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Prefazione

L’interesse di Gaetano Spinnato per le composizioni letterarie è molto antico. Per “interesse” intendo qui quel rimescolio interno di umori e sensazioni che con imperio talvolta comandano alla psiche di uscire allo scoperto con ordine poetico soggettivo, cioè come sintesi umorale favolistica in grado di rimuovere l’amaro fiele che piove da un cielo di acide nuvole in alcuni periodi della nostra esistenza.

Già nei primi anni ottanta, infatti, Gaetano Spinato aveva aperto un cantiere artigianale di composizioni poetiche e con queste ebbe allora modo di misurare il proprio estro creativo coi componenti le giurie di alcuni concorsi di poesia che si tenevano in varie località della nostra isola, ottenendo alcuni significativi riconoscimenti. Successivamente, distratto da impegni sportivi (per circa 15 anni ha militato nella squadra calcistica del Mistretta) e subentrati impegni lavorativi prima e familiari dopo, accantonò i versi scritti con la biro dedicandosi a quelli più urgenti e concreti che richiedevano le due splendide figlie nel frattempo nate. Fra l’attività lavorativa di infermiere professionale e quello, non tanto sporadico, di pastore di mucche indigene appartenenti all’anziano padre, fra un cambio di pannolini e il canto di una ninna nanna non trovarono spazi altri momenti creativi. Era quello il periodo di accumulare esperienze e l’unico diletto artistico consisteva, talvolta, nel commentare alcune esperienze con una benevola ironia in grado di divertire gli astanti e di indurli alla riflessione.

Ma, superata la soglia del terzo millennio, all’improvviso Gaetano sente ritornare la voglia per una passione che, evidentemente, era stata solo temporaneamente rimossa. Una passione verso la composizione letteraria mai abbastanza sopita, bensì latente e in attesa di risorgere alla luce di una più ampia esperienza umana nel frattempo maturata fra le alture e le vallate campestri di queste propaggini dei Nebrodi, nonché fra le corsie dell’ospedale di Mistretta dove, lavorando, può soffermare l’attenzione verso una umanità che transita, talvolta sbigottita ma non rassegnata.

L’imput per questo ritorno scaturisce dalla conoscenza del bando di concorso di narrativa che l’associazione Progetto Mistretta nel corso dell’anno 2004 indìce per onorare la memoria della scrittrice Maria Messina. La lettura delle opere della scrittrice siciliana, che visse sei anni della sua giovinezza a Mistretta, dove ambientò quasi tutti i racconti dei suoi primi due libri, pubblicati rispettivamente nel 1909 e nel 1911, si rivela così come momento propulsivo. La scoperta che tanti personaggi comuni della vita sociale di un secolo prima, filtrati dalla sensibilità creativa della giovane scrittrice, abbiano acquisito dignità letteraria e grazie a ciò superato l’oblio del tempo, riabilita nella mente di Gaetano le storie comuni, e talvolta infime, di altri personaggi da lui direttamente conosciuti e lo induce a ripercorrere alcuni suoi sentieri che si sono incrociati con altre umane esperienze che in lui hanno lasciato un indelebile segno.

Fra le sue figure descritte giganteggia, anche per la sapiente impostazione, quella di “nonno Tano”, persona che egli descrive con rapide pennellate di colore agreste, lungo un sentiero temporale che attraversa buona parte del ventesimo secolo. Al di là della avvincente trama che conquista la simpatia del lettore, il valore essenziale del racconto e l’opera meritoria dello scrittore si colgono nella sapiente collocazione di termini bucolico – agresti dei quali dimostra una padronanza linguistica precisa e puntuale che denotano una conoscenza delle arti silvo – pastorali non comune.

Il racconto diventa così una specie di punto d’incontro fra presente e passato remoto, un archivio museale dei gesti e delle consuetudini di una classe lavoratrice mai sufficientemente tenuta in debita considerazione, detentrice di una professionalità misconosciuta.

Ecco quindi che il pregio maggiore dei racconti è, secondo me, da riscontrare in questo consapevole lavoro di ripescaggio di verbi e vocaboli tipici, finemente allineati in consequenziale progressione.

E di questo sapiente lavoro si sono accorti le giurie di alcuni concorsi, composte da qualificate personalità della cultura isolana, premiando i lavori di Gaetano Spinnato. Valga per tutti la edizione 2006 del premio Erice-Anteka presieduta dal prof. Salvatore Di Marco, poeta fra i più validi del panorama siciliano contemporaneo e studioso della lingua siciliana.

A Gaetano, poeta che alla ricerca di uno stile personale, negli ultimi anni si è voluto mettere in discussione e confronto fra i molteplici concorsi isolani ai quali ha partecipato, arrivando sempre più spesso fra la rosa dei premiati, relativamente alla narrativa vorrei dire che secondo me il suo tragitto personale e da perseguire proprio lungo questa scia di connessione fra presente e passato perchè coi suoi fluidi innesti gergali egli occupa, senza usurpare ad altri, la sedia di bravo consigliere alla corte del tempo che, tutto modificando, scorre imperturbabile sulle vicende umane.

Recensione
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