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Testimonianza dell'autore su “Passione e Sintonia”

 In occasione della pubblica presentazione
avvenuta venerdì 29 gennaio 2016

Quasi sempre un titolo è un mantra, viene da lontano», disse una volta Mario Luzi in in’intervista. Partirò dal titolo. Dopo alcuni tentativi, con la collaborazione maieutica di Noemi, ecco il titolo emergere, perentorio. È proprio “lui”: quello che cercavo e che mi cercava. Inevitabile l’eco di Passione e ideologia di Pasolini, bellissimo libro di un grande saggista, oltre che poeta, cineasta e narratore. Il richiamo a quel titolo mette comunque in evidenza la polemica rimozione e sostituzione del secondo termine: ideologia. Si è tanto parlato, qualche anno fa, di tramonto delle ideologie. Le ho sempre detestate e non le rimpiangerò davvero. Sull’ideologia concordo in pieno con Roberta De Monticelli, che la definisce «degenerazione ottusa dell’ideale», incapacità a comprendere «la singolarità di ciascuna condizione umana», e perciò «adesione cieca a una qualche visione del mondo». «Ideologia è un falso rapporto con la verità, cioè con la ricerca della verità». Quanto condivido questo ricondurre il rapporto con la verità a una continua tensione di ricerca! Allo spegnersi – che è peculiare dell’ideologia secondo Roberta De Monticelli – «dell’attenzione infinita necessaria a cogliere l’unicità di ciascuna vita», possiamo far corrispondere, nell’atto ermeneutico, anche letterario, una carenza, prodotta dall’ideologia, nell’intendere le specificità del testo-persona. L’ideologia rappresenta, nell’interpretazione di un testo, un vero e proprio letto di Procuste.

Una possibile malefatta dell’ideologia è stravolgere il senso del testo. In un breve saggio, che risale ad anni sessantotteschi, un’insegnante molto apprezzata nel mondo scolastico e sindacale romano, commentando L’infinito leopardiano, ha scritto che «nelle morte stagioni e specialmente nella presente e viva» deve leggersi «un richiamo etico all’impegno, un ritorno alle cose concrete viste nel loro sviluppo storico». In questo modo si è completamente tradito il senso della meditazione sul Monte Tabor, che tra l’altro risale al 1819, ossia alla piena stagione della cosiddetta ‘poetica dell’idillio’. Un animus filologico dev’essere alla base dell’atto interpretativo. “La filologia è la nostra etica di interpreti” ho sempre ripetuto ai miei studenti. Così pensava anche un testimone molto autorevole in materia: Cesare Segre. Mi piace ricordare anche la definizione dell’amico Mario Marti, scomparso più che centenario due anni or sono: «critica come filologia integrale».

L’ideologia incide a volte anche sullo stile. Ecco un esempio, che mi è capitato sott’occhio per caso qualche mese fa. È uno scritto del 1981 sulla poesia italiana di allora: «La generalità dell’Utopia Paradossale coagulata nel ’68 si è in breve frantumata nell’imbecillità catastrofistica di tanti piccoli utopismi puramente distruttivi, diventati ben presto, con l’omologazione accelerata tipica delle società a fortissimo indice mercificante, consumo di violenza, e consumo di spontaneismo». Non entro nel merito della fondatezza o meno di questa analisi, che nella fattispecie mi è totalmente estranea e indifferente. Ma la densità dei lessemi astratti denota l’astrazione intellettualistica del discorso, quasi un ammicco da iniziato a iniziati. Tutto sembra, comunque, tranne che un discorso sulla poesia, o che comunque abbia qualche rapporto con l’essenza ontologica del fatto poetico.

Il problema dello stile della critica mi ha sempre appassionato, e mi sembra (ma potrei sbagliare) che la cultura italiana non l’abbia preso nella dovuta considerazione. C’è però una memorabile (ma poco rammemorata) eccezione. Mario Fubini, nel suo fondamentale volume Critica e poesia del 1956, dedica a questo tema un ben articolato saggio, intitolato Stile della critica. Ne citerò un passo tra poco.

