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“Tutto al mondo esiste per approdare a un libro (pour aboutir à un livre)”. Parole, queste di Mallarmé, particolarmente atte ad introdurre l’ultimo libro di Alberto Caramella, Il libro liberato, che si presenta con la responsabilità di libro totale, sintesi di un’esperienza individuale inserita in un tempo particolare, ma anche nell’ampio panorama della vita del mondo. In tale ottica altamente impegnativa, il libro è anche atto di durata, stabile struttura armonica di ritmo e misura, come lo è un edificio. È proprio il momento di far conoscere un fatto colmo di significato. Il creatore di quest’edificio di pagine ha anche voluto e saputo offrire a sé, alla sua città e al mondo un edificio di pietra, o per meglio dire (e questa è la magia) di pietra e luce: edificio aperto, come il libro, alla visitazione e anche al soggiorno di chi condivide l’amore della bellezza e della poesia. È la “Casa della luce”, nata sui colli armoniosi di Bellosguardo dall’estro inventivo dell’architetto Lorenzo Papi, discepolo tra l’altro di Le Corbusier e di Alvar Aalto, in quotidiano dialogo con lo stesso Caramella. La “Casa della luce” è sede della “Fondazione il Fiore”, che ha come motto “Poesia di Firenze nel mondo e poesia del mondo a Firenze”, e ha accolto e accoglie i maggiori poeti di tutti i continenti, meritando, come il suo fondatore, una rinomanza internazionale.

L’opera letteraria ormai monumentale di Caramella, che scrive da oltre cinquant’anni, ma ha cominciato a pubblicare soltanto da un decennio, sfida le classificazioni, mettendo in crisi l’interprete in cerca d’appigli, di confronti. Del tutto estraneo a mode e conventicole, l’autore persegue il suo cammino personale e solitario, pronto alle sollecitazioni della sua inesauribile curiosità sempre protesa verso i più vari aspetti e problemi. La sua versatilità, davvero fuori del comune, gli consente di far convivere, se non proprio di conciliare, una sofisticata e rigorosa facoltà logico-analitica (messa a frutto nella lunga e brillantissima carriera di civilista e ora adibita anche alla costante ricezione di tante recenti prospettive della ricerca scientifica) con una apertura, sentita come primaria e finale necessità, ai valori estetici: “le opere della natura, di Dio (Creatore e Signore del cielo e della terra) trovano senso nella bellezza della vita, nell’Amore, che si realizza nelle miriadi di forme, sempre negate, sempre ritrovate”. Dimensione, quella estetica, da esperire per trascendere la stessa prospettiva logica e geometrica, prendendo atto, al tempo stesso con compiacimento e con sgomento, dell’affascinante assurdità dell’esistere, in tutta la sua enigmatica e sempre sorprendente polivalenza. Convivenza, e non conciliazione, delle varie facoltà, s’è detto: e non già per denunciare una personalità scissa e contraddittoria: l’impronta di questo attivissimo creatore non potrebbe essere più inconfondibile in tutte le sue manifestazioni. Il fatto è che – come già notava Giorgio Luti ricorrendo a noti titoli di Mario Luzi nella prefazione al primo libro edito nel 1995, Mille scuse per esistere – tutta l’opera di Caramella rende testimonianza di “una vita in poesia recuperata attimo per attimo ‘nel fuoco della controversia’, nel ‘magma’ degli eventi e dei sentimenti”. È “controversia” senza soluzione? Sussiste, incrollabile, la fiducia nella poesia, che del resto alimenta anche il generoso mecenatismo verso i poeti e verso ogni forma di cultura poetica: “nell’incerto meraviglioso duemila postindustriale [...] forse (sogna l’autore) solo la poesia sopravviverà”. Sopravviverà la poesia definita “polla che conserva la vita e la dedica all’immensità; è come se attraverso il linguaggio tutto scoprisse la via”. Una soluzione possibile si può dunque intravedere: è quella concessa dal miracolo della poesia. Questa parola, Caramella non la rifiuterebbe, anche se per lui, come per Montale, il miracolo può solo essere un miracolo laico (nonostante il segno religioso di alcuni suoi versi, come quelli della citazione iniziale). Dovrebbe apparire evidente quanto è lontano dal minimalismo oggi tanto professato, anche se documenta l’esperienza dell’esistere a tutti i possibili livelli – “la vita s’impasta a tutto, non si ammuffisce nello schedario del risaputo”, scrive Maffìa – e non disdegna quei referenti umili e quotidiani che chiama “minuzie”. E anche se l’inevitabile ossimoro s’insinua nella nozione stessa di poesia (la quale è “ celeste” e “altissima respira”;“Innocente felice e pura / incorpora d’ogni sapere / la categoria”, ma è al tempo stesso una “triste pifferaia”), sappiamo che costituisce per l’autore “ossessivo, fanatico riscatto”, e che alla geometria poetica, al misterioso potere del “numero”, cioè del suono e del ritmo chiede di conciliare tempo ed eternità, plastica fermezza ed estrema mobilità tendente al volo.

