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Rovescio di ricamo

Chi arriva a Mistretta dalla marina sbucando dalla galleria Santa Domenica, dopo la semi curva che conduce al tratto che costeggia il rifornimento della Esso, alzando lo sguardo in avanti è attratto dal grappolo di case addossate alla parte ovest del Castello, laddove l’aspra bellezza della imponenza del monte che si staglia contro il cielo presenta l’ampia ferita di un folto gruppo di case diroccate. Poste alla periferia ovest del quartiere Casazza, racchiuse fra un nugolo di vie del vecchio centro storico, tali ruderi rappresentano, ahinoi, un brutto impatto per chi ha la ventura di non conoscere la nostra cittadina, traendone l’impressione di un insieme in disfacimento. Abbandonate negli anni 70 dai proprietari, in parte trasferitisi alle case popolari di Giancavaliere e in parte emigrati chissà dove, poco alla volta queste antiche dimore hanno perso i tetti e poi le mura e visibilmente languono come macchia dolente di un corpo che non riesce a recuperare la funzione di quella parte di sè.

Tale considerazione scaturisce per induzione dalla lettura di uno dei primi testi che aprono la silloge di poesie Rovescio di ricamo di Mariangela Biffarella. Scrive Mariangela: “Antico spettro | è oggi la tua casa, | arrampicata sull’erta | della rupe. || Ah quanti sogni carezzati invano, | accoccolati dentro le sue mura! || Fu mano esperta | di scalpellino | a conciare con arte | ogni sua pietra. || Erano tutti sassi d’arenaria, | caldi e dorati come il sole. | (…) | Adesso della casa restano solo un canto | diroccato e quattro travi a pencolar nel vuoto”(Casa di emigrante). Se un tempo il dedalo di quelle vanedde della antica città era un ricamo di voci di uomini pastori, contadini, artigiani e donne consorti intente alle domestiche faccende, oggi là, purtroppo, c’è solo il rovescio di un desolato silenzio. Una sorta di maledizione che fustiga le deboli forze positive cosìcché per dipanare la “Matassa ingarbugliata” che offusca la strada del riscatto, Mariangela ricorre ai panni della vestale e alle porte di un suo Tempio ideale invoca il magico oggetto: “Fuso di legno, | conocchia di megera, | arcolaio del tempo | che dipani i giorni || intrufola le dita | tue leggere | a sgarbugliare i nodi | della mia matassa” (Matassa ingarbugliata).

Ma Rovescio di ricamo è anche ricettacolo di visioni oniriche che affluiscono alla coscienza vigile denotando una capacità di colloquio con la parte sconosciuta e indomabile di sé: “Nel buio, la mia ombra, appiccicata ai tacchi, silenziosa mi seguiva, poi si nascondeva || e, subito, come un tappeto | sul quale non riuscivo | a camminare, s’allungava | sulla mia strada. || Io la inseguivo | nella silente solitudine | della mia notte, | ed ero felice che ci fosse” (Ombra). Talvolta la potenza espressiva del sogno assume i contorni della metafora poetica e talaltra, al contrario, l’arte poetica assume la potenza espressiva del sogno. In un caso e nell’altro, in genere, non sempre è semplice decifrarne il senso. In un caso e nell’altro, però, a prescindere dal significato insito alla volontà cosciente o incosciente dell’autore, le immagini possono più o meno assumere un valore di oggettiva poesia: “Col mio secchio di stagno | lancio la corda e attingo.| Ma quando tocco il fondo | e scopro che non c’è più nulla, || mi coglie la vertigine, | mi piglia lo sgomento | insulso volo d’ali | che nel vuoto frulla” (Vertigine).

In tale direzione trovo che l’estro poetico della scrittrice riesca a coinvolgere con la suggestione dell’imponderabile anche il lettore smaliziato. Ma certo sono anche affascinanti diversi di quei ritagli marini che l’autrice, esperta nuotatrice e assidua amica delle onde durante le stagioni estive, coglie con piglio pittoresco “Dissennato nostromo, | non seppi governare | la mia barca, || né dello scirocco | riuscii a | fiutare il soffio || e gli lasciai strappare | le mie vele | e ingarbugliare le funi”… (Nostromo) così come altrettanto genuinamente pittoresche sono le bucoliche “Bacche selvatiche, | dolci mirtilli e more | furono i nostri baci | di cui riempimmo ceste”.

Un debutto, nel campo della poesia, questo di Mariangela, che fa seguito a due prove mature nel campo della narrativa, avendo Lei già pubblicato con notevole profitto la collezione di racconti “Sommesse voci della mia terra” (Aracne editrice, Roma 2007) e il racconto lungo “Zero + Uno = Otto” (Medusa Editrice, Marsala 2009).

Recensione
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