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L'ultimo canto dell'upupa

Tra neoparnassianesimo e neopreraffaellismo sembra articolarsi il poemetto L’ultimo canto dell’upupa di Giuseppe Manitta in una visione specularmente opposta alla realtà del terzo Millennio.

Ad una prima lettura non analitica si è fagocitati, infatti, da immagini di estrema bellezza e di grande nitore apparentemente classicheggianti. Ne cito alcune: Nella sciara | una fanciulla danza | profumata d’azzurro | ai canti della ginestra. | Ma un alito di farfalla | sconvolge ogni battito | e si addormenta | con le viole al crine | oppure Al bagliore del sole | scivolano | le ciglia del narciso | immerso nel canto di Dio | profumato | nell’ultima cinigia.

Inquietanti sono le dee o semidee del mito e misteriose come Aurora che sposta il velo dagli occhi, | ciprigna, | e traccia segni nell’aria o Aretusa che appare prima dell’ultimo canto dell’upupa. Gira la ruota garrula, | ricerca le labbra di Aretusa, | è tremulo di terra il cielo | l’armonia suona di nuovo | per destare | l’ultimo canto della cicala. | E’ polvere il coccio di bottiglia, | è vento il sapore | che avvolge i tuoi occhi di zaffiro, | Aretusa.

Eppure il poeta talora allenta le maglie della fittissima rete di metafore, sinestesie, analogie e simboli e fa cenni alla filosofia post-moderna.

L’intelletto è ombra oppure Nello sguardo si perde | l’ombra della sabbia | il nulla è inganno dei vedenti | oppure La vita ha il frastuono | cinereo di un riflesso.

Anche il poeta, nel tracciare il proprio identikit, si autodefinisce un riflesso Anch’io sono polvere,| melodia che nuota | e che annega nella pozzanghera | dei riflessi. L’upupa, nel suo viaggio iniziatico, che ha come meta la morte, inizialmente sembra avvolta in quell’aura di bellezza che non le consente d’interpretare la realtà. Luogo di partenza è la laguna squassata dalla bufera – luogo circoscritto come la pozzanghera, metafora a cui il poeta nel poemetto più volte ricorre. Nonostante il dolore diffuso nel paesaggio, l’upupa ascolta il messaggio che le prospetta un viaggio favoloso in seno al mito “Venti fili intrecciati d’alabastro, | venti giorni con Eco, | venti fili intrecciati di rubino…” E l’upupa va sulla sua nave argheifonte alla deriva, ma già al primo suo canto dubita che sia opportuno offrire la sua anima all’antico mito, perché ormai secco | il rivo | d’ambrosia. Contrapposta alla sua condizione di dubbio è la vita della metropoli che si svolge, nella notte illune, sotto le arcate | della fognatura, tra il fumo dell’alcol | e il sapore di canna consumata dai ragazzi.

Anche l’aura soffre perché Omero | Virgilio, Dante, Petrarca, | Leopardi sono morti.| Noi li abbiamo uccisi…| L’unico rimedio a tale angosciosa situazione è la fuga nel mito. L’upupa non comprende nulla del variare delle stagioni, dei lavori campestri: è forse solo una stridula ancella a cui è stato affidato l’ultimo canto della natura dopo la morte del canto degli uomini.

E il poeta si chiede: E se il canto dell’uomo rivivesse?| Ricorderebbe di non essere nata.

Anche se è stanca della bellezza della natura, celebrata dai lirici greci - ma l’upupa è stanca | di gigli e anemoni, | di mordere la mela di Saffo | - intona un canto sinestetico: è un canto verde. Ormai solo uccelli crepuscolari invadono l’aria e il canto omerico è dissolto. L’upupa sogna, ma il tempo della sua fine è vicino. Si aprono le danze crepuscolari: la prima danza è quella della fanciulla azzurra.