Nel Libro liberato, che è una sorta di summa anche per il materiale quasi enciclopedico che vi confluisce, questa intenzione di riscatto si legge fin dal titolo. C’è al fondo un vivo bisogno d’autenticità. Al valore dell’autenticità, come compimento pieno d’identità, sembrava corrispondere la nozione di “pulizia” che dava il titolo al libro precedente. In questo ultimo libro l’autenticità sembra soprattutto coincidere con la libertà. Libertà di essere e di esprimere pienamente sé stessi, di conquistare le misteriose parole che con il potere del suono e del ritmo aprono alla conoscenza misteriose vie e, come pensava Leopardi, donano una sorta di consolazione anche nel testimoniare l’invincibile potere del male. La libertà è, da una parte, quella di abbandonarsi al flusso, al moto delle cose, alla momentanea seduzione della “festa di vivere”, pur non dimenticando l’insidia dei “mostri del moto” (per citare titolo e sottotitolo di un altro notevole libro), a cominciare dall’odiata legge della precarietà e della “sparizione”, e dalla legge di natura che esige la violenta sopraffazione del più forte sul più debole: è il volto disumano dell’esistere, che il pensiero prevalente nella modernità soffre come negazione d’ogni possibile umanesimo.

Abbandonarsi al metamorfico fluire delle cose, si diceva; ma al tempo stesso impegnarsi nell’impresa nobile, anche se destinata forse a sconfitta, di cercare di dominare “il sistema caotico del mondo”. Per questo non c’è altra via che il potere del “numero”; e il grande impegno per attuare il miracolo del “numero” si manifesta nella misura del singolo verso, del singolo componimento e del libro intero strutturato chiedendo in prestito all’aritmetica titoli di singole parti (Somme e sottrazioni, Moltiplicazioni e divisioni, Totali a riportare, e aggiungerei un titolo come Emistichi che si riferisce ad una misura metrica). Ma in altri titoli (Frutti, Caule, Fiori, Panorami, Ardori) l’autore dà doverosamente respiro e libera espressione alla dimensione vitalistica della natura, da sempre timoroso che la statica geometria formale possa mortificare il fluire della vita, che il bisogno di eternare se stessi e le cose amate possa non riconoscere alla temporalità il suo diritto di essere mobile processo metamorfico ed entropico.

Così anche al tempo, sentito quasi sempre come minaccia da affrontare con varie strategie, il libro concede il titolo (Tempi) di una di quelle parti che preferirei chiamare, piuttosto che “sezioni” (parola che esprime divisione), scansioni, termine che meglio può far pensare a varie aree di sosta che non interrompono il continuum del percorso di vita. E forse tale continuità è garantita nel libro anche dalla mancanza di titoli per i singoli componimenti che in qualche parte sembrano assumere nel loro insieme un pausato andamento poematico.

Ma una continuità l’opera di Caramella la rivela nella sua totalità: “Dal primissimo all’ultimo venturo / nitida scorre l’unica poesia”. Riconoscibile una costellazione di segni tra loro correlati intimamente, anche se in apparenza eterogenei, che abita ogni libro, pur con diversa accentuazione e diverso panorama. Ed ai segni corrisponde una personale scelta di timbri, d’intonazioni (il panorama è anche panorama dell’anima): la parola si consolida talvolta come pietra per fluire in altre situazioni con dinamica leggerezza.

