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A casa paterna

Panta rei os potamòs” (tutto scorre come un fiume). Questo aforisma, attribuito al filosofo greco Eraclito, ricorda a noi tutti che il tempo scorre inesorabile e il laccio che tiene attaccato il bouquet dei nostri compleanni, insidiato dall’usura, è destinato a rompersi.

E’ successo così, di recente, per il nostro amico, maestro Enzo Romano, lasciandoci costernati. Ma Enzo ha lasciato in dote all’intera comunità quel patrimonio di parole che egli aveva con pazienza certosina raccolto, frugando in ogni dove ci fosse una bocca dotata di lingua e una testa dotata di memoria. Un patrimonio custodito dalle sue numerose opere di saggistica e letteratura popolare che gli sono valsi diversi riconoscimenti ufficiali, fra i quali la menzione speciale alla prima edizione del Premio Maria Messina attribuita il 10 Ottobre del 2004.

Enzo Romano aveva una memoria eccezionale. Diversamente da me, lo scorso anno ricordava ancora, a distanza di vent’anni, quale giorno dell’estate dell’anno 1988 io gli consegnai, distogliendolo un attimo dalla sua abituale compagnia, una mia poesia a lui dedicata dal titolo “Le parole”, confluita nella raccolta pubblicata nel 1992 dal titolo “Del sabato e dell’infinito”.

La gradì tanto che volle ricambiare l’omaggio dedicandomi un suo racconto inserito nel volume “A casa paterna”, pubblicato nel 1994.

La concomitante uscita, nello stesso anno 1994 di un’altra opera dialettale di notevole spessore culturale, avvenuta ad opera di Graziella Di Salvo Barbera, la quale pubblicò una pregevole raccolta di poesie dal titolo “Scarpisannu sti strati” mi convinse, infine, di quanta dignità potesse avere un’opera letteraria sia pure interamente scritta in dialetto.

E’ evidente che anch’io, fino ad allora, soffrivo di quei pregiudizi che tendevano a ghettizzare il dialetto come fenomeno demodè dal quale si tende ad estraniarsi.

Così, lentamente maturai l’idea di dare il mio piccolo apporto alla vasta operazione culturale di recupero del nostro dialetto, pubblicando, alcuni anni dopo, due mini raccolte di poesia in dialetto: “Scorcia ri limuni scamusciata” edita nel 2003, e “Ntra lustriu e scuru” edita nel 2006, entrambe per le edizioni del Centro Storico.

Sia la prima che la seconda raccolta hanno avuto, fra i cultori, un discreta risonanza in ambito regionale, ricevendo delle gratificazioni in diversi concorsi, fra i quali il premio internazionale “Città di Marineo”.

Chiamai, allora, a redigere una prefazione alla seconda raccolta il nostro concittadino Ciccio Di Bernardo che, seppure anch’egli, ha continuato la propria umana avventura sotto i segni della diaspora, non ha mai reciso il proprio cordone ombelicale con la città natia, seguendone sempre le evoluzioni culturali, così com’egli ama sempre ricordare nelle note che accompagnano le sue pubblicazioni poetiche, che raccolgono il frutto di un costante impegno che dura ormai da quarant’anni. Una sua poesia, compresa nella prima raccolta dal titolo “Il maranzano” edita nel 1980 a Pordenone, porta infatti la data del 1969.

Il flusso costante della ispirazione, che mai lo ha abbandonato, è testimoniato dalle successive opere: Proseauton, Catania 1983; Lo specchio alla rovescia, Forlì 1985; Mython, Roma 1990; Galleria degli affari, Pordenone 2000; Il silenzio del Lete, Ferrara 2005; Le porte di Aprile, Ferrara 2007. Sappiamo già che un’altra raccolta già pronta, dal titolo “Elegia delle beatitudini” vedrà la luce all’inizio del prossimo anno.

Nonostante i suoi temi sempre impegnati, e nonostante il “panta rei” accennato all’inizio, Francesco Maria Di Bernardo Amato ha, per sua e nostra fortuna, una voce suadente che ammalia l’ascoltatore e, stampato in volto, un sorriso da eterno ragazzo che affascina.

Una voce e un sorriso col quale riesce a farti deglutire soavemente testi dal doppio registro, in cui accanto alla levità di quello che appare, si annuncia un tremendo significato latente, che è quello del destino a cui tutti siamo chiamati.

Ne costituisce piccolo esempio questa poesia, senza titolo, tratta dal suo primo libro: “Sempre ci attende una piazza / vista da balconate / alla fine della strada / giù / in fondo / Vi si arriva anche da dietro / o per far prima / dalla scorciatoia // Sempre ci attende una piazza / sorda alle grida / alle voci / insensibile al caldo o al gelo / uguale / sempre là / immobile.

Una valenza letteraria sempre tenuta in debita considerazione anche dai membri della giuria del Premio letterario Maria Messina, che si estrinseca finalmente, in questa mirabile stagione estiva del 2009 che ci vede ancora riuniti nell’aldiquà con un interprete dei segni del transito umano, con l’attribuzione del Premio Speciale alla carriera.

Recensione
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