795, a conclusione dei lavori iniziati due anni prima, ottenendone l’autorizzazione dal vescovo di Otranto.

Le sue acque avevano tradizionalmente assunto, negli animi della gente, proprietÓ di una virt¨ salvifica, la guarigione dal morso della taranta.

Nei giorni della ricorrenza del Santo, l’area divenne cosý un pullulare di canti, ritmi e danze, il ballo della “pizzica-pizzica”, peculiaritÓ frammista di sacro e profano.

Oggi il Tarantismo Ŕ visto quale mito, ovvero una tradizione-superstizione che ha assunto prepotentemente le caratteristiche di un folclore di richiamo turistico.

Le origini si rifanno ai viaggi di evangelizzazione degli apostoli Pietro e Paolo, i quali furono ospitati nella dimora di un galatinese.

Per riconoscenza, giusto in quel luogo - nel lontano futuro sarebbe stato eretto il palazzo Vignola - i discepoli stabilirono nelle acque del suo pozzo poteri di risanamento dai morsi della tarantola.

La vittima avrebbe dovuto semplicemente berla e compiere il segno della croce sulla ferita a testimoniare la propria fede.

Nel vomitare l’acqua avrebbe provato l’avvenuta guarigione; una pratica che si sarebbe sorretta nei secoli.

 

Galatina, Cattedrale S. Caterina di Alessandria. Navata centrale - ph di FG

 

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