La poesia della natura sta tramontando: Titiro non riesce più a celebrarla, ma, avvolto da una musica strana, si trova a lustrare un tegame | per barboni, a scavare pupille | naufragate e… Whitman ha perso le foglie. Ciclicamente ritorna l’inverno e la bufera con cui è iniziato il poemetto.

Nell’ultima danza l’upupa muore, ma un giardino di gigli | cresce sulla pietra | e tesse le acque del fiume: è un giardino preraffaellita, puro e innocente, sordo al dolore e alla morte, ma simbolo di una realtà superiore che va oltre la finitezza della vita.

Attraverso tali punti nodali Giuseppe Manitta costruisce l’architettura del suo poemetto argomentativo, che rivela le sue ottime capacità di costruzione e di sintesi.

Dichiarata è la scelta del verso lungo e libero che viene introdotto tra tradizionali senari, settenari, ottonari, novenari, senari doppi, rari decasillabi ed endecasillabi.

Il poemetto, simile per struttura a quelli di Eliot e di Pound, si muove tra realtà e mito, tra quotidiano e utopia, attraverso metafore e simboli e mira non tanto o non solo ad essere specchio della realtà, ma soprattutto a dare indicazioni nuove sul versante letterario e su quello filosofico per superare la crisi della post-modernità.

Il poemetto aspira, infatti, non solo ad una visione totalizzante, ma soprattutto alla creazione dell’utopia attraverso il mito: gli antichi dei della Grecia, infatti, erano espressione della natura e, quindi, ad essa più vicini. Erano anche espressione di sentimenti umani – Afrodite era dea dell’amore , Ati dea della discordia ecc. - come ben comprese Freud, che, nella fondazione della psicanalisi, si rifece al mito greco denominando alcuni complessi con nomi attinti alle vicende rappresentate dai tragediografi greci: il complesso di Elettra e il complesso di Edipo. Il mito greco è il fondamento della nostra civiltà occidentale, che esce dalle tenebre della preistoria con la trascrizione dei poemi omerici.

Anche l’Aurora - la dea greca - nel poemetto di Manitta non appartiene ad un mondo antiquario per sempre tramontato di cui ci rimangono solo le fastidiose ossa – quei ruderi archeologici morti e stramorti e invadenti – ma è un fenomeno che si ripresenta al sorgere di ogni nuovo giorno, anche se la sua apparizione oggi deve fare i conti con un mare inquinato, con la cementazione di fiumi, con la scatenata urbanizzazione delle metropoli. Ecco come Manitta presenta l’Aurora rivisitata: … naviga sulla zattera | anchilosata | della camera da letto…| Dalla finestra | l’asfalto schiuma | e la zattera | naviga sotto la sedia, | ma il mare è cemento, | le onde s’arrestano | al davanzale. Se la struttura del poemetto sembra simile a quella dei poemetti di Eliot e di Pound, in realtà l’ascendente più certo si può rinvenire nell’epillio alessandrino, che, anche se epico, si affidava a un tono leggero ed erudito per smorzare la solennità. Anche il tono polemico di Giuseppe Manitta è molto smorzato, ma è il substrato su cui il poemetto stesso si fonda. Se l’uomo ha distrutto il canto e la tradizione poetica, se i poeti cantori della natura – simboleggiati dall’upupa – ne hanno decretato la fine perché la natura non può né deve astrarsi dai problemi dell’uomo (Cfr. Titiro), Giuseppe Manitta, però, non rifiuta la tradizione perché anche la cenere di un mondo distrutto può trasformarsi in bocciolo e forgerà parole nuove.

Come la fenice risorta dalle sue ceneri, la parola risplenderà nuova. E il poeta introduce nel testo parole antiche – tratte da romanzi del Cinquecento siciliano, da Dante, da poeti medievali toscani – e vi leggiamo i lemmi berza, avaccio, blezza, basterna, caribo, cinigia, ziolavano ecc.