Nel dicembre scorso Giulio Ferroni, in una conferenza, parlò della possibile riconsiderazione, con lo sguardo di oggi, di De Sanctis e di Croce. Lesse alcune splendide pagine dell’uno e dell’altro che affascinarono, entusiasmarono gli ascoltatori, i quali forse non sarebbero rimasti altrettanto affascinati se Ferroni avesse letto il passo di critica ideologica che poco fa ho letto a voi. Il fatto essenziale è che i due grandi critici erano anzitutto due grandi scrittori. De Sanctis è forse il maggior prosatore italiano nel periodo tra Manzoni e Verga. Croce è un prosatore cristallino, coerente e armonioso. Nel suo memorabile Profilo di storia linguistica italiana, Giacomo Devoto, da linguista particolarmente attento alla lingua letteraria, parla di una vera e propria “età crociana” nella cultura italiana di alcuni decenni del Novecento. Forse Croce, che s’è interessato anche di poesia e di letteratura per tutta la vita, avrebbe meritato il Nobel della letteratura più di Winston Churchill, al quale il premio venne assegnato nel 1953 per certi suoi scritti storici, preferendolo a Hemingway che pure era in lista (e al quale però, per fortuna, il Nobel venne assegnato l’anno seguente).

Torniamo alla parola iniziale del titolo: “passione”, incentivo primario della mia vita d’interprete e docente. Non l’interprete senza il docente. L’irradiante ‘esistere’ del testo nel momento magico dell’interpretazione condivisa con un pubblico, soprattutto di studenti, avvalora e arricchisce la paziente vigilia della ricerca, che altrimenti rischierebbe di disseccarsi in mera accademia. Vorrei proprio essere riuscito a far sentire, nel dna del mio libro anche se, ovviamente, non in tutte le sue pagine, la passione e la presenza del docente. Presenza che spero riconoscibile soprattutto in alcune pagine della testimonianza iniziale e del saggio Montale: una lunga fedeltà. Sono i due saggi più recenti del libro. I più appassionati.

E ora: “sintonia”. È il nome della mia musa. Musa, cioè, dell’interprete, quale ho cercato soprattutto di essere. Non sempre, comunque, musa del critico in genere, che spesso deve porsi in necessaria alterità rispetto al testo, sul quale è chiamato a esprimere un giudizio. La distinzione tra ‘interprete’ e ‘critico’, si badi bene, è del tutto provvisoria: indica soltanto due momenti diversi dell’incontro col testo. Se mi riconosco ‘interprete’ più che ‘critico’, è anche perché non ho mai svolto attività di critico militante. Funzione, quella del critico militante, del tutto rispettabile, come senz’altro lo è quella, complessa e avvincente, dello storico della letteratura. Anche i sei memorandi volumi della Letteratura della nuova Italia di Croce sono, in sostanza, un esempio di appassionata critica militante. Riconosciamo, intanto, quanto deve la cultura italiana alla critica nel senso più lato, alla critica senza aggettivi. Per esempio il ripensamento della seconda stagione di Leopardi culminante nella Ginestra, superando l’ingiusta riduzione crociana di Leopardi alla formula di ‘poeta dell’idillio’, e a questo punto saluto con piacere il bel libro del 1987 di Annamaria Vanalesti, Leopardi e il fiore del deserto; per una lettura dell’ultimo Leopardi. Constato comunque che a Walter Binni, sostenitore risoluto di un “ultimo Leopardi” anti-idillico, dava quasi fastidio, quasi fosse indebito ritorno all’idillio proprio alla fine della vita, la presenza del Tramonto della luna. Eppure c’è quel testo, e proprio in quel momento supremo, ed è uno splendido testo poetico, forse addirittura il prediletto da Ungaretti, che non si può dire che non si intendesse di poesia, e che tra l’altro aveva dedicato a Leopardi gran parte delle sue lezioni nell’Ateneo romano. Lo schema eristico di Binni, peraltro motivato e comunque stimolante, in quel caso sfiorava il rischio di irrigidirsi in ideologia. Torniamo ora, gioiosamente, a rievocare alcuni notevoli risultati e meriti della critica italiana: per esempio la scoperta della grandezza di Belli ad opera di Giorgio Vigolo e poi di Carlo Muscetta e della sua scuola. O la decisa affermazione della grande arte di Verga «fatta di bontà e di malinconia», fatta da Croce già nel 1903, molti anni prima che l’ancor giovane Luigi Russo la consacrasse nel 1920 in un appassionato saggio che resta, arricchito negli anni dallo stesso autore, tuttora fondamentale. Acquisizioni come queste appartengono,come un dono, a tutti noi; sono accolte a pieno titolo anche nelle scuole; sono integrate nella coscienza culturale italiana. E, si spera, non soltanto italiana.

