Servizi
Contatti

Eventi


Quanti hanno avuto la fortuna di andare all’estero solo per turismo, soddisfacendo in parte la sete di conoscenza delle bellezze paesaggistiche, consapevolmente o no, hanno un vuoto culturale:  conoscere quale fosse la vita quotidiana, lavorativa e di relazione, di tanti nostri conterranei  che all’estero, invece, si sono recati per motivi di lavoro.

E’ storia risaputa quella  che nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale mentre il nord dell’Italia progrediva economicamente, dal sud partivano treni pieni di uomini con destinazione Belgio, Olanda, Francia e soprattutto Germania. Un fenomeno talmente vasto che ha coinvolto milioni di meridionali ciascuno dei quali lasciava i patri lidi, parenti e amici. Al loro periodico rientro per le feste di Natale questi emigranti sembravano felici della loro nuova condizione di uomini che stavano al passo coi tempi contribuendo a fare progredire il mondo, mentre al loro paese d’origine tutto sembrava inamovibile.

Tuttavia, manifesta o segreta che fosse, molti custodivano la speranza di tornare definitivamente in Italia. Questa era una contraddizione che si percepiva e della quale superficialmente si intuivano i motivi, senza che nessuno fosse in grado di comprenderne appieno le ragioni o fosse in grado di cogliere a fondo il tormento che lacerava l’animo di tanti emigrati.

Gaetano Cassisi, che nel 1962, all’età di 16 anni, decise di seguire le orme dei quattro fratelli che prima di lui erano partiti per la Germania, all’estero vi restò per oltre 40 anni, riuscendo molte volte a vincere la tentazione di tornare in Italia. Da pochi anni, al suo definivo rientro a Licata, da pensionato che ha maturato il massimo dei contributi, nero su bianco ha messo in luce la condizione epocale della propria vivace condizione di lavoratore emigrante e di riflesso quella degli altri lavoratori, aiutando il lettore curioso a capire a fondo quali fossero le condizioni oggettive di lavoro e di relazione dei nostri emigrati con la popolazione stanziale.

A partire dalle mutazioni d’animo avute durante le 54 ore di viaggio (due giorni e un quarto) per coprire la distanza da Licata a Merchweiler, passando per Siracusa, Milano, Basilea e Strasburgo.

L’arrivo nel lager, dove aveva sede la ditta di costruzioni stradali, di costruzioni sotto il suolo, della posa e del riattamento dei binari.

Lo squallore delle case degli operai, il lavoro faticoso nella strada ferrata sotto lo sguardo severo e le grida isteriche del caposquadra che non dava respiro, la desolante sensazione che molti tedeschi considerassero gli operai ospiti del lager proprio come quei prigionieri di guerra che vi avevano abitato prima di loro, la difficoltà della lingua, i verbi usati all’infinito (io lavorare), il lavoro mal pagato, il nuovo lavoro, la difficile convivenza coi tedeschi nei locali pubblici, le risse degli amici malmenati dagli sprezzanti avventori tedeschi, la voglia di migliorare il proprio linguaggio, la scuola serale dopo un giorno intero di duro lavoro, lo studio per il diploma magistrale nelle sere dei giorni lavorativi e i sabati pomeriggi e anche le domeniche, il lavoro in un’officina di costruzioni meccaniche e poi in un grande salumificio, e poi alla Bayer  come magazziniere e poi come addetto alla pianificazione della produzione, custode di importanti segreti aziendali.

Una strada sempre in salita, avara di soddisfazioni e gratificazioni che Gaetano Cassisi, sia pure coi suoi momenti di crisi,  ha perseguito con determinazione, ampliando continuamente la propria esperienza lavorativa, anche quando, al culmine della propria aspirazione, egli che era giunto in Germania costretto ad abbandonare la scuola a 15 anni, comincia la propria esperienza di professore di lingua italiana.

Io italiano, domani altro cantiere è un libro istruttivo oltre ad essere pregevole documento del fenomeno migratorio che, a più riprese, per oltre un secolo ha massicciamente interessato le popolazioni italiane. Già nel 1975 lo scrittore poeta di Delia, Stefano Vilardo si cimentò nella stesura di un libro dal contenuto pressoché analogo, dal titolo Tutti dicono Germania Germania col quale narrò i pensieri semplici e disperati di tanti emigrati. Ma mentre quello di Vilardo è un bel libro filtrato dalla sua sensibilità di scrittore, questo di Cassisi è un libro in presa diretta, vissuto in prima persona che può anche servire a meglio comprendere il fenomeno inverso, cioè il marocchino e il rumeno che quotidianamente incontriamo per le nostre strade.

Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza