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Prefazione a
Verso un richiamo
di Antonio Panizzi

la Scheda del libro

Emerico Giachery

Al primo libro di poesia di un autore sinora noto soltanto per un’opera saggistica (Letture liguri. Montale Conte Biamonti Caproni, Philobiblon Edizioni 2006), accanto ad un benvenuto nella folta schiera dei poeti stampati e all’augurio di conquistare molti congeniali lettori, si deve un tributo di particolare attenzione.

Non ci sono altri appigli per l’interprete se non l’insieme dei testi stessi costituiti in libro, il loro porsi e porgersi. Condizione ottimale, se è vero quanto una volta ebbe ad affermare Gianfranco Contini: che un testo va interpretato al pari di un’opera d’arte figurativa adespota da attribuire partendo dai suoi dati stilistici concreti, dal suo mero “esserci”. Allettante sfida per l’interprete, in cerca di chiavi o brecce per accedere nella città murata dell’opera fresca di stampa.

Un’esplorazione aerea consente uno sguardo d’insieme che non riscontra qui il puntiglio di un’intelaiatura rigida di macrotesto, e tuttavia lascia scorgere indizi di una volontà ordinatrice, di una scansione che colloca piloni, convoglia motivi, stimola rispondenze.

Tre – numero teologale e dantesco – le parti del libro. Ciascuna delle tre parti è formata da undici poesie. Undici. Il rimando numerologico che segue non lo desumo, è evidente, dal libro di Panizzi. Mi piace tuttavia pescare nel pelago misterioso dell’inconscio collettivo un’allusione, per via tanto indiretta, all’aura del Sacro e del Divino, fattore qualificante quanto sobrio del libro. Eccolo, il suggestivo rimando ‘di fuorivia’: il numero undici contrassegna fortemente lo splendido rosone della cattedrale romanica di Troia in Capitanata. Undici, come gli Apostoli con l’estromissione del reprobo Giuda Iscariota, le colonnine; e undici, numero dell’incontro fra macrocosmo e microcosmo, fra terreno e divino, gli spicchi e le arcate.

Ma torniamo al libro. Ciascuna delle tre parti è preceduta da un significativo e impegnativo poemetto, con una propria autonomia rispetto all’insieme: Palcoscenico, La casa di campagna, Le strade del tempo.

Lungo poemetto, Palcoscenico richiederebbe un approfondito, e non sempre agevole, discorso esegetico. Perché, ci si chiede anzitutto, è posto all’inizio? Non perché questa libera e articolata allegoria della vita, certo elaborata a lungo e non senza travaglio, anticipi temi del libro. Forse un po’ per l’inquietudine, anche metrica, semantica, concettuale che la pervade. “In principio era l’inquietudine”. In quanto tale, irrisolta, inconclusa. Poi, attraverso il percorso del libro che è sempre un itinerario di conoscenza, nutrito di affetti, malinconie, memorie, speranze, epifanie di bellezza, momenti di affabile religiosità, incontri con nuove misure della parola poetica, l’inquietudine si placa, o comunque cambia di segno o riprende il suo posto nella complessa orchestra del vivere. Il “mondo come rappresentazione”, come mera rappresentazione e spettacolo, sradicato dalla sostanza calda e vigorosa della “volontà di vita”, mostra alla fine la propria inconsistenza ontologica. L’autenticità del volto umano – questo “capolavoro”, secondo François Cheng, che è il volto umano, e che Dante ritrova con somma emozione al sommo dell’Empireo – rifiuta la sopraffazione del trucco e della maschera. La finzione scenica si sfalda alla fine nell’ambiguità e nel vuoto. «Era sera, e pioveva | a dirotto. Una scia | di ombrelli tesseva il viale, | tra le foglie umidicce, | nel tourbillon del vento | di montagna. | Nessun attore, nessuna | maschera. Solo i tuoni | grevi dagli imbuti delle valli | a far da musica | alla sospetta burrasca». Poeta dell’entroterra ligure, dell’affascinante e troppo poco conosciuto entroterra ligure, nel suo caso entroterra di Ponente, Panizzi, come s’è visto, s’è occupato da saggista dei poeti di linea ligure, e ha conosciuto bene il compianto e fraterno Francesco Biamonti (di cui si potrebbe qui ricordare, da L’Angelo di Avigue, «salivano con irruenza le nubi, contrastate da un vento di montagna». Ma quel finale di ridotta apocalisse può richiamare alla lontana l’emblematico Arsenio. Il ligure Panizzi ha Montale nel sangue. A Montale deve certi tagli metrici, certi scatti risoluti, certi aromi lessicali. Un esempio per tutti: «Solo il merlo indiano dalla sua | gabbia sgretola la calura».