Ma la sintonia - voi potreste con ragione obiettare -non rischia di trasformare l’interprete in artifex additus artifici? Credo che la presenza di un animus filologico ci possa rendere immuni da questo rischio. Filologia e sintonia possono, forse debbono, convivere felicemente, con reciproco vantaggio. Secondo Fubini, il critico non deve riecheggiare nella propria prosa l’opera d’arte originale, che non richiede copie né imitazioni; e tuttavia nel critico, in particolare nel critico-interprete, «deve pur cantare dentro, anche quando vien svolgendo i suoi ragionamenti, la voce del poeta e a quella voce egli di continuo deve porgere ascolto». Ricordo di aver letto, infiniti anni fa, uno scritto di Sergio Antonielli, che non saprei ritrovare nel labirinto senza Arianna della mia biblioteca. Si chiamava Il critico e le avventure dell’anima sua, era probabilmente nel volume Aspetti e figure del Novecento. Secondo Antonielli, il raggio di sole che batte sul foglio del critico mentre scrive non sempre è del tutto estraneo alla sua scrittura. (Vi dirò che proprio nel momento in cui scrivevo queste righe che ora vi leggo un bel sole romano batteva davvero sul mio computer). Naturalmente Antonielli non intendeva certo negare l’obiettività e il rigore dell’atto interpretativo. Voleva soltanto ricordare il possibile nesso, anche del critico - écrivain écrivant sur des écrivains secondo Georges Poulet - con la vita, con la calda, la cara vita. La bella formula di Carlo Bo, Letteratura come vita, titolo di un suo libro famoso, comprende naturalmente anche la critica letteraria, che non è certo un’asettica operazione di laboratorio.

Questa bella formula di Bo non vorrei tradirla neppure ora, proseguendo e avviando a conclusione questa testimonianza. «Il ricordare è di vecchiaia il segno», scrive Ungaretti. Il libro di un vecchione come me è spesso, e con piena ragione, una recherche du temps perdu. Recherche che vorrebbe sfociare nella gioia ineffabile del tempo ritrovato che illumina una pagina quasi mistica del Temps retrouvé di Proust. Una delle scaturigini del libro, la più personale e forse anche la più vitale, è proprio questa ricerca, che vorrebbe essere anche un’implicita, ma a volte spero anche esplicita, testimonianza storica Finita la guerra si riaprirono le frontiere e noi giovani d’Europa potemmo incontrarci tra le rovine di tante città cariche di storia, bellezza, cultura. Potemmo conoscerci, cantare insieme, far fiorire nuovi amori. Sperare insieme in un’Europa unita, che purtroppo non è riuscita ad essere altro che una disunita e dissonante unione monetaria.

Una delle scaturigini del libro va cercata proprio nell’amor d’Europa: non certo l’Europa delle banche o dei riprovevoli trascorsi coloniali, ma l’Europa delle cattedrali e dell’umanesimo. Umanesimo non soltanto in senso storico, ma, starei per dire, ontologico. ‘Umanesimo’ era per me ragazzo una parola magica. In quei cari e indimenticati anni giovani avevo nel portafoglio un cartoncino con una frase di Giannozzo Manetti, dal De dignitate et excellentia hominis e una frase di Pico della Mirandola, dall’Oratio de hominis dignitate. Leggevo l’affascinante libro su Erasmo da Rotterdam di Stefan Zweig, parteggiando, come Zweig, per la tolleranza di Erasmo contro il fanatismo di Lutero. Parteggiando anche per Marsilio Ficino contro Savonarola. E ancor più, s’intende, per Ipazia contro Cirillo.

