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Lucio Zinna − che sento in qualche modo come un ‘sodale’, un compagno di ventura (anche per motivi generazionali) − è una presenza straordinaria della letteratura siciliana per il suo ininterrotto impegno sia nella produzione poetica sia in quella narrativa sia nel dinamismo di animatore intellettuale e direttore di riviste.

Non mi stupisco, perciò, se da alle stampe il volume La parola e i isola (Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici) che è una raccolta di saggi critici su quella ‘infinita’, mitica e assai specifica letteratura siciliana del Novecento, sulla quale continuano fortunatamente a fiorire studi e riflessioni critiche (basterà citare gli interventi di Melo Freni, Carmelo Aliberti).

Si potrebbe allora affermare che è assai difficile poter dire qualcosa di nuovo attorno a questa letteratura e che comunque si rischia di ripetere cliché e analisi critiche che hanno ormai fatto il loro tempo. Il rischio c’è, ma Lucio Zinna supera questo ostacolo, perché La parola e l’isola ha il pregio di approfondire l’iter letterario di autori che risultano tuttora sconosciuti: vedi Francesco Lanza con le sue storie di povera gente, di villici e paesani situati all’interno di un sistema sociale di ladri e derubati, ubriachi e perditempo, un tempo immoto ed alienante da cui si fuoriesce o con la sessualità o con una forte religiosità popolare, che vuol dire un rapporto emotivo coi santi, implorati per chiedere grazia ma vilipesi se la grazia non viene concessa. O Pietro Mignosi autore di una poesia pietrosa ma non prosaica; o Calogero Bonavia col suo lirismo soffuso o il poeta delle Madonie Giuseppe Ganci Battaglia. Autori importanti ma restati ai margini della considerazione letteraria e che Zinna fa benissimo a recuperare e a far stare assieme − dico nello stesso volume − a riflessioni sulla poesia di Quasimodo, sul teatro di Sciascia, agli scritti di Nuccio.

Mi piace altresì, nel lavoro di Zinna, la parte dedicata agli autori a noi vicini e ‘consonanti’: dico Tommaso Romano, Nino De Vita, Giovanni Occhipinti ed altri che conosciamo bene e da molti anni, e soprattutto il saggio sull’‘Antigruppo’, che fu per tanti di noi, alla fine degli anni Sessanta, un punto di riferimento ineludibile (accanto ad altri gruppi consimili di altri luoghi d’Italia: ‘Salvo Imprevisti’ di Firenze, i ‘Poeti zappatori’ dell’Abruzzo, ‘Poeticamente’ dell’Emilia; gruppi cui ci aggiungemmo noi di ‘Interventi Culturali’ all’inizio degli anni Settanta). I nomi di Nat Scammacca, Rolando Certa, Santo Cali mi sono quindi tornati alla memoria. Zinna rammenta che l’Antigruppo si diversificò in due idee della poesia, quella più populista e quella più sperimentale (Terminelli, Apolloni) e che comunque fu un laboratorio di dibattito sempre vivo e spesso polemico.

Come si vede, il testo di Lucio Zinna è assai ricco di suggestioni, memorie, approfondimenti critici. È uno spaccato fascinoso di una letteratura − quella siciliana − che è (come scrive l’Autore in prefazione) un’isolamondo, un luogo cioè che ha spiccate caratteristiche territoriali ma che allo stesso tempo è aperto al mondo.

Recensione
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