Anche i temi della poesia futura sgorgano dalla tradizione per contrapposizione o somiglianza. Se, infatti, l’attuale società sprofonda nel nulla della distruzione che produce solo cenere - e molteplici sono i problemi citati nel poemetto: la distruzione della natura, alcol, droga, emarginazione, povertà, disorientamento, perdita di valori e radici, spersonalizzazione, edonismo ecc. – e se nessun rimedio è possibile – né il mito né il sogno né l’amore né l’esotismo né la contemplazione della natura, né la memoria, rimedi che, per il poeta, sono solo illusioni e delusioni - è anche vero che tra i versi del poemetto si aprono spiragli salvifici: la terra anela a vapori visionari del cielo e, quindi, all’utopia di un amore e di una salvezza universali – come nell’opera dantesca che si snoda dalla selva oscura fino alla visione del Divino – e la siepe al crepuscolo annuncia il viaggio nell’urna di loto, e, pur annunciando la fine, la siepe – se è siepe leopardiana – è testimone della possibilità di un infinito negato da una natura circoscritta in pozzanghere e lagune.

E tale possibilità di rappresentazione della realtà odierna e delle sue prospettive future potrebbe essere affidata, secondo Giuseppe Manitta, alla metafora del mito – non esotismo o fuga in una plaga incontaminata di perfezione – che sembra racchiudere in sé – come un novello e diverso correlativo oggettivo – il mondo fenomenico e il suo simbolo.

Ormai è tempo di tornare a Itaca, come suggerisce Costantino Kavafis, ma Itaca è lontana per i poeti del Terzo Millennio, come, con rammarico, constata Giuseppe Manitta, e ormai Ulisse, nel suo ultimo viaggio iniziatico, non s’imbarca più per conseguire vertude e conoscenza – e costanti sono i riferimenti nel poemetto all’opera dantesca. E Giuseppe Manitta, invece, ritorna alla sua Itaca, alle sue radici, alla sua Sicilia, alla sua cultura siceliota, il cui fondamento è l’antica cultura greca, unica luce di civiltà nelle tenebre allora diffuse nel bacino del Mediterraneo, e in L’ultimo canto dell’upupa, introduce riferimenti ai miti sicelioti eziologici di Galatea e Aci, del ciclope e della siracusana Aretusa, al fondatore della poesia georgica il poeta siceliota Titiro e fa anche un cenno al simbolo della cultura greca universale, all’uomo dal multiforme ingegno, sempre desideroso di apprendere e sperimentare, sempre avventuroso, mai sconfitto, nonostante le continue traversie e l’opposizione degli dei: a Ulisse.

E il viaggio continua nella cultura e nelle radici siciliane attraverso la citazione di lemmi tratti da opere di poeti della Scuola poetica siciliana – lemmi assorbiti dai poeti toscani medievali che al siciliano devono tutto come dichiara Dante nel De Vulgare Eloquentia I, XII, 2-4: “Et primo de siciliano examinemus ingenium; nam videtur sicilianum volgare sibi famam prae aliis asciscere, eo quod quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur…”.

Altri lemmi appartengono a romanzi del Cinquecento siciliano – su cui, tra l’altro, Giuseppe Manitta ha pubblicato un saggio – scritti in volgare siciliano, che per circa tre secoli è stato la lingua ufficiale del Regno di Sicilia. Tale continuità storica anche con la poesia occidentale contemporanea è indispensabile per poter poetare perché, come scrive Eliot nel saggio ancora insuperato Tradizione e ingegno individuale, poetare significa inserirsi in un fiume millenario di cui ogni poeta diventa un flusso.

La consapevolezza di ciò induce ogni poeta ad attingere all’albero della tradizione, a legarsi alle sue radici, innovando anche con materiale considerato da scarto, come parole dimenticate, che diventano nuove, o con forme letterarie in disuso, come l’epillio alessandrino o con metafore antiche come il mito che possono ritrarre ancor oggi la realtà contemporanea perché possono rappresentarla, come suggerisce Giuseppe Manitta.

Innovazione nella tradizione: è questo il nuovo motto o il motto di sempre perché non esiste letteratura senza la letteratura.

Recensione
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