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Prima di lasciare, in queste pagine, il Casentino (nella realtà spero di rivederlo presto), non voglio dimenticare una voce intensa e solitaria che mi giunge, talvolta, dai dintorni di Pratovecchio: la voce di Veniero Scarselli, fiorentino di nascita e casentinese di adozione, già biologo di livello universitario; ora, nel suo romitaggio appenninico, dedito a una profonda meditazione poetica dalla quale hanno sinora preso vita sette volumi. Scarselli non appartiene alla schiera di poeti che rifiutano il pathos del tragico, che sfuggono ai grandi temi di destino, aì grandi interrogativi e slanci. Non si tira indietro difronte ai misteri piú crudi dell'esistenza, nei quali scava con impietosa pietà. Come nel penultimo libro, del 1994, Piangevano ancora come bambini, libro poematico che ha una sua epica grandezza nell'evocare la presenza della madre morta, fuori da ogni sentimentalismo, ma con una tensione estrema, quasi insostenibile, con un grido acre che scaturisce da dirompente pietas, straziata, amorosa, e, nel senso piú denso, religiosa. L'ultimo libro, del 1995, è Straordinario accaduto (apparso come il precedente nella collana bianca dell'editore friulano Campanotto che ormai accoglie alcuni tra i migliori testi poetici degli ultimi anni). Meditazione di forte originalità su esistenza (calda, sensuosa, uterina, erotica) e tempo (il tema ossessivo degli orologi, le cui sfere, remote, assolute, continuano a girare inesorabili) che può ricordare certi grandi mistici o certi poeti « metafisici » dell'età barocca. Anche nella poetica ricerca-avventura di Scarselli mi sembra presente un tocco orfico che tenta di accordare misteriosamente caos e cosmo, esistenza ed essere, vuoto e pienezza. Ma piú delle mie parole valga ora la voce stessa di Scarselli. Scelgo il penultimo testo poetico del libro, uno dei piú suggestivi, a mio parere:

Quando tornai a riveder le stelle
vagabondai stralunato per i vicoli;
c'era ancora la luna,
che stordiva uomini e animali
col suo occhio enormemente spalancato,
e una notte già alla fine del suo arco
che ancora custodiva i dormienti;
c'era il grido lontano della volpe
e l'abbaiare rabbioso dei cani;
il quieto ruminare delle stalle
e l'antico inquieto ansimare
di uomini stanchi del viaggio
ma che invano cercavano il sonno;
e c'era ancora nel fondo delle case
il silenzio smarrito dei figli
che continuavano ostinati a vegliare
un corpo freddo al capezzale della madre
per impedirle ancora d'andare;
ma avevano il viso già vecchio
di chi attende ormai rassegnato
che la ruota ora giri per lui.
Al loro solito posto
ritti come guerrieri gli orologi
ancora macinavano il tempo
per contrastare con í denti della ragione
il tumultuoso avanzare del Chaos
e dare forma d'insetto perfetto
alla larva del nuovissimo giorno.
Ormai anche le stelle scoloravano;
ma neppure il grato fragore,
che già saliva rapidamente nell'aria,
delle ruote della vita quotidiana
riusciva a nascondere il sordo
tenace rumore che ovunque
fa il tarlo invisibile del Tempo
e della Morte.

Recensione
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