Il dissolversi della precarietà dello spettacolo e dell’inquietudine del continuo errare dall’una ipotesi scenica all’altra sarà occasione per il formarsi di uno strumento stilistico diverso, testimoniato nel secondo poemetto, La casa di campagna, che ha nel libro una centralità non soltanto strutturale, ma anche e soprattutto ideale, ed è una solida costruzione poetica che garantisce radicata continuità di valori autentici.

Ciascuna delle tre parti del libro, inoltre, ospita forti presenze affettive della memoria. Nella prima compaiono il padre (La malattia dell’olmo), e la nonna materna; l’affinità di destino («Finisce l’olmo e non lo | drizzerà la primavera») tra il padre malato senza scampo e «il fedele albero che custodiva | i lunghi penetranti silenzi dell’attesa | i sospiri nuovi, l’affiorare mite dei ricordi», consacra una fraternità anche di dolore e di morte tra uomo e natura, una natura partecipe e qui persino “larica”, entro un habitat poeticamente vagheggiato come incorrotto. Nella seconda parte, ecco la nonna paterna colta nell’immediatezza di un flash memoriale quasi aneddotico; e di nuovo, in emozionata tenera evocazione, il padre: A mio padre, nel giorno del suo onomastico. Nella terza, il maestro delle elementari, «educatore straordinario»: figura senza dubbio paterna. L’imago paterna, del resto, ha rilevante carisma nel fondamento mitemente patriarcale in cui sembra affondare le radici l’antica civiltà, regolata e devota, della Valle. L’amata Valle, felice culla e cornice del libro, Valle «dove il bello | si scopre improvvisamente | dentro o ai margini di ogni | cosa, nell’andirivieni della giornata, | nel lesto mutare degli odori... », dove persino l’angoscia della caducità può quietarsi familiarizzando con l’acqua del torrente «che parla ora dopo ora | rivestendo di passato e di futuro | l’insostenibile voce del presente».

Foce-sorgente, se così è lecito dire, calamita e meta, ecco la poesia conclusiva, che dona il titolo all’opera, Verso un richiamo, seguita da un sintomatico suggello di sette (altro numero sacro!) versi. La chiave è già tutta nel pregnante distico iniziale: «L’umiltà della scelta | la pienezza della risposta». Un’implicita arte del vivere con semplicità e autenticità, lievitante anche nei sostrati del libro. Forse anche un’allusione alla kenosis cara a moderni teologi (anche la Grazia, in un finale di poesia, appare “inerme” ). Certo un’etica della speranza. Anzi, più che della speranza, della piena e serena fiducia nell’onda generosa e incontenibile dell’Amore. Il segno della speranza è comunque inevitabilmente presente, espresso o inespresso, nel libro. Speranza appare nella forte posizione di fine del verso iniziale (Credo ci sia speranza) dell’aggraziata evocazione di una studentessa adolescente in contemplazione dell’orizzonte, che riesce a trascendere il tempo banale.

Il tempo. Eminente il tema del Tempo, dei cui segni il libro è disseminato. Una rapida concordanza che prendesse in esame l’area lessicale e semantica concernente il tempo ne mostrerebbe agevolmente la densità e l’importanza. L’attacco del terzo poemetto, con l’urgere e l’addensarsi di vocaboli sdruccioli, sembra voler sottolineare o mimare la fuga del tempo: «Le strade del tempo | scorrono innumerevoli, | scivolano, s’inerpicano...». Fra tanto peregrinare e intrecciarsi di strade, ecco un momento di raccolta poesia: «Sui crocicchi del mondo | si allunga la sera».

