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L’acchiatura dell’alicanto

Gravina grottagliese

Deserto Atacama - ph by innaturale.com.

Quando gli uomini eressero dimore più idonee alle loro crescenti esigenze di vita quotidiana, vedi le palafitte e le capanne, quali incigno del futuro urbanesimo, che mai più sarebbe stato abbandonato, le caverne evacuate divennero nei tempi avvenire il ripiego per nascondervi monete e preziosi da salvaguardare durante le incursioni di gentaglie e soldataglie conquistatrici, queste non certamente clementi verso gli indigeni.

Non era raro, allora, che a una sopravvenuta scomparsa dei proprietari, il capitale rimanesse giacente nelle grotte per anni, per secoli, prima di una fortuita scoperta.

La Puglia, per le sue gravine, s’è prestata ben idonea a tale fenomeno; formazioni rocciose in area delle Murge escavate dall’erosione di antiche acque, la cui profondità può raggiungere i cento metri e le sue pareti occhieggiano di spelonche e reconditi cunicoli.

Gli anfratti prediletti dai “depositari” erano localizzati in recessi ad altamente repentaglio della vita e questo aveva incrementato la leggenda di esiziale rischio per i cercatori.

I ritrovamenti dei “tesori” assunsero così una scenografia mitologica e, sovente, indussero a credere a scrigni in cavità custodite da diaboliche creature, le quali pretendevano uno sciagurato baratto prima di concedere la possibilità di appropriarsene.

In area pugliese, tra i territori doviziosi di gravine e, quindi, di grotte, tale occultata ricchezza è denominata “acchiatura” (dal vernacolo acchiare che vale trovare o, in alcune espressioni, cercare).

Il prescelto all’arricchimento riceveva tradizionalmente in sogno le istruzioni per il reperimento ma necessitava che consegnasse in cambio un neonato; ciò si mutava certamente nel suo patibolo, precipitato nelle roventi viscere della terra, ove tentasse di imbrogliare con un espediente, come portarci un gattino in fasce.

La credenza induceva le comunità coinvolte a scacciare, quando non a lapidare, il vagabondo che vi si attardava, sospettato alla ricerca di un poppante da rapire, un seme tra altri di una sorta di formazione xenofoba popolare

Accadeva ancora che la storia dell’acchiatura potesse suggerire lo stratagemma per far scomparire figli indesiderati, addossandone la colpa al disgraziato forestiero o straniero di passaggio, o a un fantomatico rapitore.

Chi poi si arricchiva con un alone di mistero, non era esente dalle invidie aggravate di maldicenze per essersi impossessato del tesoro tramite il disumano scambio e, pertanto, costui si arrabattava scomunicato dalla sua comunità e quasi sempre sceglieva di allontanarsene.

In Sicilia è detta “attruvatura o truvatura - ritrovamento” e, diversamente, la si scopriva o murata nelle vecchie case o interrata o sotto una lastra di pietra; in ogni caso, era sempre custodita da un serpente nero, il quale la concedeva a chi aveva ricevuto in sogno la parola d’ordine. Priva di essa, il malcapitato non ne sortiva vivo…

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Un luogo comune recita che “tutto il mondo è paese” ed esso risuona tra il mito pugliese e il cileno.

In Cile si estende il deserto di Atacama, una vasta area che si allarga nel Perù meridionale, incastonata tra la catena andina e la cordigliera della Costa presso il Pacifico; oggi è classificata dal WWF quale Ecoregione dell’Ecozona tropicale.

Essa per i suoi preziosi minerali, oro e argento, aveva scatenato una guerra nel 1879 tra boliviani i cileni, vinta da quest’ultimi.

La zona, per via di logica, ha subito delle escavazioni minerarie, le quali hanno prodotto il mito, o superstizione, dell’Alicanto, un insolito animale notturno stanziato nel deserto di Atacama, preposto alla custodia del tesoro.

Dell’alicanto, a causa del suo regime alimentare, pesantemente composto di oro e argento che lo inibivano al volo, le penne irradiavano magici riflessi cromatici.

Nella saga dell’Alicanto si narrava che chiunque, tra gli uomini, in genere i minatori, si azzardasse a inseguire nei budelli il suo splendore, sino all’ubertoso nido, avrebbe potuto arricchirsi.

L’inseguimento, tuttavia, aveva quasi sempre una tragica soluzione, giacché l’Alicanto spegneva la sua luminosità al momento giusto perché il malcapitato, barcollando nell’oscurità, precipitasse irrimediabilmente in un crepaccio.

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