A chi mi chiedesse di indicare un umanista in tempi, molto probabilmente indicherei Carl Gustav Jung. Legato, come per destino, alla Basilea di Bachofen e di Burckhardt, in riva al sacro Reno che attraversa il cuore d’Europa. Basilea che aveva accolto Erasmo, e alcuni secoli più tardi Nietzsche, e più di recente Jaspers. Dato che è affiorato il nome di Jaspers, eccovi un suo pensiero da accogliere, se credete, con una certa ponderazione, ma musicalmente accordato con alcune affermazioni precedenti: «un’opera d’arte deve essere valutata esclusivamente sulla base del suo contenuto spirituale: la causalità sotto il cui influsso qualcosa è creata non dice nulla sul valore della creazione stessa».

Jung è stato un grande amore di gioventù. Rileggendo, dopo cinquant’anni, Ricordi,sogni, riflessioni, testimonianza autobiografica scritta da Jung, ultraottuagenario come lo sono io ora, mi son sentito illuminato e compreso, oltre che profondamente emozionato e implicato, anche se non sempre e non in tutto persuaso. Un nuovo grande umanista ho trovato, sulla linea junghiana, in James Hillman.

L’Europa che amavo l’ho vissuta nella mia giovinezza studiosa in una stagione dominata da grandi testimoni dell’anima europea: Leo Spitzer, mio ‘ideale’ maestro nei primi passi di critico-interprete (il maestro ‘reale’ era il linguista Alfredo Schiaffini, amico personale di Croce). E Auerbach, Curtius, Friedrich. Poi ecco sette anni di soggiorno in paesi francofoni, e in anni d’oro della cultura letteraria di Parigi e di Ginevra, vera Mecca, in quegli anni della critica letteraria. Da certi aspetti troppo avventurosi, e comunque sempre affascinanti, della Nouvelle critique mi proteggevano gli anticorpi della più concreta cultura letteraria nostrana, alimentata da sano storicismo. In essa mi ero formato in una stagione di grandi maestri: da Momigliano a Fubini, da Russo a Getto, da Contini a Debenedetti. Potrei nominarne tanti altri, ma non è il caso che lo faccia ora: sono tutti presenti, direttamente o indirettamente, in questo libro. Collaborano alla mia ricerca. Sono accolti con rispetto, a volte con affetto, a volte con amore, sempre con esplicita o implicita riconoscenza. Qualcosa di quegli anni appassionati di incontri, progetti, letture, colloqui, riflessioni, accensioni, ho voluto salvare in queste pagine. Passione, certo. Sintonia, almeno desiderata e sperata, nell’interpretare testi prediletti e nell’affrontare certi grandi temi di ricerca che a volte mi hanno tentato. Ma anche gioia di un tempo ritrovato, non soltanto personale, ma della cultura italiana ed europea. La quale forse ci chiede di rivivere in noi. Anche (perché no, dopotutto?), anche attraverso la piccola porzione di temps retrouvé contenuta in questo libro. Ecco che ancora una volta, ho indirettamente rievocato il grande sogno di Proust. Mi piace concludere, per dare un respiro finale a questo graditissimo incontro con voi, rievocando, una splendida definizione della Recherche proustiana, che è forse, implicitamente, anche una definizione della grande letteratura, che tutti noi amiamo, e della sua funzione salvifica. La Recherche «appare come una delle imprese più smisurate e più significative dell’uomo contro la condizione mortale». Essa «si allea alla bellezza del mondo e degli esseri contro le potenze della morte e dell’oblio»: «s’allie à la beauté du monde et des êtres contre les puissances de la mort et de l’oubli». Sono parole di un libro che mi ha accompagnato e nutrito a lungo in anni giovani: L’homme révolté di Albert Camus. Mi è caro suggellare il mio dire con queste parole di Camus.

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