Servizi
Contatti

Eventi


Frontiere

I

ISOLE FRONTIERA

Un silenzio improvviso

       d’agghiacciata serenità si posa
nel cerchio di isole - frontiera
di terraferma - isole.
                Nel varco della nave verso
           ignote apparenze lattea
             l’onda si ritrae
                    si screzia
di rigagnoli azzurri
e altri voli nega in folli
marosi tra pallide
luciferine trasparenze custodi
di filigranate lampade di isole
o di impeciate nubi

calate a picco
in mari rizzati dalla furia.
 
Come s’apriva

tra squarciate nubi la rotta
insicura nell’oblò appannato
        nell’odore secco di legno di fasciame nella
intimità di saloni di passeggeri dannati
        a quel percorso di frontiera!
        Scalando con piccozze acque frontali
ridiscendendo fondali in cui pesci si ritraevano
                                            mostrando code semoventi
                                    di squali orche balene
aggrappati alle morbide certezze di navi sull’onda dell’abisso
tentavamo cieli neri cancellati da saette di Zeus
sulla rotta di Ulisse imprevidente custode degli otri di Eolo.
 
                                            Echeggiava il tuono nella spiaggia in cui
l’eco di lapilli eruttati da vulcani
                                     ne amplificava il suono.
Stratigrafie rossastre scavate in pendici d’assopiti crateri
                    attendevano impossibili approdi
                    e profumo solforoso
        e rocce incise da fatiche immani
        e bianchi pendii di monti di pomice
-dove i padri cercavano pezzame
        e sputavano sangue-
        e boschi incontaminati
        che celavano segreti
di vulcani acquattati nel cuore delle onde.
Chiuse le isole in frontiere impraticabili
                                                    avevano calori
                                            di forni e di cucine che le fatiche
                                            tramutavano in pane quotidiano
                in fame di terre in scogli aggrappati
a quel mare in cui navigavamo in rotte senza meta
e cercavamo il calore di terre odorose di legname
in oblò appannati da marosi scatenati su linee di frontiera
e di fani che a navi segnalavano l’arrivo di flotte nemiche
                                        con odori di spari
con visioni di fuste sciabecchi brigantini.
 
Ampia frontiera
dove il dissesto di faglie staccate da vulcani
crea l’abisso di maree su coste parallele
frontiera ampia
che corrodi isole chiuse come pugni
in tempeste che squassano porti e sgominano approdi incastonati
                                                                         in laviche riviere
ti spalanchi
alla nostra nave che va a disseppellire solinghi tesori di marine
e scavi ancora
fumarole
scifi lucerne di ossidiana
in ultimi paradisi già violati
           senza pomelie e collane d’ibisco per naviganti
           che sbarcano tra banchi di coralli e di sardine.
 
Curvatura
di orizzonti al margine di spume
il terreno restringi il contrabbando di forze sempre
più restie allo spreco al varco
ti chiudi
a impantanare mare
a sfiorare lastra di mura erette
a difesa da navi barbaresche
a celare canne d’arida terra
dove erba non cresce tra lapilli.
 
Curvatura
di fuochi soffocati in camini di magma arroventati
                                                                breve spazio
                                                            lasci al mio
                                                        passo che cerca
                                                    l’orma dei padri
                                                il loro ritmo in risonanze
di marine e voragini scavate dalla pomice.
E ancora spero che la solitudine si spezzi
in ciottoli in navigli in fari
sciabordanti sulle acque e possa
cantare un alfabeto morse mentre
su scogli - marosi
tentiamo scalate di promontori in ascolto di maree.
 
Oltre la tua serrata frontiera
attende il mio riapprodo quella casa
dove un tempo, madre, ascoltavi di notte il mare
                    contro la murata come nave squassata da tempesta
e pensavi
di non staccarti mai da quello scoglio- continente racchiuso da frontiera.
Lì anch’io ascoltai poi quel
mare e credetti che fosse continente – vita
le mie radici tuberi terrestri non liquide marine.
 
Distrutto il porto non accoglie in prati
nuove risonanze
si chiude nell’isola
che miraggio appare in frontiera
in questo lago dove i padri volavano su gozzi sciabecchi
                                                        fuste brigantini.
 
Al di là
di quest’oltre
navigavano  assiepati in piroscafi verso
l’isola – frontiera
gioiello del Pacifico
                                 l’Australia.

