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La poesia di Francesca Simonetti

Nell’attività poetica di Francesca Simonetti emerge come nucleo fondante la forza-energia che è il nucleo della nostra vita: energia che è pensiero, sentimento, lavoro, parola, vita, materia negli atomi che compongono il nostro corpo.

Il veloce ed inesorabile scorrere del tempo, la conta dolorosa di istanti, giorni, settimane, mesi diventati brevi nel lasso di tempo che separa la poetessa dalla morte, gli anni perduti, che da altri sono stati sottratti alla sua vocazione poetica e le hanno impedito di bastonare la vita nell’impegno e nella speranza di poter mutare il mondo in questa unica ed irrepetibile possibilità concessaci dal divino d’intervenire nella realtà per migliorarla spendendo così i nostri talenti, la visione dei mali che hanno afflitto il novecento e che ancora nel duemila affliggono l’umanità, la consapevolezza di appartenere ad una condizione di estrema crisi a cavallo di due secoli e di due millenni non bloccano, infatti, il coraggio e la forza della Simonetti, che non si abbandona alla disperazione, ma, attraverso “le foglie di ricordi”, che “inseguono il futuro-ombra già presente” scopre l’essenza della bellezza: estrema nostra forza (cfr. "L’essenza della bellezza" in L’essenzialità della speranza).

E l’essenza della bellezza è espressa dalla metafora della rosa “che si piega al tempo rassegnata || ma non vinta…” E l’essenza della bellezza coincide con l’essenza della speranza che s’insinua “tra l’inerzia della materia e il morire” e ci consente, attraverso la forza del pensiero e la forza della parola unica “nostra forza-motrice”, di vivere e credere nel divino (cfr. L’essenzialità della speranza).

E consente alla Simoneti di spezzare il castigo di Babele a cui l’umanità è condannata (condanna alla non comunicazione e al disamore) “perché un verso e una parola || possono attraversare il tempo || per un futuro nostro eterno || mentre la stessa morte || si allontana, sconfitta…” (cfr. "Il castigo di Babele" in L’essenzialità della speranza).

Ma i poeti sono scomodi: solo i giusti e i buoni avvertono il vuoto per la morte di un poeta perché solo loro sono “rimasti ad aspettare || che il mondo cambi || nell’attesa della fine” (cfr. "Quando muore un poeta" in L’essenzialità della speranza).

La Simonetti non assume atteggiamenti da Cassandra, ma si limita a scrutare la realtà, a vivisezionare proprio la realtà palermitana che la circonda e i suoi problemi: la speculazione edilizia, la miseria del centro storico, la bellezza di quei limoni che non sono, come per Montale, bellezza, nota di colore, gioia nel buio esistenziale, ma concreta possibilità di sfamare i bambini che vivono in una Sicilia ancora sconfitta dal bisogno.

E dopo il vicino via via la Simonetti analizza il lontano, il dolore e il dramma dei popoli sommersi dalla guerra, l’impossibilità della pace ecc.

Non è populismo quello della Simonetti, ma è distacco nell’osservazione concreta della nostra società e, nello stesso tempo, partecipazione amorosa, condivisione della sofferenza generata da quei mali.

Paolo Ruffilli, nella prefazione alla raccolta poetica Nei meandri del tempo a ritroso definisce la Simonetti “testimone del nostro tempo” e riconosce la forza della sua poesia “in quella pronuncia melodica in cui si traduce l’ansia morale; in un dettato fermo, dentro il quale riescono a convivere partecipazione e messa a fuoco”.

Nella poesia della Simonetti, infatti, i due momenti della partecipazione e del distacco non sono mai contrapposti perché “il divino pensiero || che in noi langue – prigioniero || non in catene di ferro ma di materia” (cfr. "Imposte socchiuse" in Per versi necessari peregrinando) non è mai fredda astrazione, ma è strettamente legato alla nostra umanità, che è limite, ma anche essenza.

