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La poesia di Lucio Zinna
un'antica capacità di testimonianza

Continuando il nostro rapido excursus sui poeti della quarta generazione (i nati fra il ‘30 e il ‘39) ci imbattiamo inevitabilmente in Lucio Zinna, singolare figura di raffinato scrittore di versi, saggista e critico di vaglia, animatore culturale, insomma un intellettuale impegnato non soltanto nell’elaborazione di un suo itinerario di poesia, ma anche di un progetto culturale che − a ben vedere − pur innestandosi su coordinate europee, tenta una fascinosa mediazione fra 'culture' diverse. Ora, che Zinna sia siciliano e che tutto questo si esprima anche attraverso la rivista «Arenaria» di Palermo, non è senza senso. Il Nostro, infatti, avverte influssi culturali (ma anche − com’è giusto − antropologici e psicologici) di fonti disparate, legate alla storia dell’isola: così le antiche radici magnogreche si saldano alle influenze arabe ed al folklore borbonico, allo stesso tempo entrando in contatto con la cultura nordafricana ed in genere coi Paesi del Mediterraneo.

Ne vien fuori una proposta certo non scientificamente fondata (d’altra parte non sarebbe il compito della poesia), ma sicuramente plausibile e dagli esiti poetici assai validi: una delle chiavi di lettura del volume antologico Sagana e dopo (Ragusa, Cultura Duemila, 1991) che riunisce le sillogi pubblicate di Lucio Zinna: Sagana (1976), Abbandonare Troia (1986) e Bonsai (1989), è proprio quella testé accennata.

Assumiamo a mo’ di esempio «Terra d’esordio» dove il poeta scrive: «Sempre cercai di conciliare legni e pareti / e dentro inconsapevoli mi sentii due civiltà / cercarsi con difficili approcci, europea / e araba...», e poi ancora, qualche verso più in là: «In questo lembo estremo di Sicilia siamo noi / stranamente un po’ Venezia un po’ Tunisi».

Così la lirica recupera una terminologia che segna l’incontro fra più culture (kuskùs), e soprattutto va oltre una esterna affinità con il substrato di altri popoli e razze, per individuare nel proprio atteggiamento (ma ricorderei un elemento fondamentale di questa poesia: l’allargarsi dell’esperienza del poeta a fenomeno collettico, epico) il coacervo della storia. In quest’uomo finenovecento s’intrecciano allora «ansia di riscatto e ansia di affondare / in giuochi raffinati a goccia a goccia / luminarie e kuskùs pazienza e fremito colorata / tristezza riso e urlo acqua marina e acqua / lustrale montone e scorpèna lupanare e minareto».

Il discorso di Zinna diviene più polemico, addolorato e nostalgico nella splendida «Filastrode per Palermo multipla», in cui il poeta riesce a metter su una sorta di teatro quotidiano del capoluogo siciliano, preda di insanabili contraddizioni, «di sotterranee verità e conclamate menzogne», di asfalti e mercerie in penombra, di Sante Rosalie e costose luminarie: «Palermo zingara Palermo puttana». E poi la chiusa rassegnata: «Palermo − mi dispiace − te quiero». Credo che sia la più bella poesia in assoluto scritta su Palermo, un canto d’amore e di rabbia, di polemica e di tenerezza.

Palermo nel − cuore − nonostante tutto − l’avverti anche nel finale di «Sessantacinque versi per il treno della Maiella»: «Verso Palermo tradita moribonda / tra rifiuti e mostruosi palazzi dagli animati (dicono) / pilastri...».

Ma in altro luogo, l’analisi (meridionalistica? Sarebbe certo assai interessante analizzare le diverse visioni del Sud dei poeti, da Bodini a Scotellaro, da Calogero a Zinna) diviene di taglio diverso: non esiste un problema che sia racchiuso in un territorio e non abbia addentellati col resto dell’umanità. Potremmo affermare che − fìlosoficamente − se una parte del tutto è ammalata, evidentemente il tutto è ammalato, e viceversa, che è, credo, una posizione più avanzata, sul piano dell’interpretazione teorica dei fenomeni sociali e di una ideologia planetaria (unitaria) dell’essere uomo.

Nella poesia «Sudità» Zinna pone in analisi lo stesso termine “Sud”: Sud di che? «Sicilia mio nordafrica» oppure «né mi cale se tu − così soavemente lombarda − sia donna del sud (del / sudeuropa intendo...)».

La verità è che «esistono le mafie ed i fascismi e sono planetari» e «siamo un (generoso) popolo di oppressi ed oppressori siccome in ogni particula / mundi ci coglie sino qui il montaliano male di vivere». Il che vuol dire intepretare il dualismo oppressore-oppresso alla luce di valenze psicanalitiche e metafisiche: è il male di vivere l’inaderenza alla vita, il timore di esistere che conduce alla violenza.

E allora la poesia si pone (accanto o oltre la religione) come uno dei pochi baluardi contro la nullificazione del tutto, la dispersione dei valori, la frantumazione della parola: tutto questo si trova in un’altra riuscitissima poesia, «A volte qualcuno rimane», dove il poeta − con sottile senso di humour − eleva un inno alla poesia: «Di poesia mi reputo un antico drogato», per cui si affratella ai «tossicopoesiomani» e ai «liricodipendenti», anche se accade che «a volte poeti si muore» (qui Zinna ammonisce contro i pericoli della poesia, allorché diviene chiusura al mondo, overdose, esaltazione di sé).

In altri momenti, Sagana e dopo diviene anche accennato lirismo (Zinna non si lascia mai andare ad un eccesso di soavità della parola), malinconica nostalgia, com’è il caso di «Pastori di Sagana» e «A Massimiliano», ma è una specie di ‘nostalgia del futuro’, senso del tempo che fugge e cancella ogni cosa. La poesia così è dolore, la vita un lieve stare sulla corda della propria emozione, compagni a quei pochi che vivono la stessa esperienza, inutile ai «tetraplegici dell’anima handicappati dello spirito «Gli irreversibili»).

Certo, a voler individuare un iter nella poesia di Zinna (limitatamente alle tre raccolte qui in nuce ripresentate), si può affermare che egli sia andato sempre più verso una concezione narrativa della poesia e persino verso il racconto in versi («Il rosario»), ma è rimasta invariata una sua peculiarità sul piano del linguaggio: il poeta accosta termini provenienti da diverse fonti (come, d’altra parte, ci si accorge, al fondo, di una vasta cultura classica di Zinna, del suo amore per i poemi omerici) soprattutto facendo brillare fuochi dall’accostamento fra parole del quotidiano tecnologico (ad es. garage) con numerose inserzioni di termini latini ma anche riferimenti alla lingua francese (armoire, douceur), all’inglese, alla spagnola.

Certo, l’andamento del suo stile (anche quando scrive d’amore, fra l’altro con una capacità di freschezza e di antiretorica piuttosto rara) è pur sempre colloquiale, con tendenza all’aforisma o comunque alla parola che spiega, che dice, che interviene, che ha il desiderio, l’ambizione, persino la presunzione di voler cambiare il mondo.

Ecco, nonostante tutto, nonostante il degrado odierno (di cui Palermo è certo simbolo, ma non unico luogo della catastrofe etica e spirituale), nonostante il persistente male di vivere, «Tendere la mano rimane un gesto possibile un reciproco / atto di giustizia».

La parola − nei poeti come Zinna − conserva ancora una sua immarcescibile volontà di testimonianza, un’antica capacità di presenza e di verità.
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