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Una storia molto bene articolata, ambientata nella Sardegna degli anni ’60, densa di personaggi dalle diverse caratteristiche, le cui vicende si intersecano e finiscono col confluire all’interno del cinico disegno di un ambizioso personaggio, talmente potente da pensare che “Dio stava solo un gradino più in su di lui”.

Un uomo che non digerisce le opinioni contrastanti e che interpreta sé stesso e il mondo circostante secondo rigidi schemi, con la convinzione che “nella vita l’aspetto formale è più importante della sostanza”.

Emergono, nel romanzo, cuciti ai vari interpreti, le tante sfaccettature della esistenza umana. Dal desiderio di ascesa verso le sommità del potere che si bea dell’ossequioso contorno, alla idealità giovanile destinata, come luce di candela, ad affievolirsi. Dall’umile desiderio di migliorare una miserrima condizione economica, alla idealità votata al sacrificio della clandestinità.

Il romanzo si apre con le note di un arpeggio di chitarra che modula una nenia. Di quell’arpeggio sembra di sentire l’eco dentro i righi di tante pagine del libro. Accordi di note in maggiore, a sottofondo delle scene che descrivono gli ambienti del presidente: il Solarium della sua casa,  l’ufficio che dirige, le rituali feste annuali. Accordi di note in minore, per il medico ispettore Camillo che gradualmente perde la propria ferrea integrità morale adeguandosi al sistema imperante. Acri accordi di settima per il detenuto Domenico Piras, detto Chino, al quale viene fatta balenare la possibilità di trascorrere, da innocente, la vita in galera.

E poi gli assoli di Cristina e degli altri personaggi minori che fino al termine del libro corredano una trama generosa di colpi di scena. Un libro datato per l’ambientazione, ma ricco di personaggi le cui componenti caratteriali appartengono ad ogni tempo.

Recensione
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