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Ricordo di Enzo Romano. Lingua madre e dialetto

Si tratta di un colloquio magistrale col “maestro” del dialetto siculo – mistrettese, intriso di sensazioni scaturite dalla musicalità della lingua dei libri di Enzo Romano, di confessioni, di deduzioni sapienti. Eccone un breve passo: “E’, comunque, linguaggio dell’anima – dice Lo Iacono riferendosi al dialetto di Romano-. È lingua che ci sta nella gola, come il midollo osseo si trova dentro la colonna vertebrale. Per la verità, il tuo linguaggio è così ricco di articolazioni fonetiche da somigliare a uno spartito. Ci sono miriadi di suoni, risonanze e sfumature che, a volte, stento a riprodurre e pronunciare. Non è solo questione di accenti tonici. E dire che frequento il siciliano da quando ciclostilavo i copioni di Martoglio! (…) La tua prosa non è dialetto. È autentica poesia dell’oralità. È letteratura”. È, quella di Lo Iacono, quindi, una articolata professione di fede nella oggettiva valenza della operazione culturale promossa da Enzo Romano coi suoi scritti. Una professione di fede che mi sento di condividere non tanto per mera partigianeria linguistica quanto per oggettivo valore dell’avvenimento culturale che assume pregnanza quanto meno regionale, avendo egli dato corpo, col linguaggio dei popolari personaggi dei suoi racconti, ad una sorta di ultimo “monumento linguistico” della Sicilia.

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