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Per Sillabe e lame

Breve stacco tra terra e cielo è la vicenda umana, come scrive Saramago nell’esergo De mim à estrela un passo me separa, ma tale frattura può essere ricomposta solo dalla poesia perchè nulla/ sulla terra si rifarà vita/ solo la parola scritta s’eternerà/ nel vortice del vento (Cfr. Strappo).Se la vita non può rifiorire secondo il meccanico ciclo vitale della natura, la poesia può, invece, foscolianamente eternare la vita ricucendo lo strappo tra cielo e terra, tra presente e futuro: tale la funzione della poesia, secondo Francesca Simonetti, nella silloge Per sillabe e lame.

Ma tale affermazione è continuamente contraddetta dal suo contrario: dalla finitezza, dalla fuga del tempo, dalla condanna a cui sono soggetti i mortali ribelli per la forma mancata/ dell’immortalità. Nell’incalzante contraddittorio che attraversa tutto il testo, sembra prevalere, infine, la speranza, quel ponte necessario (2001) – cito il titolo di una remota silloge della Simonetti Il ponte necessario – che trasforma la conflittualità in armonia. Attraverso la mediazione della poesia – quel canto, quella poetica grazia che crea una sinfonia in cui le sillabe aspre e stridenti si coagulano con quelle armoniose e diventano canto – si erge un ponte tra la parola velenosa e quella armoniosa, tra la storia e l’utopia, tra la vita e la morte, tra la terra e il cielo, tra le stelle e il vuoto.

Tale parola, che sopravvivrà anche a ciò che si dissolve, non si astrae dal reale; ma tenta di narrare la vita melodiando la parola. E la parola non può prescindere dal canto. Se narra la realtà, non può essere solo narrativa, ma anche musicale perché musica è la fonte a cui ha sempre attinto la poesia e appunto per questo la parola diventa poesia.

S’intersecano nei versi della Simonetti poesia e poetica e s’identificano perché la poesia è musica, ma una musica sempre intrisa di forza, sempre ravvivata dal sacro fuoco…, pura melodia / fatta di ragione-amore, non sterile / murmure che nell’aere si perde/ privo del fuoco sacro che si accende/ pure nel gelo della tua terra/ a nord del mio mondo (cfr. Leggendo Katarina Frostenson).

E’ poesia del futuro, libera da infingimenti e illusioni. E la Simonetti scrive: …poesia del futuro/ nessuna cosa più di te potrà/ distruggere i mostri possenti/ che aleggiano feroci/ sulle viscere abbandonate/ degli innocenti globali (Cfr. Rileggendo Poe).

E’ una poesia lirica fondata sulla ragione, sulla riflessione, ma anche sull’amore.

E’ soprattutto una poesia essenziale.

Ai caldi paesaggi mediterranei, che avvincono e distraggono con l’illusione della bellezza, la Simonetti contrappone, infatti, la spoglia visione di paesi nordici che non distolgono dalla riflessione sugli interrogativi fondanti. Alla rassicurante visione del passato – memoria non consolatrice a cui ha tentato di affidarsi nella silloge prefata da Paolo Ruffilli Nei meandri del tempo a ritroso – predilige lo squarcio del velo che cela l’ineluttabile/ cammino – irrisolto dilemma del tutto/ che si fa pensiero/ perché il tempo è solo una patina/ scrostata in una crepa/ che lascia intravedere l’ignoto celato/ ad arte, negli anni verdi, da un sipario/ rosso fuoco sulla scena vuota (Cfr. Irrisolto dilemma).

Epica e sconvolgente è la visione del futuro: …il tempo sconfitto non più mi apparterrà…/ dall’amore posseduto trarrò soltanto/ un suono siderale da tramandare nello spazio / - sulla terra rimarranno statue e simulacri… (Cfr. Sillabe del futuro).

Ma se sopravvivranno in futuro solo i suoni striduli – da incubo – non si spezzerà mai l’invocazione alla Musa: …poetica grazia/ scendi dal Parnaso/ irrompi maestosa/ tra le cose morte e putride/ che chiudono il cerchio/ dell’alitare velenoso. Ciò che avverrà dopo lo strappo – o guado come la Simonetti lo definisce in Indagine postuma - sarà possibile dominare solo con la poesia/ che scende come manna/ da un cielo oscurato/ dalla storia di tutti/ e di nessuno (Cfr. Poetica grazia).

Tale è il potere del canto, ma la Simonetti sa che intanto soltanto l’eternità/ specchio dell’infinito si stende/ come schermo bianco/ innanzi al nostro sguardo/ incerto (Cfr. Sequele d’estasi). E allora s’offusca anche il fulgore della poesia, si dissolve la fede nella sua facoltà eternatrice: il canto è solo inganno, una sequela di estasi inventata ad arte. Il bipolarismo irrisolto sembra cancellare la parola, la possibilità della spes: è la morte.

Per Sillabe e lame è musica in partitura di morte o prometeica rivolta degli umani che conoscono solo la sopravvivenza concessa dalla parola?

La silloge è sicuramente il frutto di una poesia matura, universale, coraggiosa, che tenta di diradare il timore dell’abisso - in cui lo strappo inesorabilmente ci travolgerà– con la fede nel canto e in un’immortalità conquistata dalla parola. Una poesia a due voci – racchiusa in frequenti trattini che inseriscono divagazioni ed enfatizzano il contrasto tra certezza e vuoto, tra vita e morte, tra sillabe e lame, tra stridori e armonie - si dipana in un contraddittorio epico - quasi wagneriano – che non s’incastra mai negli anfratti dell’elegia, ma replica la conflittualità della vita come spirale ascendente oltre gli umani confini verso il non spazio – generalmente ritenuto angoscioso – dell’eterno dove la poesia eternatrice crea un’armonia tra le stelle e il vuoto, tra le lame e le parole.

E la Simonetti così canta: Solo la parola connubio/ di spirito e sangue/ s’imprime nella carta eternandosi (Cfr. Mani prigioniere). Tale oscillazione tra realtà e speranza, però, mai si dilegua: la soluzione sembra lontana perché la poesia è incessante ricerca.

E nei testi della poetessa tale iter è sempre in progress: dall’affermazione che la poesia è preghiera - verso contrapposto a quello di Marino Moretti scrivere è morire, citato nell’esergo della silloge Per versi necessari peregrinando (2006) prefata da Lucio Zinna. - la Simonetti in Inedita per vestigia (2010) passa alla fede in una strenua sperimentazione che attua facendo ricorso anche a forme metriche ritenute obsolete come il sonetto.

Per sillabe e lame (2013) non risolve il dilemma del tutto/ che si fa pensiero, ma conquista una nuova tappa nell’iter esistenziale: la celebrazione della poesia come l’unica possibilità di sopravvivenza. E ne ricomincia la lode.

Con questa silloge, prefata da Paolo Ruffilli, la poetessa raggiunge il culmine dell’arte poetica e, diventa, a mio parere, una delle più interessanti interpreti del nostro tempo la cui conflittualità sembra superare – almeno per il momento – con la corporeità di una poesia che si fa sangue e spirito, sinfonia di parole umanamente distorte e di sillabe incardinate in un’utopia di giustizia, d’amore e di felicità mai raggiungibili su questa terra, ma sempre protesi verso un infinito proiettato nella certezza del cerchio che non ha punte di lame / ma curve di lana.

Recensione
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