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Un'altra vita

Poemetti in prosa i venti racconti di Un’altra vita di Paolo Ruffilli? Metaforicità – preannunciata nell’epigrafe dedicata a Pessoa – e ambiguità nella partecipazione e nel distacco dell’autore caratterizzano, insieme alla musicalità, l’ultima pubblicazione di questo poeta autore di poesia come romanzo e di romanzo – o racconto – come poesia: l’intercambiabilità tra prosa e poesia se, da una parte, indica una rottura con i canoni tradizionali dei generi letterari, dall’altra manifesta la chiara vocazione ad una scrittura come espressione di una musica interiore – ciò che la parola ditta dentro – che è coincidenza con la struttura del pensiero.

Se si analizza l’incipit di La locanda irlandese, racconto di apertura di Un’altra vita, si può rilevare la molteplicità di soluzioni offerte da una scrittura fortemente accentuativa che va da un andamento piano fino ad una forte spezzatura che si ribalta a picco.

Gli enjambements si susseguono fino al tuffo conclusivo. Così si potrebbe versificare il primo periodo dell’incipit:

La costa era dritta
come una muraglia
con le sporgenze pallide e rocciose
che piombavano a picco
giù nell’acqua.

L’effetto musicale scaturisce da un andamento ondulatorio dei primi quattro versi – pur in una visione compatta della costa come roccaforte – e da un veloce affondo negli ultimi due versi.

La strofe da me trascritta è composta da due senari, un dodecasillabo, un altro senario e un quinario finale.

La strofe si potrebbe trascrivere anche così:

La costa era dritta
come una muraglia
con le sporgenze pallide e
rocciose
che piombavano a picco
giù nell’acqua.

La strofe è simile alla precedente. C’è una sola variante: il terzo verso – l’ex-dodecasillabo – è suddiviso in un ottonario e un quadrisillabo.

Viene così moltiplicato l’andamento ondulativo dei primi quattro versi e il tuffo nell’acqua è più veloce.

La strofe potrebbe essere ulteriormente così scomposta:

La costa era
dritta
come una muraglia
con le sporgenze pallide e
rocciose
che piombavano
a picco
giù nell’acqua.

In questa ultima trascrizione la strofe darebbe esiti di frantumazione ungarettiana.

Scompare la melodia e il verso è greve. Le pause sono più frequenti.

Nella seconda soluzione strofica da me prospettata l’andamento ondulatorio, melodico, leggero è, invece, improvvisamente spezzato dall’andamento veloce che indica la caduta: tale è, secondo me, la cifra della poesia di Ruffilli, che ben si accorda con l’andamento del periodo successivo che così trascrivo:

Camminava sull’erba
corta e soffice
il manto di un tappeto
che cresceva
sull’orlo del dirupo
sotto il vento salato
d’alto mare.

La strofe è scandita da una settenario, un quinario, un settenario, un quadrisillabo, un quadrisillabo, un settenario, un quadrisillabo.

Sottolineo che così un primo quadrisillabo seguirebbe i primi tre versi e un secondo gli ultimi due versi.

Credo che Ruffilli si orienterebbe verso tale scansione metrica che alterna un movimento sicuro dell’andare con un picco nel verso che cresceva, sottolineato dal verso sull’orlo del dirupo, che spezza l’andamento ondulatorio, con la ripresa successiva dell’andamento sotto il vento salato e con una ascensione d’alto mare, già presente nell’eventuale quarto verso che cresceva.

Nei due periodi esaminati è presente un andamento ondulatorio spezzato velocemente in basso - che piombavano a picco / giù nell’acqua – o in una lenta ascensione verso l’alto – che cresceva, d’alto mare.

Tale è la spezzatura del verso musicale di Ruffilli: verso il basso e verso l’alto. Non invocherei, quindi, nessun confronto con la frantumazione del verso ungarettiano.

Queste mie osservazioni propongono una chiave di lettura di Un’altra vita come testo essenzialmente e originalmente poetico, che rivela il laboratorio letterario molto personale di Ruffilli, lontano dai moduli tradizionali visitati da altri, e che ci indica un lavoro assiduo, annoso, strenuo, sulla pagina bianca da cui lievita una musica franta a onde, a picchi, a sprofondamenti, a risalite, che riflette la ricerca parimenti strenua di un senso e di una ricomposizione di una frattura dell’io e della società contemporanea e tenta una conciliazione oppositorum di quel conflitto tra buio e luce, tra pieno e vuoto, tra vita e morte che forse troverà la sua composizione solo in qual flusso di energia da cui siamo scaturiti e in cui saremo reimmersi: materia, spinoziana anima mundi o divino?

Barcellona P.G., lì 23/06/2010

Recensione
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