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Questo ampio e articolato volume è un caso quasi unico di sintonia perfetta tra l’opera di un autore e il suo interprete. Rossi si colloca di fronte all’opera di Dino Claudio con l’attento e dedito rispetto che di solito si riserva più ai classici che ai contemporanei. Come in genere avviene a chi si mette a studiare un classico, il nostro esegeta si è trovato alle prese con una letteratura critica ricchissima: oltre duecento voci bibliografiche di studiosi talvolta illustri fanno mostra di sé alla fine del volume (e la bibliografia intanto cresce per il successo anche di stampa del poliedrico e magistrale romanzo “polifonico” L’Alba de Vinti, Marsilio, Venezia 2002, recentemente insignito in Palazzo Vecchio del Fiorino d’Oro al Premio Firenze-Europa). La vasta e complessa piattaforma bibliografica, relativa a circa mezzo secolo d’attività letteraria di Claudio, è stata esplorata con ammirevole scrupolo, e con impegno, all’occorrenza anche dialettico: per esempio nel dibattito sul conte philosophique, polemico e lirico insieme, L’isola di Cicno: forse il libro in cui l’autore si esprime più decisamente e organicamente sul piano ideologico. Ben nota è la formula philosophus additus artifici con cui Benedetto definisce Croce il critico.

Ora, filosofo, Rossi lo è anche in senso professionale. Lo sentiamo però così associato e partecipe all’opera di Claudio, da lui sondata tanto a fondo con intelletto d’amore, che non è il caso di ricorrere all’attributo additus, qui estrinseco e limitativo. Additus artifici può apparirci, semmai, proprio Croce, quando si mette a dimostrare e a legiferare, magari servendosi di calibrati crivelli teorico-estetici atti a discernere poesia da non poesia. Per richiamarci ad un filosofo che abbia investito feconde energie spirituali, anche per intima esigenza di completezza teoretica, all’interpretazione di poeti, in un caso come questo, più che a Croce viene fatto di pensare a Heidegger, quando commenta Hölderlin o Rilke, e specialmente – in spiragli di profonda suggestione – Trakl e George. In una pagina memoranda della prima Estetica, Croce postulava una possibile identità tra genio e gusto come luogo d’incontro tra autore ed interprete. In questo libro, il gusto consente a Rossi di cogliere e indicare “la dialettica tensiva tra parola e silenzio” (e su silenzio e parola il filosofo scriverà in questo libro pagine ammirevoli), “tra detto e non dettoí”: una dialettica “che è tutta rivolta a dare significato; ovvero all’interno di un equilibrio raggiunto che la musica del verso sancisce ed accentua nella sua soave melodicità”. Il gusto, nel senso anche più comune del termine, si manifesta poi nella scelta delle citazioni: i testi poetici di Claudio citati dall ‘interprete spiccano nella pagina come gemme in un monile. Il fatto d’essere filosofo (risolutamente però filosofo soltanto, in senso grettamente specialistico) ha consentito a Rossi, nell’acutissima analisi semiotico-semantica di Autunno e Puglia (scelto con ragione come testo esemplare e quasi archetipo dell’intera opera poetica), di far meglio emergere la implicita essenza teoretica, i presupposti ontologici. Rossi ha saputo esplicitare il “messaggio” che lievita nell’opera di Claudio nella pienezza del suo orizzonte storico, in tutta la ricchezza del suo senso, inserendolo, pur nella varietà dei toni e delle prospettive, in una struttura unitaria di durata, che costituirà ormai un punto di riferimento stabile e imprescindibile per chiunque vorrà studiare, o soltanto leggere con attenta e consapevole cura, l’opera di Dino Claudio. In un colloquio tra “mostri sacri” della critica letteraria europei che si svolse più di quarant’anni or sono in un castello di Normandia, Georges Poulet, in una splendida meditazione sulla critica, parlò dei pregi della critique d’identification e tra le personalità che l’avevano praticata con buon esito evocò due elette anime cristiane: Jacques Rivière e Charles Du Bos. Una profonda spiritualità cristiana (nell’interprete), esperta dei meandri più delicati e segreti, dei tormenti e delle conquistate o donate luci della vita interiore, favorisce dunque la profondità dell’incontro con l’opera esaminata. Ce ne offre qui una conferma Rossi, di granitica formazione cristiana, agevolato, in questo caso, dall’incontro con un autore risolutamente cristiano. Senza dubbio la stretta affinità ideologica col suo autore ha consentito all’interprete di fornire preziose chiavi di lettura, solo apparentemente paradossali: “ritorno innovativo”, “trasgressione della trasgressione”.

La consonanza ideale ha arricchito di motivazioni e slancio quel suo cogliere con rara perspicacia il significato profondo del rapporto, davvero centrale e caratterizzante per uno scrittore come Claudio, fra tradizione classica e cristianesimo. Chissà, poi, che non si possa anche supporre una sottile, riposta storicità, voglio dire una sorta d’implicita attualità, nell’apparire di un libro come questo proprio in momento in cui (a torto o a ragione) così combattiva e diffusa è la rimessa in discussione di tanti valori della cosiddetta “modernità”? Nel penetrante capitolo VII, intitolato La classicità trasgressiva di Claudio, Rossi scrive: “Dunque la parola di Claudio è sempre radicata nell’Essere, e il suo porsi diventa espiatorio-catartico, essa assume su di sé, in una estrema analogia con l’incarnazione di Cristo e il suo sacrificio, i dubbi, le angosce, la stessa disillusione e lo stesso nichilismo dell’uomo contemporaneo. Inoltre questo originario irradicamento nell’Essere consente a Claudio uno spazio di movimento totale, perché gli impedisce di perdersi. Tale aspetto paradossale della poesia di Claudio, che enuncia il dolore del mondo fino alle conseguenze nichiliste, lo fa sempre all’interno di una relazione fondante con l’Essere”. Lo stampo di questa condizione sostanziale della persona trova riscontro nella poetica e nel dettato lirico, improntato a “una unità classica, un’armonia stilistica ottenuta attraverso un dinamismo dialettico, in cui le tensioni non si annullano, una a spese dell’altra, ma si compongono mantenendosi autonome, in un’armonia che ricorda il sorriso mozartiano, nel senso di raggiungere una salvezza musicale le cui parti si confrontano e si proporzionano generando un cosmo onnicomprensivo. [...] Il sorriso mozartiano infatti non è la negazione o l’oblio del dolore, ma nasce sul terreno stesso del dolore superato e tuttavia presente nella coscienza, così che non può ledere e annientare la serenità raggiunta. Alla luce della ricordata “operetta morale” – quale può definirsi con termine leopardiano L’isola di Cicno, – Rossi situa coraggiosamente Claudio in una ristretta cerchia di maîtres à penser tradizionalisti, accanto a personalità come Augusto Del Noce. Oltre alle brevi citazioni già riportate, per intendere il succo del libro, niente di meglio che ricordarne le ultime, decisive battute: “l’esistenzialismo cristiano, così connaturale al suo essere nel mondo, vero motivo unificante della sua prosa e poesia, pone Dino Claudio nella condizione del dolore, ma su uno sfondo di cieli aperti, di orizzonti di luce. Si può anzi dire che i due poli in cui si evolvono tutte le sue vicende interiori e la produzione letteraria sono proprio il dolore e la luce: condizioni essenziali che configurano in modo apodittico e indelebile un creatore autentico, visitato dalla grazia”.

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