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Attratto dalla favolistica titolazione, ho letto il libro di poesie di un autore finora a me sconosciuto: La foresta incantata di Ermanno Niccoli, edito da Ilmiolibro.it, facendo la felice scoperta di una raccolta di ottimo valore sia dal punto di vista espressivo che contenutistico. Un fenomeno che generalmente accade solo con alcuni vati, già collocati nelle mensole riservate ai classici. Invece scopro che Ermanno Niccoli vive, estraneo a qualsiasi scuderia che promuove poesia e letteratura, la propria vita di ex docente di chimica in pensione, in quel di Pisa, sconosciuto per tali sue qualità alla grande industria culturale.

Le misurate e suasive composizioni da egli elaborate vivono quindi, presumibilmente, nel chiuso cerchio di una ristretta schiera di amici, così come d’altronde capita alle persone estremamente riservate che trattano le proprie cose con modestia ed estremo pudore. Partendo sempre da personali esperienze che spesso affondano nel lontano passato, Ermanno Niccoli, disegna traiettorie che costantemente confluiscono ai giorni nostri, ricavandone delle meditazioni coinvolgenti: “Frinisce nel petto | la mia cicala dei giorni passati, | frinisce a picco sul cuore, | senza placare l’arsura o la mestizia | del giorno che muore” (Estate a Torino). Una visione pessimistica della esistenza che lacera le carni, così come suggerisce il risultato espressivo della strofa che chiude la poesia “La morte dei miei” che può essere chiamato ad esempio di una laica visione della vita: Dalle mani lascio scivolare mille e mille cose, | rimango con le braccia a penzoloni | poiché invero tutte le altre sono pose. Poiché unica certezza umana è la morte, tutto è vanità, sembra redarguire il poeta. Una certezza che può essere blandamente avversata solo dall’arma della ironia: “Ho imparato a civettar sornione | con la Signora Nera che c’insegue, che un tempo al pianto m’induceva, ma ora le rispondo con il canto | o con il feroce riso | e del viola del tramonto già mi ammanto”. Ma c’è anche, nonostante non se faccia mai menzione e perciò remoto e impercettibile, l’anelito di un magico contatto col divino, camuffato dentro il mistero della esistenza umana, un anelito che lambisce la natura tramite rapide pennellate, senza tuttavia riuscire a catturane l’essenza. Una essenza che prima di essere naturale è mentale e che, per i credenti, è quasi una funzione matematica che conduce alla certezza di un disegno superiore. Di questo, ritengo, possa essere valida testimonianza la poesia del settantacinquenne Ermanno Niccoli. “Pallidi e frenetici come non mai | ci tufferemo negli eventi | e negli ordinativi, | in anticipo stanchi vagheremo | nella pagine gialle, cercheremo | di porre una distanza tra noi e la stagione | che inesorabile avanza con passo felpato | e ingannevolmente danza” (Dopo la vacanza a Sesto). Testimonianza di una latente ricerca che, sebbene percepisca come ingannevole qualsiasi armonia, compresa quella della danza delle stagioni, insegue l’armonia del verso con riuscite frequenti assonanze, poiché solo ciò che piace… attrae. Ma più ancora, e soprattutto, quella di Ermanno Piccoli è alta testimonianza di una laica senilità che s’ammanta di ricordi: “Dove svettano le torri dell’infanzia | impazienti dita al ciel puntate | avide forse d’orizzonti sconfinati? | Dove le implacabili visioni | cariche di vento e di superbia? | O il roteare di un pensiero silenzioso allora forse sì fecondo ed ora muto? || Si son chiusi i meccanismi della mente | del labirinto sono immobili le spire, | un gorgo morbido di sabbia scende | verso il cuore del deserto. | Quasi violento dentro di me avanza | l’mplacabile silenzio | che m’avvolge come ipnotica canzone. | Mi ottunde la strisciante depressione.” E’ davvero un libro di grande spessore poetico, frutto di uno stile personale, che merita, a tutto vantaggio dei lettori, di essere conosciuto.

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