II

FRONTIERA NORDICA

 
Non era frontiera questo lago
che disvelava aguzzi campanili oltre la soglia.
-Non amo i laghi-
-troppa quiete rattrista giorni di sole-
né i campi
 in pianura
dove in nebbia filari si dissolvono.
La frontiera era lungo binari  di tram fra traffici
e semafori spenti
e ritmo di vita mimata sull’onda di catene
di montaggio e di sirene che suonavano l’ululo
di ore scoccate sul discrimine d’indicibile fatica.
Tra grattacieli ciminiere raggrumati fili
filobus trasportavano carichi di ombre
nello smog cittadino che cieli rapprendeva infoschiva luci .
A ondate emigrati sbarcavano con valige
del boom degli italiani lontano da campagne.
La neve su cimase di tetti ordiva smerli  su campi
da sci si compattava in ghiaccio
per chi inventava un modello di vita nordico e avanzato.
Non più il sole intesseva i colli con felici tramature di grano
non più il vento splendeva
nel bosco ad arpeggiare melodie alterne
                                    al ritmo delle asce
non più la terra crassa s’apriva
con solchi in ordine come trecce sul capo di donne medievali
per attendere semi
non più la zappa amorosamente accucciava viti luminose di zolfo
non più  mucche lente pascolavano in libere marine
non più l’aria frizzante rinvigoriva la schiena chinata a
                                             raccogliere grappoli maturi.
Ora il tramonto della terra e l’acciaio nelle mani callose
di villani e il trapano e il rumore e l’aria d’amianto nelle fabbriche che
con comignoli lacerano un sole obliato nello spazio .
 
                                    Ancora la neve orla tetti e mansarde in
                              cornicioni scivola s’addensa
                         in montagne di ghiaccio.
L’aria tagliente di tramontana si vena.
Scomparso lo scirocco che scuoteva le case
animava di calore le menti
con promesse d’eterna primavera-senza fischi ululati da tregenda
ma con splendore nell’arancio maturo.
 
Ora le macchine nel traffico
la casa con elettrodomestici adeguati
lavatrice che gira come mulino
panni stesi in cucina –a vaporare con umide volute-
                                              asciutti dopo giorni
la stufa in cui il coke crolla con splendori improvvisi
a evocare faville di vulcani
su terreni inospitali cardi pietrisco
roveti inarrestabili su terre abbandonate
richiami contadini
di mucche solitarie sull’orlo di burroni
laddove l’altro contadino ancora pungola il bestiame
e lo chiama attento alla perdita allo scialo incomprensibile.
                                    Gente di frontiera fatica nordica
                                    che cancella come vergogna la fatica del Sud.
                                    Gente dispersa in frontiera che fagocita fantasie
                                            e spreme il sangue della gente del Sud.
Anch’io appartengo a gente di frontiera
che messaggi non accoglie ma li dà
a questa pianura di marcite
mentre dietro la finestra la neve ascende
e volti giovani parole attendono che non dicano
diversità di razza
                                      ma preghiera.

III

FRONTIERA MERIDIONALE

 
In questa terra dove apre spazi
il vento e rose di sangue dilagano 
feconda terra di aromi di organzino di cremore di tartaro
essenze si mescolano con sterro di bulldozer
paesaggi tra profili di gru si frangono
che oltre palazzi grattacieli ascendono
in indefesso ritmo di martelli.
 
In questa città western dove cercatori d’oro non mostrano
                                            politi lingotti ma lupare
in questa città serrata in visibili frontiere
                                    di monti e di colline
scerpati disossati i limoni dalla furia
mostrano esangui denti d’avorio
un colorito appena sfumato d’oro
e l’arancio non splende di lucori di soli ma
d’aurate autunnali rifrazioni.
In questa terra sotto la furia edilizia oggi scomparsa
affondano le radici dei miei padri.
In questo mare dove nel cerchio della baia fumano comignoli di raffinerie
e al varco petroliere si stagliano
contavamo un tempo i sassi trasparenti nelle acque recinte
                     da frontiere di brughiere.
 
                    Altre frontiere ora
                        varco oltre la mia frontiera di esitazioni e dubbi.
                            Al largo mi attendono
navi curde tunisine albanesi slave
che affondano con carico di morti immarcescibile in pietosa salsedine.
Qui
la mia mano 
tesa e l’impegno e l’amore nel tentativo
                            di rompere frontiere.


IV

OLTRE FRONTIERA

 
La vita un’avventura nel disegno mosaico
di luminose cifre imperscrutabili
ideogrammi cufiche armonie
parole in cirillico
e altre scritture e lingue
e indefinibile avvento dell’Eterno.
 
Si restringe il campo e vibrano
rotolo d’aria
e raggio di sole ricurvo come dardo
nell’arengo dove si saggia
la forza dell’arco che vibra con nuove risonanze.
 
Marine città deserti valicati non sanno
l’infinità dell’attimo proteso oltre parvenze
l’immersione nel Tutto oltre frontiere.

Materiale
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza