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Quelli de La porta invisibile di Nino Pinto sono versi a presa rapida poiché già abbondantemente interiorizzati, a priori, dal lettore, trattandosi di un tema talmente universale da riguardare tutti direttamente, in terza, in seconda e in prima persona. Così la lettura di un volume di quasi 200 pagine, composto da 165 poesie, si completa a tempo di record, in meno di 15 minuti, lasciando, ammettiamolo, una sensazione di sgomento poiché l’autore, mosso essenzialmente dalla propria onestà intellettuale, ha strutturato l’argomento secondo un proprio laico punto di vista (sarebbe meglio dire di oscurità) cosicché il lettore rimane spoglio di qualsiasi consolante, guidata  prospettiva e carico, invece, di constatazioni terrene che generano insidiosi dubbi: “Oltrepassata quella soglia | si raggelano i pensieri | e il male qualunque male | non fa più male” “Tanta stanchezza accumulata | non c’è che quel sonno infine | che la possa compensare” “Ma allora | è quel sonno insensato | l’atteso riscatto?”.

Manca, a mio modesto modo di vedere, alla raccolta (ma l’autore ne è perfettamente cosciente e lo sottolinea in premessa) la luce di qualsiasi autentica speranza che riesca ad andare oltre le nostre fisiche constatazioni di fine ineluttabile del corpo e dello spirito. Eppure, ciò nonostante, non si occlude alla speranza ogni spiraglio, poiché (i morti): “Hanno gli occhi abbagliati | dal fulgore della verità | o smarriti brancolano nel buio più fitto | senza trovare via d’uscita?” Nessuno può, con argomentazioni scientifiche (almeno con quella scienza di cui abbiamo conoscenza) rispondere al quesito. Possiamo solo affidarci all’intuito e alle personali, indimostrabili percezioni, sorretti dal dono della poesia perché “Ha però una chiave d’oro | anche la poesia | per aprire quella porta” memori di una casistica frequente che Nino Pinto puntualmente annota: “Hanno però a volte | l’enigma d’un sorriso | come di chi finalmente sa”.

Recensione
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