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“Presenza” imponente e vulcanica, senza dubbio, quella di Dante Maffía, nel panorama letterario: saggista e narratore (ottima accoglienza ha ricevuto il suo volume su Tommaso Campanella), docente, critico pugnace, editore di poeti, fondatore e direttore della bella rivista “Polimnia”, condirettore (con Giorgio Linguaglossa e Luigi Reina) di “Poiesis”. Autore, inoltre, di una ventina di libri di poesia, tra cui anche alcuni molto apprezzati in dialetto calabrese. Segnalato agli esordi (avverte il risvolto di copertina dell’opera di cui ora si parlerà) “da Aldo Palazzeschi e da Leonardo Sciascia, che, con Dario Bellezza, riteneva già allora Maffía uno dei più importanti poeti italiani”.

Nel 1993 ebbi la ventura di un incontro approfondito – del quale riferii sulla ragguardevole rivista calabrese “Campo immaginabile”– con un suo denso libro di poesia, La castità del male. Ebbi così modo di rendermi conto di quanto tenace e stratificata fosse la sua ricerca poetica e di come risultasse redditizio l’impegno del lettore per penetrarne l’elaborata compagine. Dieci anni più tardi, mi affascinò particolarmente un suo coerente volume di poesia ricco di suggestione: La biblioteca d’Alessandria.

Questo nuovo libro, Al macero dell’invisibile, esce nella prestigiosa collana fiorentina Passigli Poesia fondata da Mario Luzi con una sottile prefazione di Remo Bodei. Il quale, nel tentativo di chiarire il senso-chiave del titolo rispetto alla complessità del libro, comincia col ricordare Rilke e il suo considerare i poeti “api dell’invisibile”, perché mostrano mondi sconosciuti “che ci fanno tuttavia conoscere meglio quello in cui effettivamente siamo”. Ma anche perché “ trasportano da un altro universo, appena intravisto, un polline da cui scaturiscono fioriture di parole e immagini nel nostro”.

Se, per meglio intendere il senso del titolo, cerchiamo nel libro la poesia eponima, Al macero dell’invisibile appunto, ancora una potrebbe venir fatto di pensare a Rilke, agli Angeli delle Elegie duinesi – qui però desolatamente depauperati e decaduti – tanto più che è sottolineato dall’autore che la poesia risulta è stata scritta a Siena nella casa del poeta e germanista Mario Specchio, raffinato studioso di Rilke. “Angeli corrotti sbavano | alle grate delle finestre, fanno | l’occhiolino ai ragni | che tessono e tessono filastrocche sceme | per il trionfo della ripetizione. È come | Se un diluvio si fosse fermato | su branchi di pecore in agonia | e stesse per sciogliersi il nodo | degli errori accumulati dall’etica. || Per i lunghi corridoi risuona | il nulla divampando | sui residui di parole consunte | da accordi musicali di neve | sfiniti e poi buttati al macero dell’invisibile”. Le apparenze del quotidiano e della rassicurante normalità sono esemplarmente raffigurate – lo nota anche Bodei – in testi come Tutto in ordine: “Dopo aver portato a spasso il cane | acquistato il giornale, scambiato | due frasi sul tempo |con un altro signore a spasso col suo cane, | mi avvio verso casa e in ascensore | incontro Nicola che mi confida | i capricci del suo Mac Intosh. | A casa è tutto in ordine.”. Il poeta svela l’allarmante vanità che si nasconde sotto le apparenze: “Le giornate se ne vanno – neutre, liete | invisibili lampi secoli – tra chiacchiere | con gli amici e libagioni | ideali o ideologiche, chissà. [...] Ma non c’è mai uno spiraglio che mi guidi oltre il male | e suggerisca alla mia cecità di opporre | l’orrido silenzio o i fuochi d’artificio. || Dunque non esiste il mondo. E ciò che vedo | è una profonda natural burella | di vermi che s’affollano alle soglie | del possibile. E poi la frana, | con un frastuono di sillabe che invadono | l’apertura dei cieli e che pretendono | di costruire il mondo”. Ed ecco, da Un inganno: “Dove sono gli angeli | che dovevano proteggermi e farmi lieto? || Che inganno è questo? Stridono le porte, | strisciano scarafaggi nauseanti. | Rivoglio la mia anima”. Oppure: “Ma quanti campanili | sfidano l’azzurro. Per ottenere | che cosa?

Presagi apocalittici, accanto a segnali del “disincanto del mondo”, percorrono il libro. “Con le parole non si costruiscono | città o sepolcri, ma dolori. | E si uccidono divinità | che avevano nascosto la luce | per farne una cripta vuota immensa. | L’incanto è un muretto a secco | Che recinge la valle. | Chiudo gli occhi e attendo | il passaggio dei corvi. Uno | si fermerà annusando l’aria, scenderà per ridare spavento al creato”. In momenti come questo, il tema s’incarna in vissuto e persuasivo linguaggio; trova ala e respiro, o si condensa nella fissità lapidaria delle Iscrizioni: “Gli echi smarriti. | Le foglie cadono. [...] Le domande | hanno crepe immense”. “E i presagi sulla collina | guardano in cagnesco le spade sciacalle. | Cade un tuono improvviso | Itaca sprofonda”.

