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L’apparizione di questo libro è una nuova occasione per porgere un affettuoso e riconoscente saluto e rendere omaggio a Giorgio Carpaneto, studioso di dialetti e di cose romane, per lunghi anni appassionato docente, tuttora instancabile animatore culturale, attraverso i suoi interessanti e diffusi periodici “Voce Romana 2000” e “Voci Dialettali”, in importanti rubriche di televisioni private e nei frequentati martedì letterari da lui organizzati in una prestigiosa sede romana. In altra non lontana circostanza ho avuto il piacere di occuparmi delle sue poesie in lingua, raccolte nel volume Rotaia interrata, anch’esso edito da Pagine. Oggi tocca alla recente raccolta delle poesie romanesche, con l’autorevole prefazione di Willy Pocino, Membro del Consiglio dei Romanisti e direttore di “Lazio ieri e oggi”. Va ricordato che le poesie romanesche di Carpaneto (delle traduzioni in romanesco di classici si parlerà più in là) avevano attirato in anni lontani l’attenzione e la simpatia di un illustre Maestro, non solo di pedagogia, ma anche di arte di vivere, che accoglieva affettuosamente gli amici nel suo splendido studio quasi d’ artista alle pendici del Gianicolo: Luigi Volpicelli. L’innamorato di Roma Giorgio Carpaneto, studioso, in tanti libri, di svariati aspetti architettonici storici e folcloristici della Capitale,avendo passione per la poesia, non poteva rinunciare al godimento di esprimere in romanesco il proprio arguto senso del mondo. Il romanesco, con la sua cadenza sorniona e pungente, riflesso della mentalità dissacrante e smorzatrice di un popolo che ne ha viste troppe, e di tutti i colori, da duemilaottocento anni o poco meno, si attaglia perfettamente all’indole di Carpaneto, pronto alla battuta e al motteggiare,di fondo sostanzialmente scettico e amaro, fedele ai valori tradizionali e un po’ misoneista, e a volte, perché no, anche un po’ sentimentale come certe canzoni romane.

Il piacere di poetare comincia presto. Sono tutt’altro che giovane (almeno secondo l’anagrafe, ma non sempre è bene darle retta!) e perciò sono un archivio storico vivente e godo nel ritrovare in questo libro ricordi della mia infanzia e segni di quel momento straordinario che seguì l’arrivo a Roma degli eserciti Alleati. Per esempio l’U.N.P.A, Unione Nazionale Protezione Antiaerea, che controllava se le case avessero rispettato la legge di non far filtrare luce dalle finestre perché fosse completo l’oscuramento: “Notte carma, la luna piena sprenne | come un potente e grosso rifrettore; | mò passa l’U.N.P.A, pe cercà de prenne | in fregante chi è contraventore”, e prenderà per luce proveniente dal quarto piano un riflesso lunare! (Raccomando a chi non l’avesse letto un bellissimo racconto di Italo Calvino intitolato Le notti dell’U.N.P.A.). Un’altra poesia si intitola Sciuscià, appellativo che designava gli scugnizzi che lustravano le scarpe ai militari americani, e che è diventato anche titolo di un capolavoro di Vittorio De Sica che risale al 1946.

La tradizionale poesia romanesca ha avuto, come tutti sanno, tre grandi rappresentanti: Belli, Pascarella, Trilussa. “Gioachino j’ha fatto da Geppetto | da’pezzaccio de legno l’ha sbozzato | e l’ha vestito a festa e l’ha mannato | a pizzicà la gente cor sonetto: || Pascarella ha cantato co rispetto | Garibbardi e Colombo, e lha portato | ne l’osterie indove ha riccontato | La storia nostra in mezzo ar vino schietto. || Poi trilussa l’ha messo, aricoperto | co la pelle de bestie a fa morale | e a dì la veità cor còre aperto. || Mò noantri je damo sotto uguale | a sto monno bacato, ma sta certo | che, si nun s’azzittamo, butta male”. Mi sembra un sonetto molto felice, che parrebbe echeggiare Il sonetto di Giosue Carducci, e di cui mi pareva opportuno non privare il lettore. Delle “tre corone” della poesia romanesca, Belli è il meno presente come modello, ma certo la memoria di alcuni suoi splendidi sonetti (certo cari a Pascarella autore di Er morto de campagna), come Er deserto o Er cel de bronzo è viva in Carpaneto quando scrive: “Era un deserto a onne come er mare. | co n po’ d’erbaccia rada e spelacchiata; | in lontananza qualche casolare | co drento pora gente disgrazziata”. Pascarella è maestro di poesia storica, e anche Carpaneto ne fa, ma in lui è anche presente una vocazione pedagogica molto spiccata. Con i richiami alla storia, attraverso il tramite agile e popolare del romanesco, trova il modo di far penetrare notizie storiche anche in lettori meno acculturati. Trilussa è il più vicino alla vocazione gnomica, epigrammatica e a volte sarcastica di Carpaneto. Il Maestro avrebbe, credo, firmato volentieri una sestina come questa: “Mentre che sculettava pe la via, | j’ho detto ‘A brutta!’ e quella s’è vortata, | e ha fatto: ‘Ah bello!’, ma ‘sta cortesia | se l’è subbito doppo arimagnata, | e me fa ‘Zitto nu lo dì a nisuno | Che avemo detto na bucia per uno!’”.

