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Per Maria Messina, scrittrice verista del primo Novecento, Mistretta rimase un punto di riferimento importante. Riscoperta dalla critica quasi quarant’anni dopo la sua scomparsa, grazie a Leonardo Sciascia che per primo alzò il velo di silenzio che l’aveva segregata nell’oblio per mezzo secolo, la scrittrice siciliana, nata ad Alimena il 14 Marzo 1887, ebbe in vita, per circa un ventennio, una discreta notorietà nazionale.

Di alcuni dei 17 libri che la scrittrice Maria Messina pubblicò fra il 1909 e il 1928, in buona parte ripubblicati, sul finire del secolo scorso, dalla casa editrice Sellerio, esistono oggi delle versioni in francese, spagnolo e americano ma certamente altre se ne aggiungeranno visto che l’interesse per la sua opera è sempre più in crescita. Diversi sono anche, infatti, gli studi e le pubblicazioni condotti in prevalenza da donne (come, ad esempio, Elise Magistro, docente di lettere in una università della California, che periodicamente viene in Sicilia alla ricerca dei luoghi che furono palcoscenico delle storie narrate dalla scrittrice) che in lei vedono, sia pure allo stato larvale, una sorta di antesignana di quel femminismo destinato a fermentare molti decenni dopo. La Scrittrice verista, amica di Giovanni Verga col quale intrattenne una costante corrispondenza epistolare, soffermò la propria attenzione essenzialmente sulla marginale condizione femminile dell’epoca.

Della sua permanenza a Mistretta si sa che si protrasse per circa un quinquennio. Che si rivelò fondamentale perché la colse in piena fase evolutiva. Quando vi arrivò con la famiglia da Palermo, al seguito del padre nominato ispettore scolastico, lei era, infatti, una ragazza di 16 anni.

Quando la casa editrice Treves di Milano pubblicò nel 1909 la sua prima raccolta di racconti Pettini fini di anni, lei, ne aveva 22. Dai toponimi e dai soprannomi che si evincono in tutti i racconti di tale libro, così come nel successivo Piccoli gorghi del 1911, si evince che l’ambiente descritto dalla scrittrice apparteneva inequivocabilmente a quello di Mistretta, che perciò assurgeva a territorio ed umanità simbolo di una intera regione. Successivamente lei si spostò, sempre al seguito del padre, in Umbria, Toscana, Marche e Campania, ma un pezzo del suo cuore rimase fortemente radicato a Mistretta, che allora per popolazione era una delle prime cittadine della provincia di Messina, che con il suo variegato carico di avventure umane l’aveva condotta alla maturità.

La sua esperienza letteraria successiva, protrattasi fino al 1928, conserva, infatti, evidenti tracce che conducono inequivocabilmente ancora a Mistretta. Romanzi a parte, questo fenomeno è osservabile in tutti i suoi libri di racconti.

Il racconto dal titolo “Il prete nuovo” tratto dalla raccolta Le briciole del destino edito nel 1918 ancora dalle edizioni Treves di Milano, così comincia: “Il figlio di donna Saveria la vedova l’avevano consacrato prete e tornava dal seminario di Patti.” Patti è sede della diocesi alla quale appartiene Mistretta. Ma se questo non è un indizio sufficiente si può aggiungere un altro passo dello stesso racconto: “Sono la mamma e la sorella del prete nuovo, che dice messa a San Francesco!” San Francesco, ora come allora, è una delle Chiese più importanti della cittadina.

Sul primo racconto della raccolta dal titolo Ragazze Siciliane edito da Le Monnier nel 1921, ad un certo punto si legge “Concetto andò alla messa delle otto, e passeggiò sullo stradale di Santo Stefano, ed Angela andò alla messa delle cinque e non fece più uscire la cognata” (Rose rosse). Lo stradale di Santo Stefano è, per Mistretta, quello che per l’appunto conduce a Santo Stefano di Camastra. In un altro racconto (Il pozzo e il professore) dello stesso volume si legge: “Ora avvenne che il professore, incontrando don Nicolino per i viali della villa (che lusso di fiori, in ogni siepe!) gli domandò dei Laganga”. (Evidente l’ammirazione per la villa comunale di Mistretta che fino a pochi decenni fa affascinava tutti i visitatori). La Ganga, d’altronde, è uno dei cognomi più diffusi.

Nel libro Il guinzaglio pubblicato nel 1922, assieme a quello che dà il titolo al volume, ambientato a Napoli, ve ne sono alcuni che sicuramente sono riconducibili a Mistretta, come “La Merica” (racconto diverso da quello avente lo stesso titolo contenuto nel libro Piccoli gorghi), “Don Lillo” e “Solo-Pane”. In quest’ultimo un passaggio del racconto così recita: “Il maresciallo, per liberarsi da quella noia, lo fece arrestare sotto l’accusa di avere simulato un furto. (…) Le vicine mormoravano: “Hanno portato Solo-Pane a San Francesco”.

E’ evidente che per le vicine di qualsiasi altro paese d’Italia la frase non avrebbe avuto significato. Ma per le vicine di Mistretta l’allusione è alquanto eloquente. Infatti solo per gli abitanti di Mistretta “San Francesco” può essere sinonimo di carcere. Tanto perché, come sappiamo, la casa circondariale di Mistretta, oggi come allora, è ubicata presso l’edificio che una volta costituiva il convento dei monaci francescani, accanto alla Chiesa tuttora esistente dedicata al Patrono d’Italia.

Alcuni passaggi dei libri di Maria Messina hanno una finezza di introspezione che probabilmente possiedono solo gli psicologi. Lei ci è arrivata grazie ad una sensibilità straordinaria. Intorno ai 30 anni cominciò ad avvisare i sintomi della sclerosi multipla, che certo la fiaccarono fisicamente ma che non la distolsero dai suoi impegni letterari. Infatti per circa un altro decennio continuò a scrivere e pubblicare libri. Ma nel fascismo che coltivava il mito della razza superiore non potevano più trovare spazio e consenso quei personaggi deboli, marginali e perdenti da lei amorevolmente accuditi.

I personaggi delle storie narrate da Maria Messina, infatti, non sono di quelli destinati a calamitare l’attenzione del lettore che si aspetta vicende avventurose e luoghi che offrono uno sbocco fantastico alla propria uggia. Personaggi e vicende da lei narrate non sono di quelli che mutano la storia, bensì quelli comuni su cui la storia è muta!

Ma se, oggi, si riscoprono romanzi e racconti della scrittrice siciliana è perché essi non sono scritti col sudore del letterato che ha bene studiato l’argomento di che tratta (cioè non solo per tale motivo) bensì col sangue amaro della esperienza diretta. Quando lo scrittore narra un tema che ha personalmente sofferto spesso riesce a trasmettere il pathos, la intima sofferenza, cosa che da sola, certo, non basta a fare uno scrittore. Ma se a questa aggiunge la grazia e l’eleganza della scrittura, doti che Maria Messina dimostra di possedere, allora quel connubio felice di esperienza diretta e capacità espressiva riescono a penetrare l’intimità del lettore che in quegli scritti vede sublimata anche la propria esperienza.

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