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La prosa è scorrevole e coinvolgente. Scrive in proposito Mariacristina Pianta: “Una prosa scelta con cura, scandita da un certo ritmo ci accompagna in un viaggio di luci e ombre, in un continuo alternarsi di passato e presente, secondo piani temporali che si completano mirabilmente. La bambola di pezza, regalata dalla nonna alla scrittrice e inizialmente rifiutata, diviene il simbolo di un passato che si intreccia al presente, scisso in due momenti: la serena quotidianità e il dolore che, improvviso, cambia volto alle cose. Alla luce solare delle giornate intense subentrano freddo e lunghe ombre, quasi a sottolineare la fragilità della nostra esistenza”.

Il libro si caratterizza per una accentuata introspezione dell’essere che nel tentativo di condurre sé stesso alla oggettività ripercorre il lungo viottolo della personale esistenza, attentamente valutando tutte le connessioni con le altrui strade intersecate lungo l’umano percorso, a cominciare, come è ovvio, dai rapporti coi genitori.

Un tentativo del genere non avrebbe, evidentemente, alcuna possibilità di riuscita se l’essere che ponendosi in discussione e chiedendosi la spiegazione e il significato dei propri sogni (e della propria esistenza) avesse tendenza alla prevaricazione poiché l’oggettività sarebbe da quest’ultima irrimediabilmente alterata.

Profondamente diverso, invece, appare l’io narrante del libro, aperto alle altrui “verità” sia soggettive che sociali. D’altronde questo io narrante che ripercorre oltre mezzo secolo di microstorie fiorite nella zona jonica della Sicilia, fra Roccalumera, Catania e Taormina, pur godendo di una cultura di ampio raggio che abbraccia sia quella umanistica che quella matematica e astrofisica, ha un substrato socratico che tiene perennemente in conto l’aspetto della limitata conoscenza umana rispetto ai molteplici fenomeni fisici (so di non sapere) che investono l’universo (e il trascendente).

Muovendosi, quindi, la narrazione da tali presupposti, il lettore viene coinvolto sia da un sagace filo conduttore che stimola la curiosità e sia emotivamente perché quando, approdando a un naturale “porto”, si pensa conclusa la storia… improvvisamente si squarcia il cielo e l’orizzonte viene nuovamente e inaspettatamente sconvolto, lacerando l’io e frantumandolo in minuti pezzetti.

Poi, non sappiamo dopo quanto tempo, certamente dopo diverso tempo, dalla sublimazione del ricordo nasce una struggente elegia, sia pure composta, che pian piano ricompone l’unità cosicché la scrittura (evidentemente per mezzo della scrittrice) diviene anello di congiunzione fra tre generazioni e, nel contempo, genuina e originale opera di letteratura.

Recensione
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