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Elegia delle beatitudini

Collocando la terra in una posizione affatto speciale all’interno dell’universo, il principio copernicano ha implicitamente detronizzato l’umanità da una posizione di privilegio. La qual cosa ha trovato enormi resistenze da parte di chi vedeva pericolosamente crollare una parte delle impalcature filosofiche sulle quali aveva costruito il proprio potere. La feroce caccia alle streghe venne quindi estesa agli scienziati che propugnavano la tesi, tacciati per questo di implicita eresia. La stessa teoria evoluzionistica di Darwin, secoli dopo, sfatando il mito dell’eden primordiale, ha causato l’apertura di un baratro fra detrattori e sostenitori.

Gli uni arroccati su posizioni dogmatiche, gli altri propensi a rimettere in discussione le presunte bibliche certezze. La divaricazione fra le parti ha innestato preconcetti e reciproca estraneità ai rispettivi valori. Così, per spirito di contraddizione nei confronti di sciocchi ministri, molti di noi hanno estraniato Dio dalla propria quotidianità, salvo poi riscoprirlo come somma algebrica di una serie di frazioni non infinitesimali di valori della propria esistenza, altrimenti figlia del caso, fratello gemello del caos “E dentro da Oriente ad Occidente | L’Invisibile non è luogo ma Speranza” osserva Francesco Maria Di Bernardo - Amato, “Perché poi, quando la nebbia | Dirada, riappare il colore celeste | Del mare e del cielo e quasi | Impercettibile un sorgere di raggi | Un Oriente…” Certo è fatica improba e appesantita dalla gravità terrestre il risalire dal basso la china del monte dal quale rilanciare uno sguardo per colmare il vuoto dello spazio intorno.

Una risalita lenta, intervallata da pause speculative come quella di Umberto Eco, a commento di un ottimo libro di Marcus du Sautoy, docente di matematica all’Università di Oxford, apparsa in una delle sue famose “bustine di Minerva” dell’editoriale “L’Espresso”, in calce ad una serie di interrogativi sulla caotica apparizione dei numeri primi all’interno dei numeri naturali: “Ora smetto di fare il matematico, e passo alla metafisica. Immaginiamo che ci sia un Mente Divina (per gli intimi, Dio) che, essendo infinita, coglie in un battibaleno (come faccia, sfugge alle nostre capacità di comprensione) la serie infinita dei numeri. Azzardo anche (e irresponsabilmente) che possa esistere una Matematica Curva per cui, giunti a un numero di fantastilioni di fantastilioni di cifre elevato ad altri fantastilioni, il numero successivo imploda su se stesso e si riduca all’unità (Dio, uno e infinito, non sarebbe allora altro che la serie circolare dei numeri primi). In tal modo Dio conoscerebbe anche la serie (finita o infinita) dei numeri primi. Ora, o la loro successione segue una regola, noi non la conosciamo ma Dio si, e allora tutto andrebbe bene, almeno per Dio. Oppure i numeri primi arrivano davvero per caso, e in tal caso Dio si troverebbe di fronte al Caso, e del Caso sarebbe l’effetto, o almeno la vittima non onnipotente (oppure Dio e il Caso sarebbero la stessa cosa). Quindi trovare la regola per prevedere la successione dei numeri primi sarebbe l’unico modo per provare non dico l’esistenza ma almeno la possibilità di Dio.”

Ma qualcuno certamente finirà col trovarla, oppure l’ha già trovata, la legge matematica che regola il flusso dei numeri primi, una legge “ontologica” che è disegno di perfezione (anteriore all’umanità) come tutte le leggi della matematica e della fisica che rispondono a disegni della natura e che però per “apparire”, per farsi vedere, abbisognano di un preciso approccio, contatto che mi sembra di scorgere anche in questi versi: “In tutto il cielo con l’occhio cerco il passaggio | Tra un buio e l’altro delle stelle | E sola col pensiero naviga la mente | Estesa e senza tempo all’infinito | Senza più l’ansia del niente || Tutto (ora) si empie immenso in me | Il cielo delle età che non vidi | E passanti i confini di Babele | Quanto dopo verrà nel silenzio | Assoluto della storia.”

Approcci che sono flussi a cui, inevitabilmente, seguono riflussi perché il seme del dubbio mai lascerà l’umanità (Padre, perché mi hai abbandonato? chiede gridando finanche il Nazzareno), come bene interpreta Di Bernardo: “Sfiorati | da un battito d’ali e ce ne andiamo | con la mente in bilico sul filo di Gorgia | che non ha più valore sul nulla che genera | la bellezza in fronte: il Bene è più su e non scorge il filo sottile, Gorgia i suoi anni assimilati al millennio | e il battito d’ali sopraggiunto lassù sul promontorio | azzurro che scintilla al sole occhio del divenire…”

Oggi anche i cosmologi riconsiderano l’ipotesi di una possibile posizione speciale “della nostra galassia che si troverebbe al centro di un gigantesco vuoto cosmico” causato da un “universo non omogeneo in quanto la densità di materia potrebbe variare a grande scala, e la terra potrebbe trovarsi nei pressi del centro di una regione relativamente meno densa rispetto ad altre, altrimenti indicata come vuoto” (Le Scienze, giugno 2009). Guardandoci indietro nel tempo, i passaggi dalla scoperta del fuoco, a quello della parola e della scrittura hanno certo richiesto secoli e secoli e sembreremmo (e siamo) a quei cospetti, in fase evolutissima, ma niente sappiamo di altre intelligenze extraterrestri ed anche a scoprirle domani, chiederemo e ci interrogheremo se un disegno del caos possa generare un pensiero perfetto.

Recensione
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