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La poesia lunare di Leopardi

“Dopo la malattia dell’infinito” sembra quasi consequenziale che Pietro Citati amorosamente si volga ad auscultare i battiti della mente e del cuore di colui che ha sacralizzato l’infinito: Giacomo Leopardi.

Intessere una biografia del poeta più venerato dai giovani e dagli adolescenti è una fatica impari e una gioia. Seguirlo nelle oscillazioni dei moti interiori mentre fissa il culmine del cielo oltre la siepe che ne limita lo sguardo e intuire il terrore quasi sacrale dinnanzi al silenzio infinito delle cose e alla dissoluzione dello spazio e del tempo e al naufragio in quella liquidità immaginata è una scienza che Pietro Citati conosce bene: quella dell’immedesimazione nel tentativo d’identificazione.

E, seguendo quei moti del cuore analizzati in modo quasi chirurgico dall’ansia speculativa di Leopardi, il critico s’immerge in quella tensione verso il sublime, in quel fondu che troviamo anche in Petrarca “il pastoso, il fondu, come diceva Proust, dono supremo dei grandi Maestri”.

E sublime è anche la scoperta nel canto di Silvia che tesse al telaio la risonanza del canto delle dee ctonie di Calipso e di Circe immerse nei loro giardini che rievocano nei loro silenzi gli asfodeli ultraterreni.

E ogni amore è sublime perché la donna di Leopardi non è mai “quella che si può incontrare”, ma un’aspirazione al sogno, alla felicità quasi un’eccitazione verso quel perenne intreccio di immaginazioni, pensieri, sentimenti che il poeta recanatese traduce in poesia.

Quando il ciclo della luna si chiude e l’astro cessa di essere demone o dea e cessa “l’immensa fioritura che l’immaginazione greca, latina e cristiana fece germogliare nei secoli… veleggia nel cielo come simbolo di un gesto inesauribile dalle parole umane”.

L’immersione di Citati nella cultura classica non è retrocessione, ma ritorno alle radici e, nel contempo, tensione verso il sublime. In realtà, il critico non crea poesia su poesia, ma divaga dalla poesia leopardiana verso il proprio mondo interiore e in tale veleggiamento il tentativo d’identificazione si metamorfosa in immersione in quel liquido mondo interiore soggettivo e personale che tutti ignoriamo e di cui siamo continuamente alla ricerca per captare la nostra identità che ci sfugge. Tale adesione al mondo leopardiano e concentrazione nel proprio mondo consente a Pietro Citati di rintracciare la fonte primaria delle poesia del recanatese: l’Iliade letta dal Leopardi a undici anni, la contemplazione di un mondo perfetto estraneo al dolore e alla guerra. “Quelli (i troiani) stettero tutta la notte lungo i sentieri di guerra | a coltivare grandi speranze, e molti fuochi erano accesi. | Come quando le stelle nel cielo, attorno alla luna che splende, | appaiono visibilissime, mentre l’aria è senza vento; | e appaiono tutte le rupi e le cime dei colli e delle valli | e uno spazio indicibile si apre sotto la volta del cielo, || e si vedono tutte le stelle, e gioisce il pastore in cuor suo:| tanti falò splendevano tra le navi e il letto di Xanto, | quando i troiani accesero i fuochi davanti alle mura di Ilio.” (Iliade, VIII libro, vv.553-561).

E’ così che sgorga e si compie l’immaginario poetico di ognuno di noi, proprio sulle tracce di un mondo che il primo poeta della terra di cui abbiamo notizia ha cantato. E il mondo che ci dischiude tali orizzonti è quello del mito.

Proprio in quel passo omerico sopracitato appare il contemplatore, colui che si estranea dalla realtà per contemplare la natura a cui chiedere il senso di quest’universo: il pastore.

E appunto a tale figura s’ispirerà Leopardi nel suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di cui Citati, molto brevemente scrive forse perché su tale testo fiumi d’inchiostro sono stati versati o forse perché con tale poesia si conclude il ciclo dedicato alla luna – ciclo in cui il “Canto notturno” è inserito nel libro di Citati – divenuta poco partecipe, anzi fredda, meccanica così come ormai l’arido vero della scoperta scientifica – la rivoluzione copernicana – ha scoperto che sia: sono ormai tramontate le favole antiche e la luna non è più Selene.

Citati, però, ci indica la fonte del canto del pastore e del motivo per cui tale canto può essere solo notturno indicando appunto il passo dell’Iliade.

Il lunare – scrive il critico – coincide con l’indefinito, con l’apparenza, con il riflesso cioè, in definitiva, con tutto ciò che è vago e indefinito e, quindi, poetico perché solo il mistero suscita le visioni dell’immaginario, l’oscillazione di mente e cuore. Sono sempre le visioni dell’infanzia - e le visioni agresti – a suscitare il vago e l’indefinito della memoria, in cui sono presenti le figure del pastore e delle sue greggi (cfr. Le ricordanze).

Ciò scolasticamente un tempo noi abbiamo chiamato adesione alla natura, aspirazione alla felicità.

In questo libro Citati rompe quel sistema costruito dai precedenti critici fondato sulla contrapposizione tra natura e ragione, Illuminismo e Romanticismo lumeggiando un rapporto quasi filiale tra natura e ragione, anche se conflittuale come il rapporto tra l’adolescente e la madre.

La tensione verso una felicità sfuggente e impossibile a carpirsi resta, comunque, il nucleo fondante della poesia leopardiana, che coincide con la poesia lunare e, quindi, con il “vago e l’indefinito”, unica illusione di felicità consentita ai mortali. Citati afferma: “Sebbene la luna sia o possa essere un’illusione, resta il culmine del mondo del Leopardi”.

Ma, al di là delle cosmografie classiche o leopardiane più o meno dichiarate, credo che il mondo lunare sia per Leopardi quel mondo notturno che noi possiamo creare o cancellare e che la luna, pur illuminando, lascia in penombra o almeno in parte in ombra perché noi possiamo reinventarlo.

Tale è la potenza dell’immaginazione e della poesia.

Recensione
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