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I Rasenna

   

ricostruzione di una sala banchetto

Dalle acque termali di Chianciano, note per i benefici salutari sin dall’antichità e quando se ne serviva il poeta Orazio vissuto dal 65 all’8 aC, riemerge la straordinaria cultura dei Rasenna, che affonda le sue origini italiche certamente nel I Millennio aC, quando, al tramonto dell’Età del Ferro, si animarono e si propagarono le diverse civiltà della penisola.

In realtà, questa è l’era in cui avvengono mutamenti basilari nelle società, specie in riferimento all’agricoltura, alle religioni e culti e all’arte.

L’etnonimo dei Rasenna deriva verosimilmente da “rasna”, una radice etnica, forse gentilizia, che i greci chiamavano Tirrenoi, e da qui il nome dato al mare che bagna le coste occidentali, e i latini Tusci o Etrusci svoltisi poi in Etruschi, donde Tuscia, Toscana, Etruria.

I primi insediamenti, come certificano alcuni studiosi, sarebbero sorti nel cosiddetto Periodo Villanoviano, che prende il nome da Villanova, stazione archeologica nei pressi di Bologna, i cui reperti sono visitabili nel MUV, il museo della civiltà villanoviana. L’input al loro sviluppo, di mera singolarità, è stato certamente determinato dagli approdi all’Elba, ricca di ferro, e dagli scambi tra la Valdichiana e Valdorcia doviziose di cereali.

I semi del sorprendente progresso sociale sarebbero stati attinti attraverso i progrediti popoli posti oltre quel mare che lambiva i lidi orientali; non a caso utilizzavano nel VI secolo aC - da essi fondato - lo scalo di Adria, alle foci dell’Adrias (Atriano in latino), nell’allora “Adrias Kolpos” (Golfo di Adria), successivamente nella storia ridenominato Mare Adriatico, dopo un inciso egemonico come Golfo di Venezia, così definito sino al Canale di Otranto.

I Rasenna erano organizzati in città-stato, sempre scrupolosi di sorreggere la propria indipendenza e autonomia nelle istituzioni, pur alleandosi in leghe con dignità paritarie, vedi la Dodecapoli, le dodici città in cui nessuna poteva prevalere su altre. La confederazione, tuttavia, non prevedeva l’obbligo di intervenire militarmente in soccorso da eventuali attacchi nemici su una delle città. Le monarchie, rette dai re chiamati lucumoni, si sarebbero poi allentate quando il potere passò gradualmente agli aristocratici, in una sorta di Signorie realizzatesi nel V secolo aC, in anticipo al nostro medioevo.

Uno studio, però, sui Rasenna, li vuole provenienti dall’Asia Minore; la stessa scrittura pare una rielaborazione di quella greca.

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La tesi della provenienza geografica però non convince del tutto una minoranza, anzi, questa propugna la fantascientifica versione che gli etruschi siano stati istruiti a seguito di uno sbarco alieno, visto il loro singolare avanzamento sociale. Prova ne è che fossero ossessionati dal voler dialogare con gli dèi del cielo; gli aruspici (sacerdoti è dir poco) contestavano ai romani alcune norme scientifiche, infatti, Seneca affermava che “a differenza dei romani, i quali asseriscono che i fulmini siano dovuti alla collisione tra nuvole, gli etruschi insegnano che invece sono le nuvole che si scontrano per generare le scariche così come ordinato dai celesti – in parafrasi, continuava il filosofo nato nel IV sec aC - ribadiscono che a tutto ciò che accade non è dovuta alcuna causa ma che, invece, avviene divinamente per palesare un significato da interpretare, per esempio un’ammonizione”.

Esperti in bonifiche, nelle terre recuperate seminavano legumi e cereali, fondamentali nell’alimentazione, da consumare anche in forma di zuppa; dal grano tenero ottenevano una farina così gradita nel panificare da essere richiesta dalle genti limitrofe e nel commercio.

Le viti producevano l’uva da pigiare col metodo tradizionale, con i piedi, il cui mosto era sistemato nelle cantine in recipienti di terracotta, donde sortiva del vino ben fresco e gradevole. Il vino, nelle libagioni, era servito attraverso due ramaioli, l’uno per attingerlo dall’apposito cratere di bronzo, l’altro per qui riversarlo e mantenerlo al fresco, verosimilmente con ghiaccio o neve.

Dalle cospicue piantagioni di ulivi collinari, traevano olio sia per il nutrimento sia quale combustibile per lucerne e lumiere. L’utilizzo dell’olio, ritenuto sacro, accompagnava tutta la loro vita, sulle mense e sul corpo ove in forma di creme profumate; sino alla morte, quando la salma ne era unta, trattata con i relativi unguenti.

