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D’un continuo trambusto

Leggendo le poesie della raccolta “D’un leggero trambusto”, premio “Città di Marineo 2018”, noto in Nicola Romano una sviluppata “inventiva” ramificata in molteplici direzioni del quotidiano esistere che da cima a fondo coinvolgono il lettore. Inventiva con la quale con tinte personali affresca paesaggi di mimetici calendari sfogliati dalle stagioni a cavallo delle quali nascono vivono e muoiono generazioni d’esseri coi loro fardelli di sensazioni, dubbi e aspirazioni. Ci sono, nella raccolta, sprazzi di tempi lontani che riaffiorano nell’immaginario individuale in virtù di poetiche interpretazioni di genesi: “Con quante dita / accarezzaste insieme / curve di arcobaleni / e furie d’onde / guance di sole / e soffici abbandoni / dimenticando / bombe e privazioni? / Immaginare non so / di quella notte / il fuoco e la passione / e intanto acceso / resta quel calore / che forse ancora / porto nelle vene” (Primogenito, pag.22).

Così, dalla sarabanda di umori “Ma tutto era per noi / grazia e incanto / se ballando cullavi i miei vent’anni / rimasti emulsionati in una foto” (Per una foto del ’66, pag.82) emergono anche inconsueti paesaggi interiori che talvolta inopinatamente affiorano e che l’ovvio pudore di norma provvede a rimuovere. Parlo di quel pudore dell’uomo comune che si scopre a pensare cose “strambe”, come i discorsi che silenziosamente (o, al massimo, sottovoce) ogni tanto si trova a fare con sé stesso e che il poeta invece, giocando ad un livello superiore, condendo il pudore d’umorismo, riesce a fare lievitare, illuminando gli episodi d’ironia: “In modo regolare / mi frequento / m’apostrofo e mi stuzzico / con tocco rispettoso / mi busso dentro / e aspetto sotto casa / diffidente e guardingo / se nella controversia / voleranno parole / a tutto spiano // Solitamente / m’affronto e mi discuto / m’adombro e mi strattono / mi provoco e m’interrogo / col chiedere ogni conto / e ogni ragione / e nell’aspra contesa / mi perdo e mi ritrovo / m’offendo e mi perdono / mi cerco mi raggiungo / e non mi basto” (Contesa, pag.40).

L’ironia rimane vigile anche in presenza di altre “fisime” tipiche di chi cerca di scrutare quale impressione possa eventualmente, il sé medesimo, suscitare allo sguardo altrui, qualora distrattamente gli vengano posati addosso gli occhi, oppure se all’improvviso ci si ricorda di un andazzo strano del colore della pelle, segnali vari di un imperfetto quotidiano, tematiche che denudano anche fragilità incombenti, temute come avvisaglie di futuri spaesamenti, vie crucis avare di resurrezioni: “A volte hai fatto finta / di guardare i prezzi / davanti a una vetrina / solo per controllare / nel torbido riflesso / i risvolti i capelli / e le toppe del cuore / la sagoma d’insieme / il piglio di giornata / o il sorriso in catene / andandovi di taglio / per l’ultimo riscontro / su eventuali piaghe / avanti e retro” (Vetrine, pag.31).

Ci sono anche bucolici paesaggi (i quali spezzano i quotidiani percorsi su marciapiedi contornati da nafte e benzine) che suggeriscono suggestive traslazioni che viaggiano fra presente e passato: “e intanto / il rumore dell’acqua – la nostra cometa – guidava i saltelli nel guado / dei nostri giorni insicuri / ed i gorghi impetuosi / sembrano gli anni falliti e da basso perduti”. (Valle delle cascate, Mistretta, Nebrodi, pag. 80).

Passato, presente e futuro, dunque, fanno di frequente capolino fra le pagine poiché è “il tempo / chi ci ha buttati dritti e per intero / in questo inestricabile mistero / Ed è un continuo peso di memorie / di bivi da imbroccare ad ogni costo /con la coscienza di essere in balìa /degli eventi insensati e mai decisi /nell’attesa che sia più comprensibile / un’altra vita un’altra epifania” (Una catena, pag. 84).

Recensione
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