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Autobiografia che diviene, per la sua esemplarità, “romanzo di formazione” e implicitamente, in certi momenti, quasi romanzo storico. Più esplicitamente in certi capitoli di storia italiana evocati e rivissuti con una immediatezza che certo non può trovarsi nei saggi degli storiografi. Meno esplicitamente in altri, in quanto testimonianza di un’immersione di un uomo attento e perspicace nell’Europa di un periodo sintomatico e forse irripetibile del suo destino. Da ciò, credo, l’interesse del libro per una cerchia non ristretta di lettori anche giovani.

Il viaggio per conoscere se stessi è archetipo antico forse quanto l’esistenza dell’uomo, e tra i più affascinanti e radicati: spesso ci rivela che il Graal cercato nelle lontananze è più vicino di quanto non credessimo. Ma soltanto chi l’ha cercato lontano può avvedersene. C’è chi sostiene, non senza ragione, che l’esistenza del Graal si va realizzando, e in fondo consiste, nella stessa ricerca di esso: il Graal non è se non lo stesso tenace e fedele cercatore del Graal. A parte l’emozione

Alberto, l’autore-protagonista, è radicato in una grande e profonda civiltà mediterranea e solare, e si protende verso il nord. La tradizionale Sehnsucht romantica del nordico verso le magiche contrade “dove fioriscono i limoni” è qui capovolta. C’è un appello storico profondo: la chiamata di un’ Europa annunciata e sognata, un’Europa della cultura e dello Spirito (l’Europa di Benedetto Croce, di Thomas Mann, poi di politici come Schumann, De Gasperi, Adenauer), che sembrava prossima a realizzarsi dopo un tempo di sofferenze infinite, di errori fatali, di chiusure e veleni, di speranze covate in segreto e soffocate. Essere giovani, in quegli anni, era anche aprirsi a questi orizzonti.

Partiamo da Paternò, nella piana di Catania, nobile città minore, con aranceti fra i più pregiati del mondo, resa martire, senza ragioni militari, da incursioni e mitragliamenti dagli aerei alleati al tempo dello sbarco del 1943, e insignita della Medaglia d’Oro. La storia più vera, come aveva inteso a fondo Manzoni, non è quella di principi e potentati, ma quella vissuta e subita dalla gente. Quella raccontata, cioè, da Alberto, che si trovò in pieno nei drammatici momenti seguiti allo sbarco alleato presso Siracusa nel luglio del 1943. Si tratta di un capitolo, come in genere quanto concerne la seconda guerra nel Mezzogiorno d’Italia, non molto noto al grande pubblico, se non per un episodio di Paisà di Rossellini. Le pagine di Giunta dedicate a vicende siciliane di quegli anni, sono perciò di vivo interesse storico per il lettore non specialista.

Alberto sente che il suo daimon gli ingiunge di distaccarsi da Paternò per impegnarsi nella necessaria, coerente e fruttuosa avventura di conoscenza.

“Le serate divennero, come per incanto, nottate. […] Alberto, le ultime ore della notte e le prime dell’alba le trascorreva all’angolo di via Daniele sotto un cielo zeppo di stelle e con la protezione della luna che brillava allora come non è stato più. […] Quel tempo, sembra inutile negarlo, era stato favoloso e non perché il passato è sempre stato desiderato in quanto indorato dalla fantasia del ricordo, ma semplicemente perché allora, nei sentimenti dei giovani, v’era qualcosa che adesso non si poteva spiegare con le parole. […] ‘Buonanotte’, diceva il lampionaro , mentre con la lunga canna e il lucignolo imbeccava, accendendolo, l’orifizio del gas. Lentamente la strada prendeva una nuova dimensione e le ombre della sera, aiutate dalla fantasia di quei giovani curiosi, giocavano col pensiero”.

Una vita diversa, ormai, attendeva Alberto, esule volontario per severa sete di conoscenza: la vita studentesca di Lovanio, lunghe nottate invernali, innevate.

“Erano nottate che non sarebbero finite mai, anche se passavano veloci, perché Alberto era capace di inventare nella notte una nuova vita nella quale evocare tutto il suo mondo, quello che aveva lasciato in via Daniele e l’altro, che ora, pian pianino, cominciava a realizzare”. Con coraggio cercherà lavori diversi per mantenersi. Incontrerà personaggi d’eccezione. Svilupperà la capacità di capire, fondamentale strumento del vivere, con l’aiuto di colloqui con le persone più diverse e coi grandi testi della letteratura e del pensiero. Conoscerà con acume città e luoghi colmi di significato per un cuore europeo: Parigi, Bruxelles, Londra, i Paesi Bassi. Un periodo di particolare intensità è quello trascorso nel “paese nero”, accanto agli emigrati italiani nel bacino minerario belga. Anche questo è un contatto profondo con la storia, nel senso manzoniano ricordato all’inizio. Scrivendo, in quel periodo, su un giornale perd gli emigranti, Alberto può essere particolarmente vicino a quella sacca, se così si può ire, di storia emarginata e dolente, e offrire al lettore documenti umani come quello, davvero elevato, di un venticinquenne anonimo, che conclude così: “Oggi lavoro il carbone, come il mugnaio la farina, come la mamma-massaia le uova, e sono felice. Porto scarpe grosse, un abbigliamento comodo e funzionale da minatore; porto al collo, in tasca e dappertutto, tanti fazzolettini e scendo nei pozzi con la speranza di risalire a turno finito. I metri che compio in discesa sono tanti e sono più brevi di quelli che compio in salita. In salita non penso ad altro che al turno, alle vene, mentre nel corso della risalita si ha la speranza nella gola, quella che ti aiuta a rivedere le stelle, se stelle ci saranno per ognuno di noi ogni giorno della vita”.

Un descensus, una lunga fatica, un risalire, e poi, conquista e dono insieme, “la speranza nella gola, quella che ti aiuta a rivedere le stelle”. Espressione stupenda. Adatta a ogni esperienza; a quella dell’autore e personaggio di questo libro; a quella di ogni suo lettore. Archetipo d’ogni archetipo, la Commedia dantesca.

Alberto parla di un suo ritorno: “ Giunse sulla costa di Villa San Giovanni, quando la costellazione di Orione era alta nel suo naturale cielo, e come sempre nella vita dell’isola, annuncia il sorgere del sole, mentre già i monti si stagliavano sullo sfondo di Messina”. Sulla dolorosa vita dei Malavoglia, vulnerata da infinite sventure, appaiono spesso, con pittoresche denominazioni popolari siciliane, Orione e le Pleiadi. Anche nella pagina finale della partenza di ‘Ntoni: una delle più alte di tutta la narrativa, non europea soltanto. Una pagina aggiunta all’ultimo momento da Verga al manoscritto in tipografia, pagina donata dal genio, donata dagli dei. Ho una mia strana cartina di tornasole: quando in un testo letterario trovo la presenza del cielo stellato, non so bene perché, in me qualcosa si illumina .

Recensione
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