Avevano assunto la peculiarità moderna di mangiare seduti attorno alla tavola, un costume mantenuto per tutto il VII sec aC, per poi adottare, o alternando, lo stare sdraiati, ma accanto alle piccole mense imbandite, su appositi lettini, i klinai, e da qui le voci attuali “clinica”, “inclinare” e altro. Una volta seduti, o adagiati, era solenne uso omaggiare gli dèi, una pratica che precedeva la consumazione, sopravvissuta ai giorni nostri con la preghiera di ringraziamento. Il bere, però, contemplava un cerimoniale sovente ben separato, anche se consequenziale, un simposio talvolta in odore di misticità, specie con la diffusione del vino dall’VIII secolo aC; un po' come si svolge nelle nostre bevute in compagnia e nei brindisi affaristici o augurali.

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Il museo di Chianciano, esaustivo in maniera notevole, fu concepito nel secolo scorso, merito dell’Associazione Geo-archeologica, e sotto l’abile guida dell’allora giovane laureando Giulio Paolucci, oggi ne è il Direttore, ha acquisito una indiscutibile notorietà, il richiamo per scrittori, artisti, studiosi, studenti e chiunque sia amante dell’archeologia, questa le orme dei nostri avi.

Esso occupa gli spazi dell’edificio dove a fine Ottocento erano immagazzinati prodotti agricoli, appartenente alla famiglia Simoneschi.

Le vetrine espositive nel museo, davvero di forte attrazione, custodiscono magnificamente il viaggio etrusco della bellezza, nella sua splendida policromia. Ceramiche, pitture, sculture, bassorilievi, utensili e tante altre meraviglie, patrimonio di questo illustre popolo, certamente da abbracciare quali ascendenti di schietta italianità.

Consta di quattro livelli suddiviso tra il piano ingresso con la Necropoli dei Morelli, una tomba etrusca e con tre vetrine espositive oltre al bookshop, il primo piano con la Fattoria della Bacherina, il Tempio Sillene, il Banchetto etrusco, il Tempio dei Fucoli, il Frontone e cinque vetrine con un plastico, il secondo piano con la ricostruzione di una sala banchetto, le terme romane di Mezzomiglio, il proseguo del Tempio dei Fucoli e del Frontone e otto vetrine.

Occorre però chiarire che nei templi, o santuari, oltre agli ex-voto in terracotta o bronzo, non mancavano offerte di animali agli dèi, i cui resti sono ancora visibili dai ritrovamenti di Sillene e Fucoli; animali che per la loro utilità, come cavalli e bovini, la loro immolazione rappresentava per davvero un sacrificio patrimoniale per l’offerente. Non sono mancati nel contesto rinvenimenti di resti umani, una disgraziata funzione di fede estrema che l’umanità non avrebbe smarrito e l’Antico Testamento ne è una prova.

Il seminterrato non manca di suscitare delle reali emozioni; la rassegna si prolunga in una sorta di tunnel, insinuandosi in penombra, e pare che voglia raccontarci sotto l’aspetto di un’allegoria il mistero delle origini etrusche proiettate nella notte dei tempi. Restiamo così stupefatti incamminandoci, ma con molta calma, definiamola religiosa, lungo la Galleria dei canopi (urne funerarie con la sommità a forma di testa umana); nel III sec aC si era attestata la norma di costruire camere tombali sulle cui banchine parietali erano allineate le urne cinerarie.

Il seminterrato include la sezione dedicata alla Donna Etrusca, al suo ruolo, alla sua quotidianità. L’etrusca, diversamente dalle greche e romane, sottoposte alla potestà paterna e maritale, viveva la propria esistenza praticamente in parità con l’uomo, pur con un minore profilo giuridico, e chi lo avesse desiderato, nella formula onomastica avrebbe potuto imporsi il nome della madre; oggi, com’è noto, tale diritto è stato rispolverato. Il suo abbigliamento, come si può intuirlo dalle iconografie, era oltremodo curato rispetto alla coetanee di altri popoli del tempo, ricco di preziose fibule, spilloni d’oro, anelli con scarabei montati con tecnica ancora attuale, collane di leggiadria aurea e in pasta vitrea; nondimeno il corpo era ben curato con speciale cosmesi. In aristocrazia, con il matrimonio garantiva fratellanze politiche, una prassi sopravvissuta tra le future famiglie reali.

L’associazione di esporre le urne funerarie con la sezione dedicata alle donne ha un senso storico: la donna etrusca, oltre alla sua presenza in società, all’ordine domestico e al filare e tessere, negli eventi luttuosi era responsabile nel coordinare la preparazione delle salme e il rito funebre.

Una riflessione, infine, non manca al visitatore nel compiere l’ultimo passo nel museo: l’ordine sociale, la cellula famigliare, l’educazione, la convivenza, le istituzioni, i culti, la gastronomia, l‘abbigliamento e le tecniche, insomma il loro tutto, come lo si trae dall’accertamento museale, è stato un suggerimento ai loro contemporanei italici e sino ai remoti posteri; i romani nutrivano una forte considerazione per la loro scienza testimoniata degli aruspici e al tempo dell’istituzione monarchica vollero, infatti, sperimentare due etruschi tra i sette re.

Meolo Venezia 22 giugno 2022

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