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Prefazione

Cento anni fa, in Sicilia, era in pieno svolgimento un dramma di vasta portata che coinvolgeva le comunità dell’intera isola. Dall’ultimo decennio del secolo diciannovesimo fino agli anni venti del secolo successivo, infatti, si attivò un costante flusso migratorio verso l’America che  più volte raggiunse apici di grandi dimensioni. Era, allora, in atto uno sconvolgimento demografico destinato a sventrare i paesi della forza lavoro che non riusciva a sfamarsi a causa di una economia asfittica.

Tramite i registri di sbarco di New Jork dove venivano annotati i nomi degli emigrati è stato calcolato che nell’arco di tempo che va dal 1897 al 1924 (poco più di un quarto di secolo) sbarcarono nella metropoli americana ben 3714 nativi di Mistretta, (paese sui Monti Nebrodi, in provincia di Messina, che ai primi del Novecento contava una popolazione di circa 13.000 abitanti).

Tali numeri, letti in proporzione, sono impressionanti. In quegli anni, dunque, diverse centinaia di migliaia di siciliani sperimentavano l’amaro sapore della propria sconfitta in patria, così come si può interpretare la incapacità di sopravvivenza, e il conseguente abbandono della propria terra, con tutti le annesse e connesse sensazioni di sradicamento.

A questa fiumana di uomini e donne che scappavano dalla miseria e che spesso nella difficoltà della traduzione, si ritrovavano col cognome storpiato, Maria Messina, scrittrice siciliana nata a Palermo, vissuta nel periodo 1887-1944, i cui romanzi e racconti sono stati ripubblicati dalla casa editrice Sellerio di Palermo, dedicò nel corso della sua attività letteraria tre racconti, il primo dei quali apparve nella raccolta “Piccoli gorghi” che uscì nel 1911. “…Tutti partivano, nel quartiere dell’Amarelli; non c’era casa che non piangesse. Pareva la guerra; e come quando c’è la guerra, le mogli restavano senza marito e le mamme senza figlioli. (…) E i meglio giovani del paese andavano a lavorare in quella terra incantata che se li tirava come una mala femmina”.

Più tardi, nel dopoguerra, ci furono i grandi flussi migratori dei nostri corregionali, verso il Nord Europa: Germania, Belgio, Olanda, Francia e poi ancora il Nord Italia. Vite sradicate che pativano le umiliazioni dei divieti e che frequentemente venivano additate come esemplari di razze inferiori. Mi torna in mente un testo di Stefano Vilardo dal titolo Tutti dicono Germania Germania: (…) Parlano della Germania come fosse il Paradiso | come se i soldi te li regalassero | invece se non ti sfianchi di lavoro | per dieci dodici ore al giorno | a casa non manderesti che pidocchi”.

Penso pure a quel bel libro semi sconosciuto pubblicato nel 2005 da Gaetano Cassisi, originario di Licata, partito a sedici anni per la Germania dove svolse parecchi mestieri fino a divenire insegnante di lingua italiana, dal titolo “Io italiano, domani altro cantiere”.

Certo, fino ad alcuni decenni fa, non pensavamo che la nostra terra fosse destinata, sia pure con la molteplicità di problematiche che la attraversano, a rappresentare il punto di approdo verso l’eldorado per una molteplicità di etnie provenienti dalle regioni più impensate e lontane. Invece è successo ed è cronaca quotidiana silenziosamente vissuta da noi tutti la convivenza con i “vu cumprà” sulle spiagge e ai semafori, che rappresentano le presenze più visibili e invadenti, mentre più silenziosamente molti altri lavorano nei campi, nelle fabbriche, nei bar, nei forni.

 Talvolta perché direttamente vissuta, più spesso in quanto raccontata, abbiamo esperienza delle sensazioni del siciliano emigrante. Sconosciamo invece quelle che ospitiamo, seppure vagamente le immaginiamo.

Ma noi, che almeno per esperienza diretta o raccontata sappiamo quali sgomenti hanno attraversato i nostri emigranti, quale sensazioni proviamo nella veste di signori di un territorio quotidianamente attraversato da facce sconosciute delle quali diffidiamo? Abbiamo o no paura di subire, alla lunga, una cultura profondamente diversa dalla nostra?

Di questi quesiti si è fatto interprete Michele Sarrica, autore di questa breve e intensa silloge dall’emblematico titolo Semaforo rosso cosciente che le risposte non le troveremo sigillate dentro la busta del notaio: “Il tuo mondo | è lontano dal mio tempo | e non basta uno sguardo | per capire chi sei” avendo preso atto che “Nel tuo domani | c’è anche la mia storia”. Quella del poeta è una disanima attenta e a tratti sofferta, non scevra da complessi di colpa per la superficialità con la quale spesso siamo portati ad estraniarci dalle problematiche altrui: “Ti offro gli avanzi | per capire la fame | la tua… | Sono un vero bastardo”. Ma la estraniazione di cui si fa colpa la sensibilità del poeta è probabilmente dettato dallo istinto di conservazione di chi non vuole sommare alle problematiche proprie anche quelle altrui. D’altronde non per deduzione egoistica si afferma che “La nostra ricchezza | è la diversità” ma per oggettiva esperienza della terra. Per ciò, al fratello di etnia diversa, il poeta tende la mano da amico, ammonendolo, al contempo, ad essere rispettoso della ospitalità offerta da una terra da egli amata e venerata (Per questa terra).

Mi pare che, nel panorama poetico contemporaneo, mancava una raccolta tematica d’autore avente per oggetto il tema della immigrazione. Probabilmente, considerata la vastità e la presumibile durata del fenomeno, altri, in futuro, lo riaffronteranno. Intanto questa antesignana raccolta di Michele Sarrica, tessuta in forma semplice, senza ridondanze lessicali, forse perchè ostici al destinatario internazionale, si propone come candidata alla lettura, come carme di presentazione e/o messaggio di benvenuto.

Recensione
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