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Carusanza è il sesto titolo della collana (di poesie dialettali) Abralia. Una ottima collana che va annoverando riusciti lavori di alcuni fra i più significativi autori della Sicilia di oggi. “Carusanza” termine che deriva da “caruso”, cioè ragazzo, indica il periodo di tempo in cui si esplicano le relazioni sociali del virgulto umano. Autore della raccolta di poesie in dialetto siciliano, più precisamente di Limina, piccolo centro della Valle d’Agrò che allo stesso autore ha dato i natali, è Giuseppe Cavarra, classe 1933, anche noto come studioso di tradizioni popolari, da diversi decenni residente a Messina.

Quello della carusanza è una età in cui si immagazzinano impressioni e suggestioni destinati a scavare un solco indelebile nella nostra memoria. Impressioni destinate a stagliarsi come alte rocce calcaree nel panorama della maturità. Suggestioni che il tempo pian piano va ripulendo dalle scorie per preservare e conservare una essenza, un seme destinato a trasformarsi in una sorta di mito: il mito della infanzia perduta e questo anche in presenza di una avveduta, personale coscienza in grado di discernere le tante negatività legate al contesto storico e ambientale (Qui c’era festa grande ad ogni estate. | Ora in tutto questo deserto | inciampa la memoria ad ogni passo). Dei versi si riporta qui e dopo, la sola traduzione in lingua dello stesso autore, per una migliore comprensione di quanti hanno difficoltà col dialetto.

Diceva Giovanni Pascoli: “Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo”. Tuttavia, come nota in prefazione Sergio Spadaro, “Cavarra è troppo storico per lasciarsi trasportare supinamente dall’ala della nostalgia.” Egli, infatti, rivisita il mito della “carusanza” talvolta con filiale riconoscenza (Scendono… | ancora tutti da qui | i venti della mia vita) ma anche col filtro della maturità: (La pietra a testa in giù | mi disse tante volte | che l’uomo nella sua vita | è sempre in bilico).

Seppure non indenne da qualche sgomento, che sottintende, forse, l’ineluttabilità della trasformazione (Strade larghe e case che a vederle | mi sembra una città.| Dov’è la pianta di sambuco?) mi pare che Cavarra sezioni minuziosamente tutti i meandri della memoria, piena di luoghi e persone, con una felice commistione di disincanto, complicità affettiva ai canti e alle pene del cuore (C’era nei suoi occhi una farfalla | che aveva visto volare una mattina | dal prugnolo verso la ginestra.) – bellissima metafora! – e una religiosa compenetrazione nel tempo (Sotto queste lastre di pietra | ci sono le ossa | dei nostri antenati) sebbene disturbata dalle moderne diversità (la frenata di una macchina nella curva | lacera tutta la pace | che esce da queste pietre intartarate.)

C’è in questa “Carusanza” di Giuseppe Cavarra tutto un villaggio con le sue terre, le sue montagne, il suo cielo e la sua lingua e c’è soprattutto il cuore del poeta che entra ed esce dal paese sospeso nel tempo lontano, un paese vivido di colori: (Papaveri rossi | come sangue di giovenca).

Diceva John Keats: “La poesia dovrebbe suonare al lettore come l’espressione dei suoi pensieri più alti e sembrar quasi un ricordo” e questa è la sensazione che suscitano questi versi.

Recensione
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