La malinconia esistenziale, il senso del tempo che passa illudendo (vanitas vanitatum), sono molto presenti nella poesia di Carpaneto. In un modo davvero molto originale nel sonetto La machina da scrive: “Mo nu’ me scrive più la vi de ‘vive’, | ma sfonna er fojo all’ erre de ‘riposa’ | e frega l’ esse de na bella ‘rosa’ | e oscura l’effe e l’ o d’ore festive’. | M’ha guastata la gi de ‘giovinezza’, | se fotte l’ effe de l’ ‘affetti puri’ | e me confonne amore co ‘amarezza’”: Ma l’amarezza cede a un generoso slancio di ottimismo, di benevolenza e di perdono nella conclusione della lunga e suggestiva poesia sul Giudizzio Univerzale. La Vergine Maria, che è madre “ama tutte le creature”, non può ammettere che che ci siano condanne eterne. “Arivede er fijo stracco, | sanguinante sur Carvario | che pe tutti s’è incollato | croce e morte, e ha perdonato”. C’è in questo finale uno spunto teologico profondo che condivido in pieno, già affiorato nel passato (da Origene a Schleiermacher) e riproposto da alcuni pensatori coraggiosi e illuminati,.come Urs Von Balthasar, Pietro Prini o Don Benedetto Calati “Er pianto de la madre ha trïonfato; | l’amore ha cancellato tutto er male”.

Veniamo ora alla parte finale, godibile per molti lettori, del libro: quella dedicata a traduzioni in romanesco dai classici. Uno dei nostri maggiori latinisti, Antonio Traglia, per molti anni cattedratico di letteratura latina nell’Ateneo romano, che era stato professore di Carpaneto al rinomato Liceo “Tasso”, tenne a battesimo le sue prime traduzioni romanesche di classici. E scrisse parole ancora del tutto valide: “Carpaneto, come poeta dialettale, avverte in certi poeti e scrittori antichi quell’eterna sapienza popolaresca, la quale, appunto perché eterna, trova le sue corrispondenze con certe forme sopravviventi nel parlare del nostro popolo”. A suo giudizio le traduzioni di Carpaneto rappresentano “una lettura divertente per chi è profano di lettere classiche. Ma per chi conosce gli originali, la lettura è anche più spassosa. Fedele al precetto di Orazio, il quale afferma di aver reso di Archiloco più lo spirito che non le parole, Carpaneto ha talora trasportato nel nostro mondo i nomi dei personaggi con quelli usati dal popolino della Roma di oggi”. Per questo sceglie giustamente gli autori “che meglio si adattano a questo genere di resa, perché più vicina all’animo e alla vita del popolo di tutti i tempi”. Sono pienamente d’accordo con Traglia, anche in questa ultima considerazione. In questo libro compaiono testi di Orazio, Fedro, Marziale, Archiloco, Alceo, Anacreonte, Luciano di Samosata, Eroda, Esopo. E va benissimo. Ma chi, come un altro illustre uomo di scuola e valente poeta dialettale, Giuseppe Jovine, traduce in dialetto molisano testi di Montale, nella convinzione di potere in tal modo avvicinare a questo poeta i contadini della sua regione, non fa che coltivare una pia illusione: Non ho avuto sott’occhio le traduzioni del compianto amico Jovine, ma, avendo per anni studiato e commentato Montale in aule universitarie, dubito che i contadini molisani possano appassionarsi, senza adeguata preparazione, per certi capolavori come Elegia di Pico Farnese o Notizie dall’Amiata. Mentre qualsiasi lettore potrà gustare nell’arguta veste romanesca questo epigramma di Marziale:“Prima faceva er medico, ammò fa er beccamorto, | co tutti li mestieri je va l’acqua pe l’orto. | Le medicine prima e lo straporto adesso: | all’arberi pizzuti te ce manna lo stesso”. O questo famoso testo di Archiloco: “Un sordato nimico, piuttosto pallonaro, | m’ha fregato lo scudo che m’è costato caro. | M’è cascato, corenno ner mezzo de ‘na fratta, | ma a la commare secca armanco je l’ho fatta; | morammazzato! E appena guadambio du’ bajocchi, | me compro schizzofatto ‘no scudo co li fiocchi”.

Non sono mancati tentativi, nel secolo da poco trascorso, di tradurre nella parlata del popolo romano i Vangeli, a volte giustificando teoricamente l’operazione con l’idea che il messaggio di Cristo era rivolto anzitutto alle classi più umili.Una traduzione in romanesco di testi evangelici, per esempio, era stata tentata dall’illustre orientalista Alessandro Bausani, e quella di Bartolomeo Rossetti aveva anche ottenuto un discreto successo editoriale.Il libro di Carpaneto si chiude con òa traduzione in romanesco, davvero piena di sapore, della parabola del figliol prodigo (Er fijo vitellone), tratta dal Vangelo di Luca. Vi domina un’andatura sciolta e disinvolta. Degustiamone un campione: “Fratanto er maggiorenne, che viè da la campagna | véde che a casa sua se fa festa e se magna. || E siccome ha saputo si qual’è la raggione, | strilla ar padre: ‘Sta festa è fòra de staggione. || Da tant’anni te servo e nu’ t’ho mai tradito, | ho sempre lavorato, nu’me so divertito; || nu’ mai nemmanco dato l’abbacchio pe godé | la festa co l’amichi, e mò ch’ho da vedé. | Quello è partito, quello t’ha propio dissanguato, | mò aritorna e tu spregho er vitello ingrassato”.Volete sapere la conclusione? Eccovela: “Fior de lillà | Dio rispetta chi è sempre bòno, e gode | si er cattivo pentito vò tornà”.

Recensione
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