Servizi
Contatti

Eventi


La città dei tre templi e il tuffatore

    

Tarquinia 530 a.C.             Paestum 470 a.C.

Avevo scritto di Altino (Veneto), la cui magnificenza e la sorte si richiamavano sorprendentemente a Siponto, pregevoli centri antichi entrambi affacciati sull’Adriatico.

Aggiungo Paestum, altra tessera dell’antichità, che con tante ancora partecipava a quel mosaico di civiltà oggi scomparso ma che, grazie a esso, alla sua eredità, le genti italiane riecheggiano incomparabili nei marchi di produzione, nell’arte e nella cultura.

Dagli anni corrispondenti al II millennio aC, si mosse un grande esodo di popoli che emigrarono dall’est del Mediterraneo, stanziandosi nel meridione della penisola italica, in una sorta di corolla, da Taras (poi Tarentum romana) a Cuma-Neapolis, esondando sulle coste della Sicilia con parte dell’entroterra, e che sarebbero stati identificati con Megale Hellas, la Magna Grecia.

Tra la pianura alluvionale solcata dal Sele, il fiume che sorge nell’avellinese (fonte storica dell’acquedotto pugliese la cui idea nacque nel 1868, merito dell’ingegnere Camillo Rosalba a nome della Provincia di Foggia), i greci fondarono indirettamente Poseidonia su un consistente banco di roccia sedimentaria calcarea, detta travertino, lungo la fascia tirrenica, dedicandola al loro dio dei mari Poseidon, il Neptunus latino.

Furono infatti gli achei di Sybaris a volerci impiantare colonie e fortini in quell’area, per meglio commerciare con gli etruschi, includendovi Acropoli-Acropolis (città alta), il cui nome corrotto oggi in Agropoli non ha, pertanto, nulla di “agro” in originale.

Stando ad alcuni studi, infatti, l’attuale Agropoli sarebbe stata l’acropoli di Poseidonia.

Intorno al 415 aC, i Lucani vi si sostituirono ai Sibariti e mutarono il toponimo da Poseidonia a Paistom, poi attestatosi nel latino Paestum con una inusuale variante italianizzata in Pesto.

La città dovette quindi difendersi da Alessandro Molosso, re dell’Epiro, alleatosi con la spartana Taranto durante la campagna contro gli italici Bruzi e Lucani ma lo stesso monarca epirota trovò morte in battaglia nel 331 aC presso Cosenza.

Ci ritentò Pirro, anch’egli re appartenente alla tribù dei Molossi, il quale, sbarcato nella penisola nel 280 aC con 25mila combattenti e venti elefanti da guerra a difesa di Taras, si scontrò con i romani nella piana di Ausculum nell’Apulia, ricavandone una inutile, triste, sanguinosa vittoria, la quale, però, arrise a Roma in un estremo atto.

Dopo oltre mezzo secolo da quest’ultima vicenda, il Campidoglio, imbaldanzito dai successi, si lanciò alla conquista italica, decisa a soppiantarsi alla Magna Grecia e mirando oltremare, suscitando la reazione degli antagonisti cartaginesi che sfidarono i romani sin nell’Apulia, a Cannae, qui infliggendo ai due consoli comandanti una rimbombante sconfitta, merito della maestria strategica e tattica di Annibale, la cui arte militare continua ad essere analizzata nei trattati oplitici.

I pestani, che già si erano conformati alla novità latina, offrirono a Roma l’oro dei templi, in una sorta di amichevole complicità nel soccorso per le perdite subite.

Il Senato, orgoglioso come sempre, non volle accettarlo ma si piegò all’offerta umanitaria di grano per rifocillare i combattenti romani assediati in Tarentum.

I cartaginesi furono alfine sconfitti e la loro dominante città, che vantava illustri natali fenici, fu rasa al suolo.

Da allora, la polis di Paestum visse la sua età di benessere e pace ma la fine non mancò di incombere: l’impaludamento dell’aerea, così come accadde per Altino, Salapia e Siponto, le scorrerie piratesche, costrinsero gli abitanti ad abbandonare le loro magioni, la polis, pur sede vescovile dal V secolo dC.

Paestum possiede una peculiarità iconografica unica, che l’ha resa celebre nel mondo: la celeberrima lastra di copertura della tomba detta “del tuffatore”.

La sepoltura è di recente scoperta, nel 1968 lungo la via per Acropoli, ed è subito apparsa distinta in confronto alle adozioni tecniche ed estetiche dei poseidoniati.

Sul coperchio è raffigurato un nudo maschile in elegante caduta da tuffo, un corpo longilineo, perfetto nella superba sagoma tratteggiata, visto dal suo fianco sinistro, in cui non manca il particolare delle pelurie naturali.

L’incanto veristico della visione, in una scenografia naturalistica, pone l’opera quale connessione tra creatività etrusca e greco-italica, uno stile che il mondo latino e quello nostro successivo non ha fondamentalmente osato declinare.

Nelle loro iconografie, gli etruschi già simboleggiavano con gli affondi dei delfini il trapasso dell’uomo dall’esistenza terrena all’Aldilà, per poi trasferire l’immagine direttamente nel tuffo dell’uomo nelle acque, queste a significare in traslato quel mondo dalle dimensioni ignote, misteriose, abissali, divine, come nella “Tomba di caccia e pesca” del 530 aC a Tarquinia.

Il tuffatore di Paestum ne eredita il messaggio, donando alle generazioni future una eccellenza di tecnica e di retorica.

Materiale
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza