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Più volte mi ero chiesto, andando le mattine di inizio estate per i campi, che nome dare a quei piccoli fiori che brillavano al sole d’un soave colore celestino, a gruppi raccolti a qualche decina di centimetri da terra. Non essendo esperto di botanica mi era rimasta irrisolta la domanda. Mai avrei immaginato che, infine, la risposta dovessi trovarla in un libro di poesie dove, fra le altre, scopro La cicoria “Ti vidi tra le tenere erbe marzoline | timida spuntare dalla terra | poi ti ammirai cresciuta a maggio | ricercata per una cena | salubre prelibata e frugale. || Ora ti ammiro in luglio | al di sopra di tutte le erbe | ramosa e carica di fiori | di un celeste così vivo e pulito | da suscitare in me l’illusione | che hai rapito al cielo | turchini fiocchi di neve.” Facile collegare la incantata lettura alle mie innamorate quanto casuali visioni mattutine ai bordi del campo sportivo mentre accompagno il cane a sgranchirsi le gambe.

La soluzione del piccolo enigma lo devo al libro del poeta molisano Vincenzo Rossi, del quale è uscito a luglio di quest’anno, agile nel formato di tre sedicesimi, elegante negli accostamenti di colori della copertina (turchese come i fiori di cicoria che descrive), concettualmente inquietante nel titolo (Il fantasma e altre poesie, Volturnia Edizioni) per quell’alone di mistero che avvolge il senso della poesia eponima e che avvolge la mente del lettore come un tarlo che rode insistentemente il legno della scrivania dove stanno poggiati i più intimi pensieri.

Connota, il Rossi, infatti, nella dedica benigna che appone alla copia destinatami, questo Fantasma come “(Verità / Bellezza) ardentemente desiderato e mai raggiunto” e condanna al dubbio d’un celato senso che forse non corrisponde alla interpretazione del lettore. Tuttavia, dedica a parte, si coglie tra la fresca impronta delle nitide e naturali immagini campestri l’ombra di quel fantasma che ogni tanto copre il tragitto umano.

A me sembra che sia, questo fantasma del Rossi, una forma indefinita che l’autore vorrebbe palpabile e tangibile e che, invece, sfugge al tatto e alla totale comprensione; qualcosa che, come una congettura matematica, si suppone ma che non ha trovato il suggello della soluzione e che resta quindi un non dimostrato teorema, per l’appunto solo una congettura; che suppone e non conferma, che l’intelligenza umana, limitata ma indiscutibilmente presente, non esclude.

E’ il Rossi, da questo punto di vista, specificatamente in questa raccolta, testimone del dubbio che lacera la carne, ma toccato dalla grazia della soavità del verso che si inoltra fra effluvi di ginestre e turchini fiocchi di neve.

Recensione
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