Scrivere può diventare pregare solo “quando il cuore e la ragione || … battono con lo stesso amore con l’altro” (cfr. "Scrivere è pregare" in Per versi necessari peregrinando). Se ciò non accade la poesia può diventare disperazione e stridore.

La parola diventa strumento di conoscenza e di indagine purché non sia travolta, come sottolinea Lucio Zinna nella prefazione a Per versi necessari peregrinando, dallo svilimento generalizzato dei valori e della dignità della persona: l’eclisse, appunto, della “coscienza collettiva” “quando l’amore si dilegua || e rimane nel nulla che ci circonda || e si fa pietra”.

Quando tale eclissi si compie, si compie anche la profanazione dell’essenza della bellezza, ma non l’estirpazione di quella rosa che la rappresenta, i cui petali sono “specchio del vero || segreta armonia – estremo confine” (cfr. "La rosa scarlatta" in Per versi necessari peregrinando).

A tale scempio non è rimedio la fuga né “il pensiero ricorrente amore-vita-morte”, ma è sempre “la parola a riportarci l’essenza della verità (cfr. "Inutile attesa" in Per versi necessari peregrinando).

Nella poesia della Simonetti, che Tommaso Romano definisce epica e sempre in aperta tensione (cfr. prefazione a L’essenzialità della speranza) i momenti della ricerca si alternano; l’approdo non è mai definitivo.

Nello smarrimento davanti al tempo che fugge, nelle barriere sollevate dal quotidiano che “smaglia disgregando le essenze carnali e celesti” risorge la speranza come fiducia nella tenacia del cuore, che “vince le barriere || abbattendo i confini || dilaniando il male || che si annida || nelle vicende del mondo ||  (cfr. Presentimento “Poesie inedite” in Nei meandri del tempo a ritroso).

Ma se nei Meandri del tempo a ritroso la Simonetti perviene a questo nuovo approdo cioè alla fiducia nella tenacia del cuore, disciogliendo il nodo gordiano che avviluppava amore e morte nella precedente raccolta di poesie Per versi necessari peregrinando, in questo nuovo guado che si spalanca tra amore e morte, la poesia diventa stridente perché si è interrotta l’unità tra mente e cuore.

E la Simonetti in Indagine postuma con un calembour continuo e vertiginoso tra guado ed agguato, disciogliendo ancora una volta la possibilità di sopravvivere nell’amore, che è legato alla terra e al tempo e a un futuro che non esiste, celebra ancora una volta “il pensiero e la parola”, la quale “si fa mistero-legame tra la terra e il cielo” (cfr. "Le ombre del quotidiano" in Indagine postuma).

Questo è solo il penultimo approdo, ma nell’ultimo (cfr. "In esubero eventuale" in Indagine postuma) “il crudo raziocinio || sprofonda ||  nell’antro dell’amore” || , che diventa eterno “perché vi scorre il sangue del mondo || nutrito dal dolore universale || dove pure il nostro si cela || tortuoso ed irrisolto canto – eco per gli abissi siderali || o pianto che sale dagli abissi?

Questa poesia dilemmatica, che talora si ricompone in canto, talora in eco dissonante se il pensiero e il cuore si dissociano, si traduce in canto e controcanto, in un’affermazione e una negazione che la Simonetti esprime con l’uso frequente di trattini in cui sono imprigionati la sua voce e quella degli altri, il suo cuore e il suo pensiero, la vita e la morte, l’amore e la morte.

Infine l’unità è ricomposta dall’amore universale, che ha la sua cifra universale nel dolore creaturale. È questo il canto universale?

“Poesia che ha al centro una ricca meditatività sorretta da una profonda sapienza del cuore” la definisce Giorgio Bárberi Squarotti. Anche Mario Luzi, che la Simonetti chiama suo maestro, riconosce la forza e la bellezza della poesia della sua scolara.

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