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L’attualità di questo romanzo – segnalata con vigore già dall’incipit che ci immette ex abrupto nella drammatica New York dell’ 11 settembre 2001 – risponde a un diffuso e manifesto interresse della saggistica e della narrativa di questi ultimi anni per l’emigrazione italiana negli Stati Uniti: oltre a due libri di notevole successo: L’orda di Gian Antonio Stella, cruda documentazione delle condizioni degli emigrati italiani in Nord America ai tempi delle grandi emigrazioni, e il premiato romanzo Vita di Melania Mazzucco, ricorderò un libro meno noto ma non meno interessante, Getta il tuo pane nelle acque, dell’ italo-americana Giosi Lippolis, proveniente da un paese del nostro Mezzogiorno.

In questo tempo di bilanci e di revisioni si è avvertito il bisogno di chiarire, anche sulla base di preziose memorie familiari, un problema di interesse più vasto: il rapporto tra due culture appartenenti alla comune matrice occidentale ma diversificate dalla storia, colte nella loro specificità e anche nella possibilità di integrazione.

Le pagine iniziali del libro già rappresentano una notevole prova di talento narrativo. Sulla tragedia delle torri che ha sconvolto il mondo si innesta la sofferenza di un vecchio emigrato, e il ritorno memoriale al passato, con la magistrale rievocazione della vita di un paesino della Puglia in anni lontani, non offre ristoro di ricordi sereni, ma aggiunge crudezza a crudezza, quasi a ribadire la presenza fatale, quasi leopardianamente ubiqua, del male di vivere, del malum mundi.

Più che attraverso le vicende narrate, il libro presenta, con fine e attenta sensibilità psicologica, la condizione umana e il senso della vita attraverso le emozioni e le riflessioni di personaggi molto ben delineati. In primo piano, una giovane che fin dall’adolescenza guarda agli Stati Uniti, dove già vive un suo parente, come al luogo delle grandi occasioni. Riuscirà, con intelligenza e tenacia, a realizzare il suo american dream. Con uno scambio di nome si chiamerà Rosa: le altre due dello stesso nome, nel romanzo, sono ancora legate al mondo arcaico della Puglia.

L’implicita prospettiva storica si schiude a una prospettiva esistenziale, segnata dal marchio della dolorosa negatività già nelle pagine iniziali: “La schiavitù è l’unica legge che regolamenta la vita, sia essa chiamata amore, odio, rancore, rabbia, passione e non c’è rivolta o rifugio per sottrarsi o salvarsi”. Nella pagina finale si intravede tuttavia, possibile soltanto nella dimensione “altra” della poesia e della mistica, un orizzonte salvifico in cui l’amore non è catena di schiavitù. “Risvegliarsi all’alba con un cuore alato e ringraziare per un nuovo giorno d’amore”. Dire amando “Io sono nel cuore di Dio”. Sono parole di un celebre poeta mistico.

Non solo in Italia, ma anche tra gli italiani d’America, questo libro potrebbe suscitare vivo interesse

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Recensione
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