Accanto all’angoscia esistenziale, l’angoscia storica, cui il poeta con gli occhi bene aperti sul mondo d’oggi non può certo sottrarsi, trova in Maffía profonda rispondenza e note di forte intensità: “Il massacro sarà colossale (non si tratta | di stabilire se a torto o a ragione): il Naviglio diventerà rosso | e le ciminiere fumeranno | per le cataste dei corpi”. Il Naviglio: Milano non è solo emblema negativo della civiltà industrializzata, è metropoli sgradita e refrattaria, in cui l’alba “ha la voce aspra dei tuoni”, “il Duomo | un artiglio insanguinato”; l’arrivo in città “un approdo mortuario”; non offre se non “un silenzio di foglie che non seppero sorridere”. Idolo polemico di una rivalsa storica, anche sul piano letterario per un figlio del Mezzogiorno che progetta una storia della letteratura italiana del Novecento vista “da sud”, contestando con passionale veemenza il mito critico della “linea lombarda”.

L’Europa sarà sopraffatta dagli islamici che fanno più figli? “Ma perché preoccuparsi? | Da sempre i popoli hanno mischiato | il loro sangue e hanno distrutto | intere civiltà sostituendole con altre. | La Storia non si fermerà | e forse non avrà importanza | l’uso che faranno | della nostre cattedrali | così tristi, così deserte ormai, | con l’anima sanguinante | che non sa dove sostare”. Dopo che “Coleranno a picco i palazzi [...] le saracinesche dei negozi | s’apriranno puntuali | e le acque dei fiumi | andranno verso il mare”. In conclusione, “Una civiltà vale l’altra”, va bene ogni crociata “purché sia salva la dignità umana”, e i profeti si equivalgono. (Tuttavia, quelli che parlano di amore universale, oppure Gandhi, o quelli laici, capaci di scrivere il trattato Dei delitti e delle pene, li preferisco a quelli che predicano l’uccisione degli infedeli o la sottomissione della donna!). “Se per essere amato devo uccidere | non voglio essere amato: | tutti i profeti vadano a farsi friggere | coi loro rituali ammuffiti”. Sono versi dell’ultima pagina del libro.

Dobbiamo proprio concludere su note di sostanziale scetticismo? Anche se con un po’ di buona volontà potremmo cogliere in alcune di quelle note i segni di una sorta di amara saggezza storica, che si fa fermezza gnomica nelle quartine conclusive: “Io sono di qua del bene e del male, | ci resto abbarbicato. | Sia chiaro che scegliere | per paura è peggiore che non scegliere”. Perderemmo non poco del senso totale del libro se ci fermassimo a un’immagine aggrondata e negativa, tutt’altro che autentica, di un poeta e personaggio, invece, vitalissimo, di temperamento solare (la solarità drammatica di molti uomini del Sud) e di pronta e spigliata affettività.

Ci sono dediche di libri convenzionali e dediche significative. La dedica di questo libro è tra le significative: “a Lara, a Serena, a Federica sempre”. Ho il piacere di conoscere due di queste straordinarie e avvenenti figliole: Lara, che si occupa di squisite edizioni di poesia, e Serena, giornalista, pittrice e poetessa di indubbio e riconosciuto talento. Il legame affettivo tra la triade e il padre è una luce della vita presente e lievitante anche nel cuore del libro: “ Sei bella come un orizzonte acceso | da un vento di luce avido di sogni | buona come il pane”. (Per Federica). “La volta che mi domandasti: ‘gli aquiloni hanno l’anima? | Sanno parlare con le stelle?’ | Mi finsi smarrito | e andai con te verso le rondini”. (Per Serena). “E mi facevi domande infinite | sul perché nel cielo ci sono le stelle | e perché le cicale cantano l’estate | e non l’inverno. Mi sentivo | eterno e maestoso, vivo | sino all’inverosimile. Avrei dovuto | fermare quell’attimo...” (Per Lara). E ora Alle mie figlie: “Oggi che siete tre | ma unica piena di tenerezza, | ucciderei | chi m’invitasse | Al gioco della torre. | Ognuna avrà la sua strada | e io | piano piano | sarò un ricordo lieve | che di lontano | vi segue”.

Non dimentichiamo, last not least, e radici calabresi: Maffía è nato nel 1946 a Roseto Capo Spulico, Accanto all’amore paterno, sono una componente affettiva di straordinaria forza e ricchezza. Tracce e segnali di calabresità, diretti e indiretti, polemici e teneri, evocativi, sentimentali, sono sparsi nel libro, ad animarlo e connotarlo. I lettori di “Parallelo 38”, gradiranno, spero, questo testo ricco di sapore e di estro, tratto dalla sezione Immagini da danze popolari: “Le notti della trebbiatura | avevano risonanze d’infinito. | L’aia si dilatava, si aprivano | mille viottoli nel bosco vicino. | Un parlottare complice di corpi | passi felpati | che sembravano | passi di cardellini appena nati. || La tarantella muoveva gli eccessi, | Uscivano le farfalle in frotte | sparpagliandosi. Si inseguiva | la prima occasione, il primo invito. | Si spegneva la sete, | si accendevano i cuori delle cicale. | Dio passeggiava fianco d’ognuno | reclamando la sua parte di terrestrità”.

Recensione
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