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Nato a Gela nel 1941, Michelangelo Cammarata, che per molti anni ha lavorato presso un ente previdenziale in Lombardia, da 25 anni risiede a Palermo. Alle sue opere giovanili degli anni sessanta ha fatto seguito un silenzio pluri decennale, interrotto nel 2003 da “ I Germogli di Ground Zero” e ora da questa raccolta di versi in stile haiku intitolata “Amorosa cicala” (autorevole titolo desunto da un testo di Eugenio Montale). Una cicala che torna a cantare annotando che “Crocchi di antenne | avvinghiate ai palazzi | stracciano il cielo” e che, con un capovolgimento di causa ed effetto, “La terra è così effimera che rischia di annegare nell’uomo”.

Ma, come rileva Alfio Inserra che firma la prefazione del libro, “nella articolazione tematica con cui canta questa Amorosa cicala, possiamo cogliere molti altri elementi (…) una affabulazione ora distesa (se il giorno ha ombre forse il passato ha acceso qualche rimpianto) ora coagulata in grumi di spleen” e, proseguendo, “In questo itinerario affabulatorio un posto a sé ha evidentemente Eros e, come generalmente avviene ai poeti Eros, richiama leopardianamente il suo gemello Tanatos” (si leggano, ad esempio, le composizioni 137 e 138 costruite con vivide immagini crepuscolari “Il sangue del tramonto si dislaga | dallo squarcio del mare”).

Per essere gustato nella sua interezza, questo stile di poesia (riccamente commentato anche da un post fazione di Sandro Gros–Pietro) originario del Giappone laddove è coltivato da millenni, deve essere assaporato a piccoli sorsi (come un vino buono, fortemente alcolico). Vietato passarci sopra frettolosamente, erroneamente convinti dalle ridotte dimensioni delle composizioni. Il rischio è infatti che una veloce lettura faccia scivolare sopra le parole sorvolando essenze e significati. Ritengo sia salutare per ogni aspirante poeta confrontarsi con questi concentrati di sapore orientale: il rigore formale derivante dalla imposizione di uno stile metrico estremamente conciso come l’haiku educa alla essenzialità del linguaggio poetico. D’altronde, il rischio che le più dilatate pulsioni immaginifiche occidentali restino prigionieri di specchi ghiacciati, cioè privi delle immagini del fluente calore latino è il limite col quale si misura la bravura del poeta. E mi pare che Michelangelo Cammarata dia, nel corso dei 222 componimenti, ripetuta prova di maestria.

Recensione
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