La casa di campagna «non è più quella di una volta»; tuttavia conserva «i segni fedeli e amici: | i ritratti dei nonni in minuscoli | ovali (e che figura la nonna | con il suo quintale!) il servizio | giallino per il caffè, con un fondo | di zucchero che nessuno ha osato raschiare». Essa sfida il tempo, e Panizzi la consacra con la durata e la pacificata misura di un testo poetico memorabile. “Poesia del tempo” sarebbe una definizione sfocata e banale, vicina all’insignificanza. Ma potrebbe voler dire che la “gente nel tempo”, – per usare un sintagma che tutti drammaticamente ci comprende ed è anche il titolo di uno dei libri più felici di Bontempelli – tra i modi di non subirlo del tutto, questo inesorabile tempo, può farne oggetto di riflessione, o come avviene a volte all’autore di questo libro, tema di poesia. Quella così amabile, ad esempio, di Fine d’inverno. «Com’è trascorso in fretta l’inverno». Sembra una frase del discorso quotidiano. Ma, seguitando, ci accorgeremo che è diventata poesia. Squisita poesia: «Ma a ben vedere altri attimi, | altre infinite speranze hanno raccolto | ore, giorni, mesi. | Sì, la vita misura per suo conto, | l’amore è il suo metro, l’ago | stesso che cuce e ricuce | trame, eventi, incontri. | Questo il lieto inverno | m’ha lasciato in dono».

Dire “sperimentale” sarebbe davvero dire troppo per un libro come questo, specie oggi che questo attributo ha un significato storico ben definito. Tuttavia è evidente che Panizzi non cerca l’omogeneità dei metri e dei toni. Di contro all’avventuroso procedere (che è quasi sperimentare) del poemetto iniziale, così animato e mosso, stilisticamente “sofferto”, sta la risolta misura della Casa di campagna, davvero “costruita” da un equilibrato architetto e mastro d’arte muraria della memoria poetica; sta l’arduo e l’originale impegno della vasta meditazione sul tempo, e sul rapporto tempo-spazio, nel terzo poemetto. Accanto al gusto dei tempi lunghi dei poemetti, emerge quello epigrammatico per testi brevi e anche brevissimi, (Il fulgore dell’alba non è lontano, Dal terrazzo, e via dicendo), o quasi fulminei (Arpeggio). Aperture prosastiche, al limite del “pop”, come «Nella sala d’attesa | di un avvocato | un poster extralarge di New York | illuminata a notte», possono dar vita a gentili momenti gnomici in difesa dei preziosi e coartati “spazi inutili” di vita da destinarsi ai colloqui e ai sogni, e di quegli esemplari archetipi dell’homo viator che sono “viandanti” e “pellegrini”. Un avvio di gusto naïf («Era tonda tonda | si chiamava Olga»), si sviluppa in un ritratto umano di contenuta tenerezza, che avrebbe potuto ispirare certo Donghi o certo Rosai. Sul piano metrico, a volte sbuca il sorriso di spontanee rime al mezzo, o affiora una nostalgia di canto ottocentesco: «Passa oltre la burrasca | si colora di turchino, | fumigosa ancor la frasca...».

L’animus cristiano circola serenamente nel libro, sia in modo esplicito, in testi che sono preghiere, sia in modo implicito. Parla con voce sommessa: del resto sommessa è la voce dell’anima. Il suo Gesù, più che all’irraggiungibile e solenne Pantocrator di gloriose absidi musive, più che alla martoriata e sanguinante vittima del Golgota, adorata da grandi mistici ma anche incensata da troppi retori, assomiglia al dolce Buon Pastore che nel mosaico dell’antica basilica di Aquileia è posto al centro del mondo. L’indiretta allusione al Getsemani ha tocco delicato: «Quando riposavi | io m’addormentavo | sotto le fronde dell’ulivo». Forse il Cristo che in molti cerchiamo, e che quasi mai vediamo effigiato nelle chiese, è proprio il Buon Pastore capace di sorridere benevolmente, è il fratello comprensivo disposto al perdono perché conosce la nostra debolezza, al quale ci si possa rivolgersi con le pacate, confidenziali parole di Panizzi: «Venuta la sera Gesù, | prendimi per mano, | accoglimi sulla tua barca | e conducimi all’altra riva». E ancora: «Lasciami | sdraiare ai tuoi piedi | con sotto il capo il cuscino | della tua misericordia».
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