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Sabato 21 giugno 2008 è stato presentato presso il Museo Mandralisca di Cefalù il volume di Angelo Pettineo e Peppino Ragonese intitolato Dopo i Gagini, prima dei Serpotta, i Li Volsi. Il titolo, alquanto esplicativo, condensa l’idea sia dell’argomento che del periodo storico inquadrato.

Che quella dei Gagini fosse una famiglia di artisti (architetti e scultori) lombardi, un ceppo dei quali ha operato abbondantemente in Sicilia fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo e che Giacomo Serpotta e famiglia fossero famosi stuccatori (rivendicati –di recente- come punta d’arrivo della scultura barocca italiana) è cosa bene o male risaputa anche da chi non è addentro al settore. Alquanto vaghe e frammentarie sono sempre state, invece, le informazioni relative a quel cognome (Li Volsi) che buona parte dei mistrettesi associa alla Vara di San Sebastiano. Talvolta si diceva che fosse una famiglia di Nicosia e altre che fossero di Tusa, ingenerando confusione.

Questo libro, scritto a quattro mani da Pettineo e Ragonese, viene ora a fare chiarìa, illuminando quelli come me che per troppo tempo hanno brancolato nel buio dell’ignoranza. I Li Volsi, dunque, che hanno, fra tante e tante altre artistiche cose, costruito, intorno al 1610, la vara di San Sebastiano di Mistretta, appartenevano a una famiglia di “eclettici operatori che spaziano con la loro perizia artistica dalla scultura lignea alla plasticazione dello stucco, dalla pittura alla scenografia, fino a cimentarsi non occasionalmente nella pratica dell’architettura. Questi mastri, partendo da una primigenia bottega di famiglia a Nicosia, dopo il 1570 divengono tra gli artefici più apprezzati nella regione nebrode- madonita. (…) Dagli anni ‘90 del Cinquecento, Tusa, per la sua dislocazione baricentrica sul versante tirrenico e per il suo caricatore alla Marina (non poche volte individuato quale meta per lo sbarco delle grandiose opere gaginiane dirette nell’entroterra siciliano), riesce a promuovere l’atelier di mastro Giuseppe, capostipite del ceppo familiare che avrebbe avuto maggior fama, verso prestigiosi incarichi professionali”.

Narra, quindi, il volume delle numerose opere (dai cori lignei alle statue, alle decorazioni) commissionate alle botteghe da diversi punti della Sicilia e che ancora oggi (restaurati e non) testimoniano la infaticabile presenza degli artisti che si sono succeduti per quattro generazioni, lungo un arco temporale di quasi un secolo (fino ad oltre il 1670).

A Mistretta vengono commissionate la statua di Sant’Antonio Abate in trono per l’eponima chiesa (1599), la statua di San Pietro per la chiesa eponima e un crocifisso per la cappella del SS. Purgatorio (1603) e la vara di San Sebastiano (1909). Quest’ultima opera diventa così impegnativa da costringere Giuseppe e Giovanbattista Li Volsi a soggiornare nella città per più di un anno. Da Gangi a Corleone, da Castel di Lucio ad Assoro, da Motta d’Affermo a Militello Rosmarino, da Reitano a Cefalù si moltiplicano le commesse. Perfino il Senato palermitano commissiona a Scipione Li Volsi la statua in bronzo di Carlo V che dal 1631 si trova in Piazza Bologni.

Il volume di 240 pagine, edito dalla sezione di Tusa dell’Archeoclub d’Italia del quale gli autori, entrambi architetti, sono soci, è, a detta degli stessi autori, un compendio frutto di circa 10 anni di studi, nonché un compendio di altri studi, compreso alcune pubblicazioni della fine del secolo scorso (uno dei quali a firma di Nico Marino) che a distanza di diversi secoli pone i riflettori su una valente famiglia d’arte siciliana. Numerose le fotografie a corredo che documentano lo stato delle opere. Insomma: una pietra miliare per gli addetti ai lavori. Una ottima fonte informativa per chi ha un sia pur minimo interesse per la storia dell’arte siciliana.

Recensione
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