Ascensioni si alternano a moti discendenti verso il grado zero: quanti explicit, dopo momenti di respiro e di volo, danno l’ultima parola, con amaro sarcasmo, ai segni della più effimera e banale contingenza! Sembra che in tali casi l’autore scelga come suo modello di coraggio e di libertà quel ser Ciappelletto che “osò di far se stesso e tutto e nulla / d’ira e sarcasmo unica burla”. Espressioni di tale dissacrante nichilismo sono in chiusura i segni della più squallida inautenticità, i segni del consumismo, come “la pasta Divella”, “l’ipermercato”; o del degrado ecologico, che suggerisce immagini come “subdola indolente / frattaglia invadente”.

Un più scoperto sentimento del male di vivere, e soprattutto di morire, assume toni diversi là dove l’ultima parola è affidata alla morte:“dannata o santa / sia la messa: ite”; oppure: “fredda e focosa canto / l’ancella forte bella / l’ancella della morte”; e, con l’eco belliana del tragico “barrozzaro ggiù morto ammazzato”, la sfida al tempo, insieme rabbiosa e ironica, espressa condividendo del poeta romano il furore allitterante e reiterante: “e vada il tempo come suole e deve / morto ammazzato come deve e suole”. Ma perchè non chiudere questo saluto e omaggio al libro con incipit  di ariosa e luminosa connotazione, frequenti là dove è evocata l’autenticità della giovinezza, dell’amore, della spontanea adesione alla natura da cui nasce intatta bellezza come – e soprattutto – nell’arte? “Oh giornata trascorse nel vento / gioioso dei colli tra i tuoi capelli... / Su per le strade ombrose cinti / da terrazza deserte / come tolde improvvise”. “Punge la tua bellezza dolce rosa. / Punge la tua bellezza dolce amore / col tuo profumo tenero si sposa / che punge come punge dentro il cuore” (un inatteso momento ronsardiano?). E ancora: “una fanciulla / danzava sul viadotto in tuta gialla // Leggera sulle punte illuminava / l’opaco dipanarsi della strada” (un’immaginazione che può richiamare figurazioni di Donghi o di Casorati). E, alla nipotina “Alice che legge Dante”: “I tuoi occhi vedranno / quando vedranno / sfogliare cristallo dopo cristallo / versi infiniti la luce di tanta poesia / sempre la stessa poesia”: ecco una rassicurazione di continuità, di durata attraverso la poesia. Come attraverso l’arte. In un interessante testo, ora citato per intero, dopo una scena di apparente distratta contemplazione, in cui tutto è effimero e gratuito andirivieni, dopo la successiva presa di coscienza che “il tempo già consuma avidamente”, proprio all’arte è affidato il compito di prestarsi “all’illusione” della durata, con l’epifania di forme luminose e stabili come il Duomo e il Battistero di Firenze. Ecco il testo: “Sicuro dalla soglia / del bar gelateria / guardo il pomeriggio / del sabato in istrada / e le formelle dorate del Duomo / chiare nella luce discendente / il vieni e vai che passa tra la gente / vestiti trascurati / facce mendicanti / che sembrano convinti dove andare. // Il tempo già consuma avidamente / già riflesso negli occhi / scomparso tante volte / si presta all’illusione il Battistero. / Un gelato di nero cioccolato / pelli scure s’inoltrano nel corso. / Un’insegna alla rovescia EИD”. Ma la finale apparizione, sia pure in un ironico rovesciamento, del sema della fine (così presente in tutto il libro) non ci risparmia neppure questa volta il finale memento.

Vogliamo lasciare al poeta la parola conclusiva: una parola di notevole intensità? Cerchiamola in uno degli ultimi testi del Libro liberato: “ Viviamo in mezzo al sangue, in mezzo al vizio / della violenza del mondo del viscido pugnale che ha legge in sé./ Non sopporto il peso intollerabile di questa distruzione / di vita e di bellezza universale. Ti spenga ti sperda qualcuno qualcosa / che possa che voglia serpe da serpe non generare. Sul monte / aperte le divine immense braccia / l’impossibile folgore l’ardentissimo amore testimoniò intero.

Recensione
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